Diana Russell: “Ciò che accomuna le donne vittime di femminicidio è il fatto stesso di essere donne.”

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Immagine di Freepik

Secondo la criminologa statunitense Diana Russell: “Ciò che accomuna tutte le donne vittime di femminicidio è il fatto stesso di
essere “donne”.

La loro colpa è quella di aver trasgredito/tradito il ruolo imposto loro dalla società, un ruolo che appartiene all’inconscio sociale inconfessato di una società sessista. Siamo di fronte ad un atto di soppressione violenta e definitiva, la forma estrema della più comune e diffusa violenza di genere, che va oltre la definizione giuridica di omicidio, essendo espressione, per quanto macroscopica, della società patriarcale, in cui le donne sono ancora costrette a vivere al servizio degli uomini.

L’ emancipazione femminile è vista come una minaccia per il patriarcato

Il patriarcato è il dominio dell’uomo sulla donna, atavica struttura del mondo a sua immagine, edificata su scale di valori fermamente
andropocentriche che persistono anche nelle società più evolute.

L’emancipazione femminile in questo modello persistente è vista come una minaccia crescente e pressante all’unica struttura dentrocui gli uomini, soprattutto i più fragili e strutturati, riescono ad orientarsi e a trovare i propri riferimenti valoriali. Quanto più vacilla l’autostima e la percezione di sé, tanto più si ha bisogno di un inferiore cui rapportarsi. Ecco perché nel sessismo la donna assume il ruolo del nero nel razzismo, ed ecco perché il sessismo e il razzismo assurgono a forme di discriminazione che vanno di pari passo. Sono guidati entrambi dal medesimo orientamento alla dominanza sociale.

Si è dimostrato che le persone, e i gruppi sociali, che mostrano uno di questi due pregiudizi tendono ad avere un tratto anche dell’altro, e una propensione per la disuguaglianza e il discrimine, verso la sopraffazione che porta un gruppo a dominare
su un altro. Alla base sociale del sessismo c’è l’eterna propensione al dominio sociale che esercita sfruttamento.

La società capitalista e il neoliberismo si basano per loro natura sullo sfruttamento, illimitato, di risorse e di persone, e mettono per loro stessa affermazione la competitività tra i massimi valori invece della cooperazione. La legge del più forte e la meritocrazia sulla
cura e sull’accoglienza del più debole. Possiamo a ragione affermare allora che le rivendicazioni di genere vanno inseriti nel dibattito più generale sui diritti umani, questo naturalmente non per diluire e disperdere la questione ma per inquadrarla nella critica sociale e politica della natura antropocentrica del nostro sistema e per individuare non solo le cause ma anche e soprattutto la via di uscita verso le soluzioni da porre.

Da dove nasce la violenza sessista che arriva fino al femminicidio

Si tratta di uomini che uccidono le “proprie” donne, mogli, fidanzate, amanti. Lo fanno quando queste mostrano autonomia, indipendenza, di non essere più, o di non essere mai state, un oggetto a loro disposizione. Disubbidiscono al dettato sociale sottaciuto, ma chiarissimamente percepito a tutti i livelli.

La mancanza di controllo sulla donna, la perdita del dominio, genera nell’uomo una forte destabilizzazione. Egli ritiene che quel dominio gli sia dovuto per genere. La società glielo fa credere e lui lo pretende. Non esercitarlo lo mette in crisi, lo destabilizza perché è su quella subordinazione che è abituato a misurare il proprio valore, la propria forza e virilità nel branco. Quando vede crollare la sua struttura valoriale, intima, ancestrale, anche se inconfessata, si ritrova alienato, frustato e deprivato.

Occorre uccidere il patriarcato affinché non ci siano più femminicidi

Bisogna interrogarsi su questo sistema valoriale che gli uomini hanno ereditato, su questa pulsione di morte che li alberga, che in
qualche modo li costringe. Occorre uccidere il patriarcato affinché non ci siano più femminicidi. Ma va riconosciuto innanzitutto che la necessità di dominio che lo genera si colloca nel cuore del Capitalismo, nella società della guerra perpetua, dello sfruttamento del più debole e dello sfruttamento del pianeta, nel nuovo colonialismo e nella cultura della disuguaglianza che avvelena e inficia la società fino alla sfera
dell’intimo, oramai destrutturato, minato dal crollo dei valori dell’umanesimo.

Il femminicidio è un delitto di potere

L’emancipazione della donna mina il privilegio e il potere indiscutibile della mascolinità. Ma anche la considerazione di sé, l’amor proprio, l’identità resa fragilissima dalla società a-valoriale in cui siamo costretti e costrette tutti, mette al contempo a nudo la fragilità stessa del sistema, la sua vulnerabilità.

In definitiva, occorre uccidere il patriarcato e uccidere il capitalismo affinché non ci siano più femminicidi, perché come ha detto magnificamente Elena CecchettinIl femminicidio è un delitto di potere.

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