L’intervista a Pino Aprile nel suo viaggio in Campania: dal brigantaggio alla questione Meridionale all’autonomia differenziata

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Venerdì sera a Benevento e poi ieri ad Agropoli continua il viaggio dello scrittore e giornalista,  Pino Aprile, che, nel presentare l’ultima sua opera “La brigante bambina”, un romanzo d’amore e libertà, parla a tutto campo di brigantaggio, di questione meridionale e del tema caldo di questi giorni: l’Autonomia differenziata.

Abbiamo realizzato un’approfondita intervista allo scrittore pugliese che, portando alla nostra attenzione fonti e dati (taluni anche inediti) in un percorso di revisione della storia d’Italia a partire dall’unificazione,  ha spaziato  su tutti i temi più importanti del nostro Mezzogiorno e su quello, oggi maggiormente controverso, dell’autonomia differenziata. Il disegno di legge Calderoli, che è stato già approvato al Senato ed in attesa della discussione  alla Camera dove riceverà il probabile via libera, secondo Aprile e molti osservatori, presenti anche nel Nord, è davvero capace  di spaccare il Paese e far saltare la coesione nazionale.

A chiusura degli incontri di Benevento ed Agropoli, l’Intervista fiume a Pino Aprile:

Per molti anni, nei libri di storia, il brigantaggio è stato raccontato come un fenomeno di criminalità diffusa nelle aree più arretrate del Paese. Solo di recente, anche grazie al contributo di ricercatori e scrittori come lei, la narrazione appare sempre più diversa. Secondo lei, si trattava veramente  di  briganti o di patrioti ?

(Pino Aprile) “ Il brigantaggio è stato un fenomeno complesso che è stato raccontato dal vincitore, ovviamente, a fini politici, come una stagione di incredibile esplosione di criminalità. Anche i nazisti chiamavano banditi  i patrioti, gli italiani, i partigiani che combattevano per il proprio paese; i francesi napoleonici, quando invasero il Regno delle Due Sicilie, chiamavano briganti quelli che difendevano il proprio paese . Il brigantaggio in  realtà aveva dentro di tutto; la gran parte erano soldati borbonici che non avendo più un esercito regolare, combattevano una guerra di guerriglia. Poi c’erano i contadini impoveriti dalle angherie, dalle ruberie di quel ceto borghese che si arricchì incredibilmente nel passaggio dai Borbone ai Savoia, parteggiando per il vincitore, spesso  in maniera ondivaga,  a seconda di come buttava il vento. Ad esempio, non solo potettero razziare beni comuni e si appropriarono di tutti i posti, come dire pubblici, che rendessero qualcosa, ma si impadronirono delle terre  degli usi civici che erano terre demaniali, comunali e poi si arricchirono ulteriormente con la requisizione e la svendita dei beni ecclesiastici: fu il premio che ricevettero per essere passati da un paese e  un governo e una monarchia a un’altra. E poi c’era di tutto, c’erano persone che volevano vendicare torti subiti, lo stupro delle donne di casa, la razzia dei propri beni, gli insulti ricevuti. Per esempio il discorso che fece Cavalcanti, un presunto brigante di San Fede in Basilicata, che spiegò:  lui era un graduato dell’esercito borbonico, vennero,  gli strapparono le  mostrine dalla divisa, gli sputarono addosso, gli tolsero il bonetto (il cappello militare), poi tentarono di stuprare la sorella e, a quel punto, racconta che agì; quando venne preso, prima di essere ucciso, disse : io sarei rimasto onesto, se mi aveste lasciato in pace. Carmine Crocco al processo spiegò: siamo stati calpestati ed abbiamo reagito. Ad esempio Carmine Crocco, detto Donatelli, appartiene ad un’altra genia di briganti , ovvero quelli che iniziarono come briganti, poi magari finirono come soldati borbonici, poi come addirittura garibaldini per poi tornare realisti borbonici ed infine ancora briganti. Questo perché, quando c’è una guerra,  tutti devono schierarsi, anche i criminali; quelli che si schierarono con la parte vincente divennero una parte fondante del Paese che così nasceva. E’ così che nacque la mafia, come la conosciamo oggi, che prima dell’unificazione non esisteva. Certo avevamo  i delinquenti , in qualche modo organizzati, ma diciamo era il sistema al pari dei bravi di Don Rodrigo, come del resto in tutta Europa. L’organizzazione in cosche, come le conosciamo oggi, invece, fu studiata nel Ministero degli Interni dell’Italia pianificata. La prima cosca fu creata a Monreale dal Questore di Palermo e ci mise  a capo suo  genero, quello era il sistema. I delinquenti che, invece, scelsero la parte perdente vennero tutti sterminati; per cui, se si sovrappongono le mappe delle province mafiose e quelle delle province dove si diffuse il brigantaggio , si scoprirà che dove ci fu il brigantaggio non nacque la mafia, mentre dove nacque la mafia non ci fu il brigantaggio. Questo perché anche i delinquenti dovettero schierarsi. Basterebbe la spiegazione illuminata data da Vincenzo Padula, intellettuale, prete, giornalista cosentino,  antiborbonico, filosabaudo, che invocava lo sterminio dei briganti, che però spiegava: si ha il brigante quando  la violenza viene usata per riempirsi la pancia, si ha (invece) il brigantaggio  quando quelle azioni sono condivise dal popolo. Questo, in definitiva, fu il brigantaggio. C’era, quindi, di tutto: c’erano dei veri delinquenti, tanti saldati, patrioti e della gente esasperata portata all’uso delle armi dalle angherie e dall’oppressione che subì”.

Del Risorgimento e della Unità d’Italia sappiamo davvero tutto ? E’ andata proprio come ci hanno raccontato finora i libri di storia?

(Pino Aprile) Del Risorgimento sappiamo quello che hanno voluto raccontarci e basterebbero un paio di citazioni.  Il professor Umberto Levra, docente di storia risorgimentale, grande risorgimentalista, quindi, come dire, più inattaccabile di lui nelle sue osservazioni, sarebbe difficile; docente di storia risorgimentale all’Università di Torino , presidente dell’associazione di storici risorgimentali e poi anche dell’Istituto nazionale di Storia del Risorgimento, il quale documentò come nel corso degli ultimi  secoli, ma lui comincia l’analisi dal 1830, cioè da quando nasce l’Istituto di studi storici sabaudo, il compito delle autorità preposte ai documenti era quello di nasconderli o di distruggerli, se particolarmente compromettenti, perché il loro compito doveva essere: far sparire tutte le carte che potevano imbarazzare la dinastia Savoia. A questa maniera, furono distrutte talmente tante carte e documenti sul Risorgimento che Umberto Levra dice: “sarà ormai impossibile raccontare come sono andate veramente le cose”. E c’è una controprova :  il colonnello Cesare Cesari, direttore dell’Archivio militare, che scrisse una pregevole storia della lotta al brigantaggio, per spiegare come siamo stati bravi noi soldati, carabinieri a eliminarlo e  che racconta come sia impossibile dire come sono andate veramente  le cose, perché i documenti sono stati distrutti e quelli che non sono stati distrutti – e qui parla chi presiedeva, come dire, l’ente che faceva questo – sono stati resi irreperibili, mischiandoli con altri che non c’entravano niente; Cesare Cesari usa per questo una metafora: “come si fa con un mazzo di carte”. Lui nel suo libro dice: “il brigantaggio fu una risposta politica, patriottica a un’aggressione; e lo dice chi vuole esaltare l’eliminazione del brigantaggio.  Chi volesse ancora documentarlo,  può leggere la trilogia del professor Giuseppe Gangemi che parte dall’organizzazione della struttura culturale, che deve imporre una certa visione del Risorgimento e del Mezzogiorno,  a partire dal presunto scienziato, Cesare Lombroso, che stabilì e certificò che i meridionali nascono delinquenti, perché hanno il crimine nel loro dna, dallo sterminio dei soldati borbonici, fatti prigionieri ed internati in campi di concentramento , senza che nemmeno gli fosse stata dichiarata guerra e dalle vittime civili. I libri di Gangemi portano una quantità di documenti assolutamente inedita, che schiaccia qualsiasi tentativo di confutazione di quello che accadde davvero. Mentre prima si riteneva che tutte le stragi fossero invenzione di gentaglia come me, adesso viene riconosciuto che è tutto vero ma che bisognerebbe non raccontarlo per non spezzare il Paese; come se il Paese fosse unito! Ma il Paese è già diviso in due. Per dirne nella sola Lombardia, con i soldi di tutti gli italiani, circolano più treni che nelle sette regioni del Sud messe assieme. La Lombardia ha 10 milioni di abitanti,  il Sud ne ha venti; la Lombardia copre meno del 8% del territorio italiano, mentre il Sud 41%. Questo non è un Paese! Addirittura Corrado Augias e Paolo Mieli, che ha scritto un libro “la terapia dell’oblio”, suggeriscono che si dimentichi quello che è avvenuto. Ma chi deve dimenticarlo? Chi l’ha subito: il Mezzogiorno. Quindi dimenticare e tenersi la discriminazione in treni, strade, ospedali, Università, Centri di ricerca e così via… cioè, come dire , è vero, però ,soffri e zitto! Peccato che la terapia dell’oblio, però,  non la suggeriscano agli ebrei per l’Olocausto, agli Armeni per i genocidi che hanno subito, ai neri che sono stati rapiti e schiavizzati negli Stati Uniti, agli Indiani d’America che  sono stati quasi interamente cancellati. Solo i Meridionali, quindi, dovrebbero dimenticare. Invece, il dovere degli esseri umani è ricostruire la verità possibile e raccontarla, non dimenticarla!”.

Ma nel 1861 fu vera Unità di un Paese e di regioni che si volevano unire o, come racconta qualcuno, fu piuttosto una triste e semplice  annessione?

(Pino Aprile) ”Fu una guerra di conquista e annessione e di spoliazione che sfruttò anche i sentimenti dell’epoca che in una minoranza estrema, cioè più o meno si calcola che l’uno per 100 della popolazione fu coinvolto  nell’opera di unificazione dell’Italia e comunque, quei sentimenti erano forti e influenzarono la letteratura, oltre che la politica, l’economia, eccetera. Il tutto avveniva perché? Perché l’umanità stava passando da una economia, che aveva dominato il mondo per circa 10.000 anni, con l’agricoltura,  ad un’altra economia, quella industriale, che aveva bisogno degli Stati nazionali per potersi sviluppare. Infatti, quello che avvenne in Italia, avvenne   quasi sempre, ma non sempre, con massacri e genocidi, nel resto del mondo. Gli Stati Uniti d’America si massacrarono con la guerra di secessione, durante la quale furono sterminati più statunitensi che nelle due guerre mondiali, messe insieme, un secolo dopo; o in Giappone con la guerra degli Shogun. La Germania, dopo l’Italia,  riuscì  a riunirsi in maniera meno cruenta, rispetto al nostro Paese;  ma, nella maggior parte dei casi, avvenne in un altro modo. Si pensi alla Turchia, si pensi allo stato nazionale israeliano che sta nascendo adesso; con quali massacri potete vedere sta nascendo. Quindi, è avvenuto così, in modo cruento, quasi ovunque. Poi ce l’hanno voluto raccontare come una favoletta  di un signore biondo ,con il poncio, che con mille camice rosse in poche settimane riesce ad avere ragione di un esercito  di centomila uomini, perfettamente armati e attrezzati. In realtà, è noto che i mille di Garibaldi erano circa cinquantamila, con oltre ventimila soldati piemontesi finti disertori e finti  volontari di Garibaldi; inoltre, c’erano dei mercenari, come la legione straniera ungherese, la legione inglese , comandata da un ufficiale statunitense, più i picciotti. Perché allora, dopo 160 anni e più,  non dirci la verità?”

Venerdì  a Roma il presidente della Regione Campania, De Luca, insieme a tanti sindaci del Mezzogiorno, hanno protestato sotto i palazzi del potere, rappresentando la loro ferma opposizione al progetto dell’Autonomia differenziata . Secondo lei, il progetto portato avanti dal ministro Calderoli è davvero in grado di minare l’Unità del Paese e mandare in crisi la coesione sociale?

(Pino Aprile) “L’autonomia differenziata che Calderoli vuol far passare, lui – come si dice – porta la nomina, ma questa in realtà  è una cosa di interesse di gran parte del nord del Paese. Tanto è vero i condottieri principali di questa battaglia per l’autonomia differenziata sono  il Presidente leghista della Lombardia, il Presidente leghista del Veneto e il Presidente PD dell’Emilia Romagna. La verità, come al solito, è che è una battaglia per i soldi . Di questo il Sud ha preso coscienza della condizione di discriminazione ormai certificata in tutti i modi possibili e immaginabili, compreso enti di Stato come i conti pubblici territoriali, l’ufficio parlamentare del bilancio, per non dire dell’Unione europea e, ovviamente, la Svimez e via di seguito e sta chiedendo equità. Ora, questa equità non c’è mai stata; l’Italia è stata unificata per fare del Sud la Colonia interna delle Regioni del Nord, che quindi si arricchiscono a spese degli altri italiani del sud. Quindi, oggi c’è il timore di perdere la pacchia. Diciamo così: con l’autonomia differenziata si vuole rendere costituzionale la spesa storica e la spesa storica cos’è? Quella secondo cui i soldi di tutti gli italiani vengono raccolti in tutto il paese, spesi soltanto nelle regioni del Nord.  E così, per esempio, ma già Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato lo aveva detto;  cioè fino a oggi è certificato. Per esempio,  basterebbe leggere di Nitti che è stato anche capo del governo, ministro dell’Economia, a 23 anni già docente universitario in economia, scriveva libri di economia in tre lingue diverse, era un genio in questo settore e documentò che  la spesa pubblica era distribuita in modo assolutamente iniquo su base territoriale.  Per esempio, per i fondi per le bonifiche vennero stanziati 458 milioni dell’epoca, cioè una cifra spaventosa, superiore al PIL nazionale, che dovevano essere suddivisi così: 455 al nord e tre al Sud; le stesse proporzioni – documenta Nitti – per le scuole, per le farmacie, per le strade. Così nasce la questione meridionale, cioè con una spesa pubblica che va tutta da una parte e niente dall’altra, nonostante quando si fece cassa comune per forza con le armi, vennero e si presero i soldi e se ne fece una cassa comune, quella italiana. Il 66% dei soldi erano del Regno delle Due Sicilie e il 34% del resto d’Italia. Messa assieme, la Lombardia mise l’uno per cento; la spesa fu il contrario, cioè tutta al Nord, niente al sud. La Banca d’Italia su 300.000 azioni 280.000 al Nord e 20.000 al Sud. E’ questo accade ancora oggi; i soldi che so, per le scuole terremotate, sono quasi tutte al Sud, il 97% dei soldi al Nord, il 3% al Sud. E così per tutto. Quindi,  l’autonomia differenziata vuole rendere costituzionale questa spesa sbilanciata a favore di alcuni, in modo che non la si possa più correggere. Oggi c’è maggiore consapevolezza al Sud, che chiede equità, ma il Nord non è disposto a concederla! Ovviamente, se si andrà avanti in questa direzione,  il Paese non potrà che rompersi!”.

Oltre ad essere giornalista e scrittore, lei è anche il Presiedente dell’Intergruppo parlamentare “Sud, Aree fragili e Isole minori” che, ad oggi, vede iscritti ben 53 parlamentari degli opposti schieramenti. Come vede l’Intergruppo questo progetto? Quali  iniziative ha assunto l’Intergruppo rispetto al ddl Calderoli che, dopo l’approvazione in Senato,  arriva alla Camera?

(Pino Aprile) “L’intergruppo parlamentare “Sud, Aree fragili e Isole minori” è una struttura interessantissima, unica finora nella storia  dell’Italia unificata,  ma ha una fragilità,  che vedremo strada facendo che cosa comporterà, cioè quella che sui temi decisivi , metti l’autonomia differenziata, prevalgano comunque gli schieramenti politici e che. si riesca a reagire insieme (al di là degli schieramenti politici) solo su questioni come dire di minimo interesse, non compromettenti; per fare un esempio, non sull’autonomia differenziata, ma su singole e poco significative opere da realizzare . Mi viene chiesto se l’Intergruppo  potrà essere la palestra in cui,  crescendo  la coesione fra i rappresentanti del Mezzogiorno, si riesca a giungere uniti anche su temi fondanti? Questo non lo posso dire, ce lo dirà il percorso politico. Certo che, vedere come vengono sostenute da rappresentanti del Sud,  alcuni di loro stanno persino nell’Intergruppo, le iniziative e i provvedimenti che sono la rovina del Mezzogiorno, è davvero avvilente. Però, come si dice, dobbiamo sforzarci di essere ottimisti!”.

Qual è il messaggio che lancia da Benevento e da Agropoli?

(Pino Aprile) “Non c’ è un messaggio da Benevento, Agropoli  o da altrove. Molti mi rimproverano di non essermi candidato, di non aver fatto la politica nel modo comunemente  inteso come vero, cioè  la politica dei partiti e delle amministrazioni; per questo non mi ritengo adatto. Ma c’è soprattutto un’ altra ragione, in quanto ritengo che non ci sia politica più alta e più produttiva dell’informare, del discutere, del confrontarsi e far crescere la consapevolezza,  il coraggio e il dovere dell’impegno perché questo cambi. Benevento o altrove, quindi, cambia poco. L’importante è informare, discutere e confrontarsi, crescere insieme. Se pensate che la battaglia contro l’autonomia differenziata quando cominciò ci scoprimmo di essere in due, adesso la maggioranza degli italiani nell’ultimo sondaggio  è contro l’autonomia di differenziata, ma più di un terzo degli italiani non sa neppure cosa sia. . Quindi, se c’è un messaggio che si deve diffondere, raccontare ed informare , da parte di tutti”.

Il messaggio che Pino Aprile lancia da Benevento ed Agropoli, anche nella sue veste di Presidente onorario dell’Intergruppo parlamentare “Sud, Aree fragili e Isole minori”,   è di tenere, comunque, la guardia alta, rispetto ad un progetto, quello dell’autonomia differenziata che,  senza adeguate garanzie a tutela dei territori più fragili, determinerà la definitiva divisione del Paese e delle rispettive comunità; con quella meridionale che, dopo essere stata sfruttata e depauperata di ogni risorsa, sin dalla nascita dello Stato unitario, come ci ha raccontato Pino Aprile, appare sempre più abbandonata ad un triste ed inesorabile destino.

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