Il mercato del lavoro italiano resta apparentemente stabile, ma continua a mostrare una frattura sempre più evidente tra generazioni. Secondo gli ultimi dati Istat relativi a luglio 2026, gli occupati sono 24 milioni e 370mila, mentre diminuiscono sia i disoccupati sia gli inattivi. Il tasso di occupazione resta fermo al 63,2%, quello di disoccupazione scende al 5,8%, ma il dato più preoccupante riguarda i giovani: la disoccupazione giovanile sale al 18,9%.
La fotografia, rilanciata dal Fatto Quotidiano, racconta quindi un Paese in cui il lavoro c’è, ma non per tutti allo stesso modo. La stabilità complessiva nasconde infatti una dinamica molto più complessa: cresce l’occupazione tra uomini, dipendenti permanenti, autonomi e persone tra i 35 e i 49 anni, mentre calano donne, dipendenti a termine e quasi tutte le altre classi di età.
Gli over 50 sono il doppio degli under 35
Il dato più simbolico riguarda il rapporto tra occupati over 50 e under 35. A luglio, gli occupati con meno di 35 anni erano 5 milioni e 299mila, mentre quelli con più di 50 anni hanno raggiunto quota 10 milioni e 455mila: praticamente il doppio.
Il confronto storico rende il quadro ancora più netto. Nel luglio 2006, la situazione era opposta: gli occupati under 35 erano più di 7 milioni, mentre gli over 50 si fermavano a circa 5 milioni. In vent’anni, dunque, il baricentro del lavoro italiano si è spostato in modo radicale verso le fasce più anziane.
Occupazione stabile, ma il dato giovanile peggiora
A luglio 2026 l’occupazione resta stabile rispetto al mese precedente, con un aumento di appena 2mila unità. Su base annua, invece, gli occupati crescono di 307mila unità, pari al +1,3% rispetto a luglio 2025. Secondo Istat, l’aumento annuo interessa uomini, donne, 25-34enni e persone con almeno 50 anni, mentre gli occupati diminuiscono tra i 15-24enni e tra i 35-49enni.
Il problema, però, resta la condizione delle fasce più giovani. La disoccupazione generale cala, ma quella giovanile sale al 18,9%, con un aumento di 0,2 punti rispetto al mese precedente.
Il lavoro cresce dove la popolazione invecchia
L’aumento degli occupati over 50 può essere letto anche come effetto dell’invecchiamento della popolazione e della stretta sull’accesso alla pensione. In altre parole, il mercato del lavoro italiano non sta semplicemente creando più opportunità: sta trattenendo più a lungo le generazioni mature, mentre continua a faticare nell’inserimento stabile dei giovani.
È qui che il dato diventa politico e sociale. Un Paese in cui gli over 50 al lavoro sono il doppio degli under 35 non è soltanto un Paese più anziano: è un Paese in cui l’ascensore generazionale sembra inceppato.
Il paradosso dei dati positivi
Il governo rivendica la crescita dell’occupazione. Il deputato di Fratelli d’Italia Marco Cerreto ha sostenuto che i dati confermano la solidità delle scelte del governo Meloni, ricordando che da ottobre 2022 gli occupati in Italia sono aumentati di oltre un milione.
Il punto, però, non è soltanto quanti posti di lavoro ci siano, ma chi riesca ad accedervi, con quali contratti, con quali salari e con quali prospettive. La crescita occupazionale rischia di essere una buona notizia incompleta se non si traduce in stabilità, autonomia e futuro per le nuove generazioni.
Giovani, donne e lavoro a termine: le crepe del mercato
La stabilità degli occupati è frutto di un equilibrio fragile. Da un lato aumentano uomini, dipendenti permanenti, autonomi e lavoratori tra i 35 e i 49 anni; dall’altro diminuiscono donne, dipendenti a termine e le altre classi di età.
Anche la diminuzione delle persone in cerca di lavoro, pari a 17mila unità, riguarda uomini e quasi tutte le classi di età, ma non le donne e i 35-49enni. Il tasso di inattività resta invece invariato al 32,8%, con una riduzione degli inattivi concentrata soltanto tra uomini e persone tra i 35 e i 49 anni.
Una generazione sospesa
Il titolo “Non è un Paese per giovani” racconta proprio questa contraddizione. L’Italia può mostrare dati complessivamente stabili o persino positivi sul piano occupazionale, ma resta un Paese in cui le nuove generazioni faticano a entrare nel mercato del lavoro con continuità.
Il rischio è che la disoccupazione giovanile non venga più percepita come un’emergenza, ma come una condizione strutturale. Eppure, senza giovani pienamente inseriti nel lavoro, il Paese rinuncia a innovazione, produttività, natalità, autonomia economica e futuro.
Fonte
Il Fatto Quotidiano / Istat
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