Continua il percorso per la registrazione della certificazione. Per il docente universitario la strada dell’IGP è più adatta alle esigenze della mitilicoltura contemporanea rispetto alla DOP.
Si accende il dibattito attorno al percorso di riconoscimento della futura “Cozza di Napoli“. Tra sostenitori e critici, emergono interrogativi sulla scelta della certificazione e sulla denominazione individuata per valorizzare una delle eccellenze agroalimentari della regione.
A fare chiarezza è il professor Vincenzo Peretti, Presidente dell’Associazione per la valorizzazione della Cozza del Mar Tirreno Campania, che spiega le ragioni tecniche, economiche e ambientali alla base della proposta.

Professore, perché per la cozza è stata scelta l’IGP e non la DOP?
«La risposta è semplice: oggi dobbiamo coniugare tutela della qualità, sostenibilità economica delle imprese e capacità di affrontare le sfide imposte dai cambiamenti climatici e dalle emergenze sanitarie. La DOP rappresenta certamente un modello di eccellenza, ma richiede che tutte le fasi produttive si svolgano in un territorio delimitato e secondo criteri molto rigidi. Nel caso della mitilicoltura questo potrebbe tradursi in una minore capacità di risposta a eventi che purtroppo stanno diventando sempre più frequenti».
A quali eventi si riferisce?
«Pensiamo ai cambiamenti climatici con le ondate di calore del mare, ai fenomeni di inquinamento o ai provvedimenti sanitari che possono temporaneamente compromettere alcune aree di allevamento. In questi casi è fondamentale poter gestire il ciclo produttivo con una certa flessibilità, soprattutto nelle fasi di crescita del seme fino al raggiungimento della taglia commerciale, che per il mitile è di almeno cinque centimetri. Un sistema eccessivamente rigido rischierebbe di mettere in difficoltà le imprese e l’intera filiera».
Quindi l’IGP rappresenta una soluzione più efficace?
«L’IGP consente di garantire l’origine, la qualità e il legame con il territorio mantenendo, allo stesso tempo, una maggiore capacità di adattamento. È una scelta che punta alla resilienza del comparto produttivo, senza rinunciare alla valorizzazione del prodotto. In altre parole, si tutela l’identità della cozza campana e contemporaneamente si offre alle aziende la possibilità di affrontare le criticità che il contesto ambientale e sanitario può imporre».
Un altro tema che sta facendo discutere riguarda il nome. Perché “Cozza di Napoli” e non “Cozza di Bacoli”, “di Pozzuoli” o “Flegrea”?
«Perché la denominazione deve essere inclusiva e rappresentare l’intero sistema produttivo regionale. Il nome “Napoli” valorizza una tradizione, un metodo di allevamento e un patrimonio ambientale condiviso da diverse aree vocate della regione. La scelta evita contrapposizioni territoriali e consente a tutti gli operatori di riconoscersi in un progetto comune di valorizzazione».
Le identità locali rischiano di essere penalizzate?
«Assolutamente no. Le identità locali restano un patrimonio prezioso e continueranno a rappresentare un elemento distintivo dei singoli territori. L’obiettivo è diverso: costruire un marchio forte, riconoscibile e competitivo sui mercati nazionali e internazionali, capace di promuovere l’intero comparto regionale».
Quale messaggio desidera lanciare agli operatori e ai cittadini?
«Siamo all’inizio di un percorso importante e complesso. Per questo accogliamo con favore osservazioni, contributi e confronti costruttivi. Il dialogo è sempre utile quando è orientato alla crescita del settore. Ciò che serve oggi è una visione capace di guardare al futuro: proteggere la qualità del prodotto, sostenere le imprese e valorizzare un’eccellenza che appartiene a tutta la Campania. Evitiamo però polemiche sterili e contrapposizioni alimentate soltanto dal clamore dei social. La sfida che abbiamo davanti merita serietà, competenza e spirito di collaborazione».
La futura Cozza di Napoli IGP si propone dunque come uno strumento di valorizzazione territoriale capace di coniugare tradizione e innovazione. Una scelta che punta a rafforzare la competitività della miticoltura campana, garantendo qualità e sicurezza certificata ai consumatori e nuove opportunità di sviluppo alle imprese, in un contesto sempre più segnato dalle sfide ambientali e sanitarie.

