Il nuovo cortometraggio della regista, ispirato al racconto di Gaetano Savatteri, mette a confronto il silenzio dei funerali siciliani del passato con l’esposizione social del lutto contemporaneo.
“La banda muta”, Alessia Bottone racconta il funerale nell’era dei social
Dal silenzio delle antiche processioni funebri siciliane al rumore continuo dei social network. È su questo contrasto che si costruisce “La banda muta”, il nuovo cortometraggio diretto da Alessia Bottone, regista classe 1985 già premiata con una menzione speciale ai Nastri d’argento 2021 per il docufilm La Napoli di mio padre.
L’opera prende ispirazione dall’omonimo racconto dello scrittore e giornalista Gaetano Savatteri, contenuto nella raccolta I ragazzi di Regalpietra, e sarà distribuita nel circuito dei festival cinematografici nazionali e internazionali.
Alla base c’è una domanda contemporanea: come è cambiato il nostro rapporto con la morte nell’epoca in cui ogni esperienza rischia di diventare contenuto da condividere?
Dai funerali degli anni Trenta al “rito funebre social”
Il film mette in dialogo due epoche molto lontane.
Da una parte c’è una Sicilia antica, raccontata anche attraverso immagini d’archivio dell’Istituto Luce; dall’altra il presente, nel quale anche il momento del lutto può trasformarsi in occasione di esposizione pubblica, tra fotografie, video e contenuti condivisi online.
Per Bottone, il funerale diventa quasi un indicatore del rapporto che una società intrattiene con il dolore, il rispetto e l’intimità.
La regista parte da una riflessione precisa: mentre in passato il silenzio rappresentava una forma di partecipazione e rispetto, oggi il rischio è che anche l’ultimo saluto venga attraversato dalla logica della visibilità.
La storia di Manfredi e dell’ultimo saluto a Elio
Al centro del cortometraggio c’è Manfredi, interpretato da Piero Nicosia, un uomo anziano costretto a salutare per l’ultima volta il suo amico fraterno Elio.
Durante il funerale, però, ciò che accade intorno a lui sembra molto distante dal cordoglio.
I presenti parlano di questioni futili e si comportano come se stessero partecipando a un evento mondano. Il dolore lascia progressivamente spazio all’esibizione personale e all’ego dei partecipanti.
È a quel punto che viene evocata la tradizione della “banda muta”, quasi come un tentativo simbolico di ristabilire un ordine e restituire al rito funebre ciò che sembra essere andato perduto: il silenzio.
Che cos’era la “banda muta”
Il titolo richiama una tradizione un tempo diffusa in alcune zone della Sicilia.
Le cosiddette bande mute accompagnavano i cortei funebri senza suonare alcuno strumento. La sola presenza dei musicisti rappresentava una forma di omaggio, mentre il silenzio diventava parte integrante del rito.
Una consuetudine quasi scomparsa e che nel film assume un significato più ampio: quello di un modo di vivere il dolore senza necessariamente trasformarlo in rappresentazione.
La contrapposizione scelta da Bottone è netta: da una parte una banda che partecipa al funerale senza produrre alcun suono, dall’altra un presente dominato dal rumore, anche visivo, degli smartphone e dei social.
Bottone: “Se la gente non posta, non esiste”
La regista collega il progetto a una riflessione più generale sulla nostra relazione con il mondo digitale.
“Se non esiste in TV, una cosa non esiste” è una frase che tanti anni fa mi colpì molto e che oggi, a mio avviso, vale per i social: se la gente non posta non esiste.
Bottone cita alcuni episodi che hanno trasformato luoghi e momenti di dolore in sfondi per fotografie o video destinati alla pubblicazione online.
Secondo la regista, il rischio è che il mondo virtuale induca a considerare ogni situazione come potenzialmente utile per acquisire visibilità.
“Temo che il mondo virtuale abbia portato le persone a credere che ogni situazione è potenzialmente utile per diventare ricchi e famosi”.
Savatteri: “È nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”
La rilettura cinematografica ha trovato il consenso di Gaetano Savatteri, autore del racconto originale.
Lo scrittore ricorda di aver visto personalmente la tradizione della banda muta a Racalmuto, paese natale di Leonardo Sciascia.
Per Savatteri, la trasposizione di Bottone riesce a utilizzare quella consuetudine per raccontare il cambiamento del rapporto contemporaneo con la morte.
“Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche”.
Il punto centrale resta però il silenzio:
“In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.
Il progetto premiato dal Nuovo IMAIE
Con la sceneggiatura e la proposta di regia de La banda muta, Alessia Bottone ha vinto il bando Nuovo IMAIE 2025, classificandosi quarta su quasi trecento partecipanti.
Il cortometraggio ha usufruito del contributo previsto dal bando dedicato alle produzioni brevi ed è stato realizzato con la collaborazione della fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia.
Il progetto si lega anche al Premio Panalight 2025, conferito da Manuela Pasqualetti in occasione del Pop Corn Film Festival e conquistato dalla regista con il precedente cortometraggio Sette minuti.
Cinema contemporaneo e immagini d’archivio
Uno degli elementi centrali della costruzione narrativa è il rapporto tra le immagini girate per il film e i materiali storici.
L’opera utilizza infatti contributi provenienti dall’Istituto Luce – Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico e da Home Movies di Bologna.
Il risultato è una narrazione su due tempi: la storia cinematografica contemporanea e una memoria visiva che restituisce allo spettatore immagini di un altro modo di vivere i rituali collettivi.
Una Sicilia ricostruita a Roma
Pur essendo ambientato in una Sicilia sospesa tra dimensione contemporanea e memoria arcaica, “La banda muta” è stato interamente girato a Roma.
Nel cast, oltre a Piero Nicosia, figurano Adele Abballe, Nadia Perciabosco, Giovanni Galati, Chiara Barbagallo e Gaetano Lizzio.
La produzione è affidata a Stefania Balduini per Pistacchio Film.
Dal silenzio al rumore digitale
Il cortometraggio usa quindi il funerale non soltanto come ambientazione, ma come strumento per interrogarsi su un fenomeno molto più ampio.
Quanto spazio rimane oggi per un dolore privato? E quanto invece la necessità di documentare, mostrare e condividere rischia di cambiare anche i momenti più intimi della vita?
La banda muta costruisce la propria risposta attraverso un contrasto semplice e potente: il silenzio di una tradizione ormai scomparsa contro il rumore permanente dell’era social.
Fonte
Comunicato stampa La banda muta
