Consumo di suolo: i danni della cementificazione in atto

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Consumo di suolo

Il consumo di suolo è un problema che, negli ultimi anni, sta diventando critico. I dati Ispra mostrano una situazione allarmante.

di Paola Nugnes

Il suolo è un invisibile sconosciuto, abusato, schiacciato, asfaltato, consumato e depredato senza sosta. Ancora oggi in Italia ne consumiamo 2 metri quadri al secondo, è difficile anche solo da immaginare una cosa così, eppure sono i dati Ispra.

Il suolo è la nostra principale fonte di sussistenza e la nostra unica possibilità di sopravvivenza su questo pianeta, eppure è uno sconosciuto per troppi. Non è la superfice che vediamo, che gli urbanisti vedono quando progettano il territorio, che gli architetti segnano disegnando la ‘linea di terra’. Il suolo è uno spessore di vita di 30 cm sotto i nostri piedi, per formare quello spessore ci sono voluti migliaia di anni, 2000 anni per appena 10 centimetri.

Consumo di suolo: i danni della cementificazione in atto

In quello spessore vivono miliardi di microrganismi che svolgono un lavoro impagabile. In cooperazione e mutuo soccorso, senza il quale sarebbe impossibile la nostra vita su questo pianeta, perché senza il suolo, (Carol Carson) la vegetazione terrestre come la conosciamo non esisterebbe e, senza piante, nessun animale potrebbe sopravvivere. 

I microorganismi, a nostra insaputa, creano l’humus che rende fertile la terra che ci sfama e sfama il nostro bestiame, il 99% delle nostre calorie deriva dal suolo, permette la vita delle piante da cui ricaviamo anche i nostri medicinali.

Il suolo ha anche la funzione di drenare, trattenere e cedere l’acqua, indispensabile riserva per la vita e azione necessaria per evitare inondazioni e frane, che sempre più ci devastano.

Ci serve per mangiare e per bere, dunque, e ci serve per proteggere i nostri territori. Le nostre case, le nostre città, ma ci serve anche per respirare, poiché sequestra la CO2 e ci restituisce ossigeno, che meraviglia, più delle piante, che nel giro di qualche decina di anni, degradando, sono destinate a rilasciarla nuovamente in atmosfera.

Il suolo è certamente il più grande sequestratore di carbonio che ci sia, dopo l’oceano. Nel suolo entra la morte, sotto forma di foglie secche, rami, escrementi, cadaveri, e ne esce la vita, sottoforma di sostanza organica. Il suolo, però, è anche un grande regolatore climatico, respira e mitiga il clima, se è un suolo sano, naturalmente.

Purtroppo, come ci dicono i dati dell’ultimo rapporto di gennaio dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, i nostri suoli non stanno tanto bene, il 70% dei suoli europei non è in buone condizioni; le minacce cui sono  sottoposti sono tante, vanno dall’inquinamento, al consumo di suolo, all’impermeabilizzazione, all’industria agro alimentare, agli allevamenti intensivi, al cattivo ciclo dei rifiuti, e all’abbandono, questo rende la situazione certamente molto preoccupante e emergenziale.

Consumo di suolo: i dati parlano chiaro

Ogni anno in Italia si verificano 1500 avvenimenti catastrofici dovuti al clima. Questo è il dato dell’ Eswd, la banca dati europea sugli eventi atmosferici estremi, che studia il nostro paese come hot spot climatico. Essendo per conformazione e posizione, una penisola al centro del mediterraneo, un luogo dove gli effetti del surriscaldamento climatico globale si manifestano in modo più evidente che altrove. Eppure, nonostante tutto questo, nel nostro paese si consuma in media molto più suolo, molto più velocemente che nel resto di Europa.

La pandemia è stata un chiaro segnale di come il nostro modello di sviluppo, predatorio e illimitato, ci abbia portato al limite della catastrofe ambientale. Eppure, proprio nel 2021, si è registrato il record di consumo di suolo degli ultimi dieci anni. Una cosa inverosimile, in un solo anno, abbiamo impermeabilizzato 70 chilometri quadri di suolo, una media di circa 19 ettari al giorno, in nome di una pretesa ripresa economica, quando è bene tener presente che ogni ettaro cementificato è un costo per la collettività, 6 mila e cinquecento euro l’anno di manutenzione.

Cosa è stato fatto sul consumo di suolo

Nella XVIII legislatura non siamo riuscite a far passare la tanto bramata “legge sullo stop al consumo di suolo”, ma siamo riuscite a far approvare un importante disegno di legge Costituzionale che modifica l’art. 9 e l’art. 41.


Nell’articolo 9, tra i doveri di tutela della Repubblica, sono inseriti finalmente l’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi, gli animali, anche nell’interesse delle future generazioni. È un passaggio epocale poiché si va oltre la tutela del paesaggio, che è l’ambiente antropizzato, e si dà dignità giuridica all’ambiente, alla biodiversità e agli ecosistemi, ossia al suolo, alla terra, agli oceani (e agli animali) e lo si fa anche per le future generazioni, perché tutto questo non ci appartiene, ci è solo dato in custodia.


L’art. 41 fa un altro passo in avanti, stabilendo che l’impresa privata non può svolgersi in contrasto, non solo con l’utilità sociale, la sicurezza, la liberta, la dignità umana, ma neanche in modo da recare danno alla salute e all’ambiente.

Una rivoluzione solo su carta: occorrono interventi concreti

Una vera rivoluzione, ma tutta sulla carta, anche se si tratta della Carta Costituzionale, che non risolve in concreto il grande, eterno conflitto di interessi tra la necessaria tutela del bene comune essenziale suolo e la proprietà delle terre, che per la rendita fondiaria ha l’arrogante pretesa di trarre un beneficio economico dal cambio di destinazione dei suoli, da agricoli a urbanizzati, seppellendo per sempre i servizi ecosistemici svolti per la vita di tutti gli esseri della terra.

Il governo del territorio è in mano ai sindaci, che con i piani regolatori fanno troppo spesso l’interesse economico di alcuni potenti, a discapito dell’interesse generale. È per questo che in Italia si costruisce tanto e si consuma suolo ad una velocità non giustificata dalle esigenze demografiche che vanno in controtendenza da decenni.

Certo oramai l’uso improprio delle parole, costume dei nostri tempi, permette alle leggi regionali urbanistiche sul suolo di declamare volontà ambientaliste e di stop al consumo di suolo solo nelle premesse, e di contraddirle nell’articolato.

I rapporti annuali di Ispra sono una prova provata di come queste leggi siano ingannevoli.

Ci vorrebbe una legge nazionale, che fissi inderogabilmente i limiti al consumo di suolo, che obblighi ad un censimento delle aree dismesse.

Il problema dei capannoni e del patrimonio immobiliare esistente inutilizzati e che orienti su quelle aree e su quegli immobili, la progettazione e il riutilizzo per tutte le funzioni, le attività, abitative, logistiche, dei servizi e produttive. Si può fare.

Eppure, sono almeno due decenni che in Parlamento si prova a farlo e non si riesce, sempre per l’opposizione di volontà politiche trasversali che tutelano gli interessi di gruppi di potere, e per le regioni che si oppongono, sventolando diritti edificatori, a loro detta inattaccabili, nelle loro leggi farlocche.

Eppure, già l’imperatore Adriano, (Marguerite Yourcenar) aveva colto l’essenza del suolo quale bene comune, che non può essere sottratto ai tutti cui appartiene, per un vantato diritto di proprietà, se questa proprietà è in contrasto con l’interesse generale. Adriano, scandalizzato dal fatto che i proprietari terrieri lasciassero incolte le terre quando migliaia di contadini avrebbero potuto coltivarla per il bene di tutti,  prese una decisione, che noi non siamo capaci di prendere, decise che dopo 5 anni di incultura le terre sarebbero state requisite e date ad altri agricoltori; un riconoscimento pieno del fatto che il suolo è un bene comune, pubblico e sociale, che non è strumento di affari privati, che nessuno può arrogarsi il diritto di lasciarlo morire, che non basta essere proprietario di un bene per farne quel che si vuole se a quel bene sono legate le sorti di altri esseri. Riuscii a fare quello che la politica di oggi, anche di fronte ai disastri del cambiamento climatico, non è in grado di fare.

Questo anno ricorre il 60esimo anniversario del film di RIsi “le mani sulla città”. Il professor Pagliara, ad architettura cacciava dall’aula chiunque non lo avesse visto “non puoi essere un architetto se non hai visto Risi” gridava!

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