La materia dell’anima raccontata

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Nelle opere della giovane scultrice bergamasca il corpo diventa memoria, ferita e luogo originario della creazione

di Antonello Di Pinto

Un viaggio nelle profondità dell’anima

La materia dell’anima è il titolo che accompagna il percorso creativo di Beatrice Paganessi, scultrice bergamasca nata nel 1993. Un itinerario artistico e interiore che conduce verso ricordi ancestrali, emozioni nascoste e frammenti di memoria custoditi nelle regioni più profonde del pensiero umano.

Sono presenze che difficilmente emergono attraverso la parola, ma che possono trovare forma mediante gli strumenti dell’arte. Paganessi interviene sulla materia sottraendo progressivamente il superfluo, fino a portarne alla luce l’essenza più intima. Il suo sguardo si muove così in uno spazio privo di confini, sospeso oltre il tempo: quel luogo misterioso che chiamiamo anima e dal quale sembra scaturire la sua ispirazione.

«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.»
Marcel Proust

La materia come energia pulsante

Il cammino intrapreso dall’artista penetra nelle fenditure più remote dell’inconscio. Qui la materia non è più un elemento inerte, ma diventa energia pulsante, superficie viva, magma pronto a manifestare ciò che normalmente rimane nascosto.

La mano della scultrice assume la sensibilità di un sismografo, capace di registrare i movimenti più impercettibili dell’interiorità. Dalle fratture e dalle tensioni delle forme emergono dolore, angoscia e paura, ma anche la forza inevitabile della creazione.

Il corpo femminile diventa allora tempio e rifugio, luogo inviolabile nel quale la vulnerabilità si trasforma in resistenza. Il ventre materno rappresenta la culla originaria, lo spazio armonioso nel quale la vita nasce e continua a rinnovarsi.

Il ritorno alla fonte

Nelle sculture di Beatrice Paganessi si avverte il bisogno di ritornare all’origine, a una dimensione primordiale nella quale la forma non è ancora definitivamente separata dalla materia.

È una tensione che richiama, per intensità e volontà d’incompiutezza, la lezione michelangiolesca. La madre conserva i tratti della fanciulla, mentre il figlio adagiato sul suo grembo appare segnato dal peso del tempo e della storia. Il pensiero corre inevitabilmente alla Pietà di Michelangelo nella Basilica di San Pietro.

Il viaggio dell’artista approda infine sulle rive dell’amore: una forza capace di attraversare la dimenticanza, lenire il dolore e ricomporre le ferite. La materia viene modellata con un gesto morbido e avvolgente, simile alla carezza con la quale una madre protegge il proprio figlio.

Un fremito di eternità

Le opere di Paganessi diventano presenze rassicuranti, punti luminosi per chi attraversa le inquietudini dell’esistenza. All’interno delle loro forme il tempo sembra rallentare, dilatarsi e infine arrestarsi in un fremito di eternità.

«Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici: sono i deliziosi giardinieri che fanno fiorire la nostra anima.»
Marcel Proust

Nelle ceramiche policrome dell’artista scorre la vita stessa. Non si tratta di oggetti destinati semplicemente a occupare uno spazio, ma di organismi visivi che sembrano respirare, muoversi e dialogare con chi li osserva.

Ogni opera conserva una propria identità, irripetibile e autonoma. I colori attraggono lo sguardo, mentre le superfici suggeriscono voci lontane e indicano un percorso verso la parte più autentica dell’essere umano.

Il canto remoto della forma

Nel lavoro di Beatrice Paganessi riaffiora la memoria dei grandi maestri del Rinascimento e del Barocco, fino alle sperimentazioni delle avanguardie novecentesche. Questi richiami non diventano citazioni letterali, ma vengono assimilati e trasformati attraverso l’impiego di materiali contemporanei e accostamenti di sorprendente leggerezza.

Le superfici si espandono intorno ai volumi come una spuma marina, avvolgendoli e modificandone la percezione. Nel silenzio che circonda le opere sembra così emergere un canto remoto: una voce discreta che parla di nascita, memoria, dolore e amore.

La scultura di Beatrice Paganessi nasce proprio da questo dialogo tra materia e interiorità. È un’arte che non vuole soltanto essere osservata, ma attraversata: un invito a riconoscere, nelle forme modellate dall’artista, qualcosa che appartiene profondamente a ciascuno di noi.

Prof. Antonello Di Pinto

Prof. Antonello Di Pinto