Minare l’Impero a parole mentre nei fatti lo si rafforza. E’ la stessa strategia utilizzata con la Globalizzazione, distruggerla dal punto di vista retorico e formale ma rafforzata dal punto di vista sostanziale.
In questa fase schizofrenica, gli Stati Uniti cercano un aiuto per alleggerire il peso del mantenimento dell’Impero indiretto che hanno costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Il conflitto mediorientale, in cui sono stati trascinati proprio da Israele loro malgrado, li ha resi ancor più arrabbiati e con una consapevolezza: ritirarsi nel fortino americano è fantascienza.
La guerra in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le crescenti difficoltà nel garantire il transito energetico globale dal Golfo Persico hanno riacceso la miccia dello scontro tra Washington e l’Alleanza Atlantica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato ad attaccare duramente i partner europei, accusandoli di scarso coinvolgimento. Una crisi che esplode subito dopo le tensioni sul caso Groenlandia e che riapre un interrogativo allarmante: è davvero possibile che Trump esca dalla Nato?
“Tigre di carta”: lo scontro con il Regno Unito e il test iraniano
In un’intervista rilasciata al The Telegraph il primo aprile, il Tycoon ha ribadito di stare “considerando seriamente il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato”, definendo l’alleanza una “tigre di carta” le cui debolezze sarebbero ben note a Vladimir Putin.
Le parole di Trump hanno innescato un duro botta e risposta con il premier britannico Keir Starmer, che ha difeso la Nato definendola “l’alleanza militare più efficace che il mondo abbia mai visto”. Sprezzante la replica del presidente Usa, che ha sminuito la marina britannica accusando Starmer di interessarsi solo ai “mulini a vento”. Da Bruxelles e dai vertici dell’Alleanza si invita a “mantenere la calma”, derubricando le dichiarazioni a “provocazioni” a cui il sistema ha ormai sviluppato una certa tolleranza. Tuttavia, dopo il rifiuto degli alleati europei di supportare attivamente Usa e Israele in Iran, Trump ha parlato esplicitamente di un “test fallito”.
Le possibili conseguenze di un’uscita degli Stati Uniti dalla Nato
Cosa accadrebbe se questa volta Trump facesse sul serio? Secondo il New York Times, un eventuale abbandono di Washington cambierebbe radicalmente l’apparato di sicurezza europeo. Senza l’ombrello dell’esercito americano, l’Europa faticherebbe a difendere l’Ucraina e persino i propri confini da una potenziale aggressione russa.
Un colpo durissimo per un continente che, come sottolinea il giurista Federico Fabbrini (autore de ‘L’esercito europeo – Difesa e pace nell’era Trump’), si era “assuefatto alla pace”. L’attuale difesa europea è frammentata e si basa su istituzioni concepite per tempi di stabilità. I nuovi strumenti messi in campo dall’Ue stanno mostrando gravi lacune strutturali:
- Il piano ASAP (Act in Support of Ammunition Production): Con un budget di 500 milioni di euro, doveva fornire un milione di munizioni a Kiev. Un’ambizione fallita: il Consiglio ha privato la Commissione Ue di poteri direttivi, affidandosi alla sola buona volontà delle industrie, fermandosi a un terzo dell’obiettivo.
- Il fondo SAFE (Security Action for Europe): Approvato nel 2025 con un massimale di 150 miliardi di euro in prestiti da restituire con interessi. Emblematico il caso della Polonia, dove l’accesso ai fondi è stato bloccato dal veto del Presidente della Repubblica a causa di lotte politiche intestine.
Trump può davvero farlo? L’ostacolo della legge del 2024
Al netto delle minacce, l’ipotesi che Trump esca dalla Nato si scontra con una complessa realtà legislativa. Il presidente non ha il potere di prendere questa decisione in autonomia.
Una legge approvata nel 2024 durante l’amministrazione di Joe Biden (promossa dai senatori Tim Kaine e Marco Rubio e inserita nel National Defense Authorization Act) stabilisce regole ferree. La sezione 1250A prevede che:
- Qualsiasi decisione presidenziale di ritiro debba ottenere l’autorizzazione di due terzi del Senato (67 voti) o un atto formale del Congresso.
- Il Commander in Chief debba consultarsi con le Commissioni affari esteri e notificare le intenzioni almeno 180 giorni prima di avviare il processo.
Attualmente, il Senato Usa (composto da 100 membri) è controllato dai Repubblicani con una stretta maggioranza di 53 seggi contro 47. Trump avrebbe bisogno del supporto di numerosi senatori a lui avversi, un’ipotesi altamente irrealistica anche in vista delle prossime elezioni di mid-term.

