Ponte sullo stretto, una propaganda destinata a sciogliersi come neve al sole

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Immagine di wirestock su Freepik

Negli ultimi 2 anni s’è tornato a parlare di un tema che, ciclicamente, ogni qual volta il Centrodestra va al Governo, piomba in cima all’agenda politica dell’Esecutivo: il ponte sullo stretto di Messina.

Finendo, inesorabilmente, nella lista dei grandi progetti esclusi: da circa 40 anni molteplici Governi hanno annunciato l’avvio di cantieri per realizzare l’opera, senza mai oltrepassare il confine della mera fase progettuale. Basti pensare che – tra studi, lavori e consulenze – per il ponte sono stati spesi già 960 milioni (300 nel solo 2010-2013), mentre la concessionaria – la Stretto di Messina Spa – da anni in liquidazione, giace ancora lì!

Prima di connettere il Sud al Nord Europa, bisognerebbe collegare il Mezzogiorno al resto del paese

Il tema è di grande attualità se pensiamo all’impennata dei prezzi delle materie prime, dell’energia, dei carburanti e dei noli dei container, che ha indotto le potenze mondiali (in primis Cina e Usa) a delocalizzare in Nord-Africa le produzioni, così da ridurre i costi, tra cui quelli di trasporto: ovviamente, la vicinanza ai mercati nord-europei consente loro di abbattere gli oneri logistici e incrementare gli apporti di energia e gas. In questo cambio repentino, e per certi versi radicale, della scacchiera energetica mondiale, la Sicilia può rappresentare un hub naturale attraverso cui trasferire elettricità e gas verso i paesi europei. Quindi la domanda è lecita: il ponte sullo stretto può rappresentare la porta d’ingresso verso i mercati internazionali? La risposta è, purtroppo, negativa ed il motivo è semplice. Prima ancora di discutere di progetti faraonici che potenzialmente connetterebbero il Sud al Nord Europa, occorre prima di tutto collegare il Mezzogiorno al resto del paese altrimenti ci ritroveremo con delle super-cattedrali nel deserto.

Il Mezzogiorno necessita di massicci interventi alle infrastrutture

Per oliare il sistema e consolidare questa cinghia di trasmissione, l’Italia necessita anzitutto di investimenti poderosi a favore della portualità siciliana: da Augusta a Porto Empedocle, da Gela a Licata. Ma, soprattutto, il Meridione necessita di massicci interventi infrastrutturali volti a ridurre l’enorme sperequazione Nord-Sud. Sotto questo profilo, ricordo che l’infrastrutturazione stradale del Mezzogiorno è rimasta sostanzialmente invariata dal 1990. Basti pensare che nel Mezzogiorno per ogni 1.000 chilometri quadrati di superficie si hanno 18 chilometri di rete autostradale, a fronte dei 30 del Nord e dei 20 del Centro

Stesso discorso per la rete ferroviaria meridionale: a fronte dei circa 17.000 chilometri complessivi distribuiti nell’intero territorio del Paese, il Sud dispone solo di 5.700 chilometri. Per quanto attiene alle caratteristiche della rete ferroviaria nel nostro Paese, la sotto-dotazione del Mezzogiorno emerge in maniera ancora più vergognosa se consideriamo che, ad oggi, lo sviluppo dell’Alta Velocità nelle linee ferroviarie del Sud conta solo 180 chilometri di linee pari all’11,4% dei 1.600 chilometri della rete nazionale!

Perché non si investe al Sud?

La partecipate statali rispondono sempre col solito mantra: “perché non c’è domanda e quindi non conviene investire sotto il profilo infrastrutturale”. Ebbene, ricordo che un tempo in California c’erano solo lande desolate e il deserto. Poi costruirono una ferrovia e oggi la California è il primo Stato americano per reddito, agricoltura, intrattenimento e innovazione. Intanto, mentre stiamo ancora qui a parlare di “Ponte si”, “Ponte no”, paesi africani come l’Algeria e il Marocco stanno realizzando in tempo rapidi infrastrutture trasportistiche che modificheranno gli assetti geopolitici del Mediterraneo, dando lezioni di concretezza e rapidità al nostro Paese che rischia di perdere ancora una volta l’opportunità di capitalizzare i benefici conseguenti al raddoppio del Canale di Suez.

Pertanto, ritengo essenziale e quanto mai prioritario accelerare prima di tutto la dotazione infrastrutturale nel Mezzogiorno, così da ridurre il gap con la restante parte del Paese. Tutto il resto è sterile propaganda nata con l’obiettivo di confondere l’opinione pubblica dalle vere esigenze del Paese, col rischio concreto di distrarre nuovamente centinaia di milioni di euro che potrebbero essere utilizzati per opere ben più urgenti nel nostro Meridione

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