North Stream: la possibile mano americana dietro il sabotaggio

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Sebbene sia trascorso ormai quasi un anno, manca ancora una verità ufficiale per quello che può essere definito il principale atto di guerra del conflitto russo-ucraino al di fuori del campo di battaglia vero e proprio: il sabotaggio del North Stream.

di Riccardo Frattesi

Un episodio che rappresenta uno spartiacque storico, non solo per i danni oggettivi derivanti dall’esplosione del gasdotto, ma anche perché può essere considerato l’inizio di una vera e propria guerra ibrida avente per obiettivo le infrastrutture civili strategiche disseminate per il pianeta, che potrebbe ripetersi anche nel futuro.

Il sabotaggio del North Stream, avvenuto ormai quasi un anno fa, nel settembre del 2022, si configura come un autentico atto di terrorismo internazionale, di cui ancora restano ignoti esecutori e mandanti. Eppure, tutte le inchieste internazionali indipendenti che si stanno occupando del caso, puntano il dito verso Washington, peraltro principale beneficiario strategico dell’azione, che ha spezzato l’asse est-ovest delle forniture energetiche a basso costo che consentivano a Mosca di avere un mercato stabile e sicuro per le sue materie prime e a Berlino di alimentare la capacità produttiva del proprio sistema industriale, orientandolo verso l’export.

North Stream: la possibile mano americana dietro il sabotaggio

Alcuni mesi fa, il famoso giornalista americano Seymour Hersh, già insignito in passato del prestigioso premio Pulitzer, aveva pubblicato una clamorosa inchiesta, secondo cui, in base alle informazioni ricevute da una fonte interna all’amministrazione americana non meglio identificata, le forze della marina statunitense avrebbero condotto un’operazione sotto la copertura di un’esercitazione navale della Nato, collocando degli esplosivi lungo i gasdotti North Stream 1 e 2 nel giugno 2022.  Secondo la ricostruzione di Hersh, l’attentato sarebbe stato programmato per mesi a Washington, coinvolgendo i più alti livelli, e realizzato poi con la collaborazione dei norvegesi allo scopo di compromettere in modo definitivo le forniture di gas della Russia alla Germania e, più in generale, all’Europa.

Nonostante le reiterate richieste russe, e non solo, le Nazioni Unite non hanno ritenuto di dover disporre un’inchiesta internazionale indipendente volta a verificare la veridicità delle conclusioni di Hersh. Tuttavia, data la gravità del fatto, definito “il più grave atto di sabotaggio ad una infrastruttura energetica europea di tutti i tempi” le indagini proseguono e continuano ad essere formulate ipotesi sulla dinamica degli avvenimenti e le responsabilità degli autori.

Assodata ormai dalla polizia svedese – titolare di una delle tre inchieste in corso, oltre a quelle danese e tedesca – l’origine dolosa dell’esplosione ed esclusa, salvo dalla più faziosa propaganda, la matrice russa dell’attentato, negli ultimi giorni sono emerse alcune novità interessanti.

Lo scorso 6 giugno il Washington Post ha pubblicato il contenuto di uno dei documenti riservati del Pentagono trafugati dall’aviere statunitense Jack Teixeira, secondo cui tre mesi prima del sabotaggio dei Nord Stream 1 e 2, gli Stati Uniti sarebbero venuti a sapere da “uno dei propri alleati” che le Forze armate ucraine stavano pianificando un attacco alle infrastrutture sottomarine, avvalendosi di una unità di incursori subacquei sotto la supervisione diretta dei vertici militari di Kiev.

I dettagli del piano sarebbero stati raccolti dall’intelligence di un Paese europeo e condivisi con la Central Intelligence Agency (Cia) statunitense nel giugno del 2022. Fonti anonime hanno riferito che le autorità statunitensi avrebbero condiviso le informazioni anche con la Germania e altri Paesi europei, sempre nel giugno del 2022. Il documento fornisce dettagli molto specifici in merito al numero dei subacquei impiegati per l’operazione e alla strategia utilizzata per organizzare l’attacco. L’unità sarebbe stata sotto la diretta supervisione di Valerii Zaluzhnyi, comandante delle Forze armate ucraine, mentre il presidente Volodymyr Zelensky non sarebbe stato al corrente dell’operazione. Nel rapporto di intelligence veniva inoltre precisato che ad un certo punto l’attacco sarebbe stato “temporaneamente sospeso”, per ragioni non specificate. Secondo la fonte citata nel documento, tuttavia, sei membri delle forze speciali ucraine sarebbero arrivati in Germania sotto falso nome nel mese di giugno, affittando una imbarcazione e navigando nel Mar Baltico, dove avrebbero condotto l’attacco utilizzando un minisommergibile.

Le autorità ucraine hanno, ovviamente, smentito la ricostruzione del Washington Post.

Il giorno prima, però, la testata online di giornalismo investigativo The Grayzone, diretta da Max Blumenthal, ha pubblicato un reportage di Jeffrey Brodsky, che apporta ulteriori elementi alla ricostruzione dei fatti, per molti aspetti compatibile con l’inchiesta di Hersh, e che confermerebbe le responsabilità americane

Brodsky ha partecipato a una spedizione indipendente che ha effettuato delle indagini nei luoghi dell’esplosione e che ha fatto alcune scoperte omesse dall’inchiesta ufficiale svedese (https://thegrayzone.com/2023/06/05/nord-stream-expedition-official-investigators/).

Il 24 maggio scorso, il giornalista di Grayzone si trovava a bordo di una piccola nave di nome Baltic Explorer, ancorata nel Baltico a trentuno miglia nautiche dalla costa della Danimarca, proprio sopra l’oleodotto Nord Stream 2, danneggiato nella zona economica esclusiva svedese.

L’imbarcazione è stata armata dall’ingegnere svedese Erik Andersson, che ha ottenuto l’autorizzazione ad accedere ai luoghi dove sono avvenute le esplosioni ai gasdotti Nord Stream 1 e 2. Nel corso della spedizione sono state effettuate delle ricognizioni ai punti danneggiati delle due pipeline tramite dei droni subacquei, ricavandone immagini sonar e video inedite. Sullo schermo è apparso, proprio in prossimità della parte lesionata della conduttura, uno strano oggetto, che è risultato alla fine essere uno stivale da sub nero e arancione.

Si tratta di un modello in uso nella Marina degli Stati Uniti, ma utilizzato anche da sommozzatori di aziende private: la stessa Marina ucraina li ha in dotazione. La presenza di questo oggetto era già stata segnalata agli inquirenti, che però non avevano ritenuto opportuno né inserirla nei rapporti ufficiali, né tantomeno divulgarla all’opinione pubblica.

North Stream: non solo un atto di ‘terrorismo’ ma anche un crimine contro l’ambiente

Ma il sabotaggio del North Stream non è stato solo un atto di terrorismo internazionale volto a determinare un danno economico di straordinaria rilevanza a Russia e Germania. E’ stato anche un vero e proprio ecocidio, un crimine contro l’ambiente e l’ecosistema baltico e nord europeo.

La perdita di gas metano causata dalle esplosioni è stata stimata dalle Nazioni Unite tra le 75 e le 230mila tonnellate. Il gas in sé non è tossico per le specie marine, ma una volta giunto in superficie ha un effetto riscaldante (global warming power, la capacità di trattenere il calore) di circa 80 volte superiore alla CO2 nell’arco dei primi 20 anni, valore che va poi diminuendo grazie alla sua degradazione in atmosfera.

Ma non è solo l’emissione di metano a destare preoccupazione. C’è di più.

Secondo un recente studio intitolato Environmental impact of sabotage of the Nord Stream pipelines, firmato da Hans Sanderson, Michał Czub, Sven Koschinski, Jakob Tougaard e altri (https://www.researchsquare.com/article/rs-2564820/v1) l’impatto sulla fauna del Baltico ed in particolare sulla vicina isola di Bornholm è stato tutt’altro che trascurabile.

L’intera popolazione ittica e i mammiferi locali, come le foche grigie e le focene che in questo angolo di mar Baltico sono presenti già in numero ridotto, potrebbero aver subito conseguenze fatali entro i 4 km dall’esplosione per l’onda sonora generata, con effetti temporanei sugli apparati uditivi fino a 50 km di distanza.

Le peggiori notizie sembrano però provenire dai fondali marini: in questa zona le correnti profonde sono particolarmente basse, il che causa uno scarsissimo rimescolamento e il deposito degli inquinanti, aiutato dalle condizioni di scarsa ossigenazione delle masse d’acqua più profonde che ne impedisce il degradamento.

In seguito all’esplosione, si stima che 250 mila tonnellate di sedimenti siano state rimescolate e sospese in acqua fino a 30 metri di profondità, riportando alla luce metalli pesanti e sostanze da decenni bandite e sepolte. Tra queste spicca il tributilstagno (TBT), una sostanza biocida, tossica per i mammiferi, ma soprattutto per alghe e molluschi e per questo utilizzata in passato come vernice anti-vegetativa sugli scafi dei natanti.

Un altro grande impatto è quello dovuto all’accumulo di Piombo, che insieme al TBT costituisce il 75% della tossicità relativa (valore che tiene conto sia della quantità di sostanza liberata, che della sua pericolosità) nei sedimenti rimescolati dall’evento.

Le due esplosioni lungo le condutture Nord Stream 1 e 2 sono avvenute proprio all’interno dell’area di maggiore diffusione del materiale bellico: si stima quindi che siano state liberate circa 35 tonnellate di residui bellici. Il loro impatto sulla fauna locale sembra comunque essere basso, assolutamente oscurato da quello del TBT e dei metalli pesanti ri-sospesi.

Insomma, l’ipotesi che, accanto al reato di terrorismo internazionale, sia possibile aggiungere l’aggravante di ecocidio, legittima ulteriormente, seppure ce ne fosse bisogno, la richiesta di chi insiste sulla necessità di istituire un’inchiesta internazionale indipendente sotto egida ONU, che le potenze occidentali, Sati Uniti in testa, si ostinano a rifiutare.

I misteri, le omissioni e i depistaggi che si stanno consumando attorno all’attentato contro il North Stream confermano la necessità di un’inchiesta internazionale sotto egida ONU che provi a far luce su quanto avvenuto nelle acque del Baltico il 26 settembre 2022.

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