Aree fragili e divari socio-economici

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Autonomia differenziata

di Luigi Barretta

Parlare di territori e di divari socioeconomici significa parlare di divari di produttività.

Il declino economico del Mezzogiorno ha come causa prima il divario di produttività dovuto alla differenza di dotazione infrastrutturale e di grado di sviluppo industriale tra le due aree economiche del Regno di Sardegna dei Savoia e del Regno delle Due Sicilie dei Borboni.

Ciò che mise in moto il processo di declino fu la creazione di un’unica area doganale all’interno del neonato Regno d’Italia.

L’unione doganale eliminò i dazi tra i diversi Stati Italiani preunitari ed espose l’area economica del Sud Italia alle conseguenze del divario di produttività con quella del Nord Italia.

L’eliminazione dei dazi portò la bilancia commerciale del Sud ad essere in perenne deficit, deficit che inizialmente fu finanziato con il passaggio di proprietà di beni materiali del Sud, riserve auree, terre, manifatture, alle aziende del Nord e con la nascita della Repubblica con il trasferimento al Sud delle imposte prelevate al Nord, cosa che ha reso possibile mantenere l’Italia unita fino ad oggi.

Il passaggio di proprietà del capitale delle popolazioni del Sud è avvenuto perché un deficit che si cumula produce un debito ed il debito, attraverso il logorio causato dal pagamento degli interessi, lentamente trasferisce la proprietà dei beni reali dal debitore al creditore: quando il reddito non è più sufficiente a garantire il livello di consumi, prima si riducono i consumi, poi si vendono i gioielli, poi le terre, poi la casa e poi la propria capacità lavorativa, avendo perso la proprietà del capitale necessario alla produzione in proprio.

Man mano che la dotazione di capitale del debitore si riduce cala la sua produttività autonoma e la sua attività produttiva si limita all’offerta di manodopera al nuovo padrone del capitale (migrazione al Nord dei lavoratori del Sud), accettando che il salario reale si adegui per mantenere la competitività della produzione rispetto ai concorrenti internazionali, e di restituirgli il salario ricevuto attraverso il consumo dei beni e servizi prodotti dal lavoro dello stesso debitore.

Il ruolo dell’Unione Europea

L’Unione Economica Europea ha sancito la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali, e introdotto la moneta unica europea, eliminando il cambio uno strumento come i dazi utile a compensare i divari di produttività, ciò ha messo a contatto diretto l’economia italiana con aree economiche a più elevata produttività, così da oltre 20 anni l’Italia sta vivendo la stessa sorte toccata al Sud Italia con l’Unità d’Italia.

Infatti, il debito pubblico italiano dal 2002, anno di introduzione al dettaglio della moneta unica europea, ad oggi è passato da circa €1.369 miliardi a €2.868 miliardi (+109,5%) mentre il PIL è passato da €1.346 miliardi a circa €2.000 miliardi stimati a fine 2023 (+48,6%).

Il rapporto Debito/PIL è passato dal 105% del 2002 al 141,7% nel 2023 e questo è avvenuto “a salti” in occasione delle recessioni (fallimento Lehman, crisi greca, Covid) che hanno colpito l’economia e frenato la crescita del PIL, peggiorando così il rapporto Debito/PIL (grafico 1).

Grafico 1

La spesa pubblica, fino al periodo Covid, ha mantenuto un rapporto costante rispetto al PIL intorno al 48,5% (grafico 2). Questo comportamento apparentemente virtuoso in realtà maschera il fatto che la spesa non è stata diretta verso investimenti pubblici o privati (grafico 3) in grado di stimolare una crescita economica capace di ripagare l’aumento di spesa, bensì verso il sostegno ai consumi.

Grafico 2

Di converso, nel periodo Covid, il rapporto spesa pubblica/PIL è peggiorato di circa il 20%, passando a circa 56,5% dal 48,5% (grafico 2), ma questo ha incentivato l’aumento degli investimenti come mostra il grafico 3 e con essi una crescita economica che pare sul sentiero per riportare il rapporto Debito/PIL verso la media storica (grafico 1).

Grafico 3

Come la cronaca finanziaria ricorda, l’aumento del debito ha portato al passaggio nelle mani dei creditori di beni materiali degli Italiani (privatizzazioni, passaggio in mani straniere di marchi, aziende, terre, immobili) e all’intensificarsi dell’emigrazione di capitale umano qualificato verso l’estero.

Questa “caccia” alle garanzie non è finito, anzi la pressione dei creditori per acquisire garanzie reali cresce col crescere del debito pubblico.

Da anni i creditori internazionali stanno cercando di aggredire il patrimonio immobiliare italiano attraverso l’introduzione di imposte di successione, patrimoniali e l’imposizione di assurde norme sulle classi energetiche delle abitazioni; la pressione in tal senso è aumentata dopo l’enorme debito aggiuntivo costituito dalla parte non a fondo perduto del PNRR.

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e i divari socio-economici: soluzione o problema?

A tal fine, il nuovo cavallo di Troia si chiama modifica del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Il problema del MES modificato è che introduce una procedura tecnica, pressocché automatica, per gestire le crisi, cosa che sminuisce la dimensione politica di questo strumento di solidarietà europeo, relegandolo a mero veicolo finanziario con il quale possono interloquire tutti i creditori, dal FMI ai privati, per gestire il rischio fallimento di Stati e Banche d’Europa.

Per attivare i finanziamenti del MES è necessario che il debito sia giudicato sostenibile dallo stesso MES.

In caso di crisi, il testo modificato del MES allude alla possibilità (calorosi consigli che non si possono ignorare) che il Governo italiano attivi le clausole di azione collettiva (CACS) per il default controllato del debito, cioè dire che i BTP non rimborseranno il 100% del nominale, ma ad esempio il 70%, per rendere il debito sostenibile.

Questo significa che in caso di crisi il tavolo politico verrebbe eluso:

Italia sei in difficoltà? Esiste una procedura, attivala, e pagane le conseguenze.

Un vero europeista che creda nella creazione di una reale Europa Politica dovrebbe essere contrario all’ennesima tecnostruttura che supplisce alla latitanza della Politica europea.

Il MES modificato è una sovrastruttura contraria agli interessi dell’Italia e dell’Europa perché allontana l’Europa dal suo percorso verso l’Unità Politica.

L’analisi dello scenario attuale

Questa sintetica e semplificata storia economica d’Italia dall’Unità ai giorni nostri dà alcuni spunti utili ad affrontare il problema del divario di produttività e quindi socioeconomico delle Aree Territoriali Fragili.

Il primo spunto è che il divario di produttività tra aree economiche si colma attraverso la capitalizzazione dei territori perché la dotazione di capitale e di tecnologia sono fattori determinanti della produttività: la produttività di un ricercatore con a disposizione un computer quantistico è di moltissimi ordini di grandezza più alta di quella dello stesso ricercatore con a disposizione un foglio excel.

Il secondo è che il finanziamento dei territori da parte dello Stato è uno strumento da utilizzare in modo coscienzioso.

Lo Stato acquisisce le risorse per finanziare questi trasferimenti attraverso l’emissione di debito.

Pertanto, il territorio che chiede il sostegno dello Stato ha l’obbligo verso tutti i cittadini italiani che l’investimento aumenti la produttività delle persone che abitano quel territorio così da generare una crescita economica superiore a quella necessaria a ripagare il debito, comprensivo di interessi, che lo Stato sta sostenendo a favore del territorio e per questa via ricapitalizzarlo e colmare il divario economico e sociale con il resto d’Europa.

Il terzo spunto che ci fornisce la storia è la natura perversa del sostegno al consumo.

L’entità dei contributi pubblici trasferiti al Sud è stata ingente in questi decenni, ma questo non ha impedito che il divario Nord-Sud si ampliasse.

La ragione è che le risorse sono state destinate prevalentemente a supportare la capacità di consumo delle persone invece dell’accumulo di capitale nei territori del Sud.

Il sostegno al consumo sembra aiutare chi è in difficoltà, in realtà arricchisce le aziende, spesso del Nord o estere, che già producono i beni e servizi che verranno per necessità acquistati da chi è in difficoltà.

Infatti, la famiglia in difficoltà non investe per aumentare la propria produttività ma consuma per sopravvivere. Mancando la fase di accumulazione di capitale la famiglia in difficoltà non evolverà mai allo stadio di famiglia-produttrice che pianifica la propria crescita culturale, professionale ed economica. È come dare del grano ad uno così affamato che non ha i mezzi ed il tempo per arare la terra, seminare ed aspettare il giorno del raccolto e così si mangia il grano, rinunciando alla sua ricchezza futura.

Questo truismo non ha impedito a tutti i Governi della Repubblica, incluso l’attuale, di sottoporre al Parlamento leggi che formalmente si presentano come sussidi o sgravi fiscali per le famiglie disagiate ma nella sostanza non sono altro che aiuti alle imprese spesso estere.

Garantire ai produttori un mercato di consumatori sovvenzionati dallo Stato produce inflazione e una classe imprenditoriale “pigra” e fatta di rentiers.

Il mestiere degli imprenditori è capire i desideri dei consumatori ed investire, rischiando il proprio capitale, per soddisfarli ed ottenere come premio un utile.

Il rischio che l’impresa non abbia successo giustifica l’utile, esso remunera l’imprenditore per il rischio sostenuto.

Quando l’incentivo pubblico crea un mercato dedicato, la prima reazione dell’imprenditore alla domanda sovvenzionata è di alzare i prezzi per generare un ricavo che eventualmente verrà utilizzato per investire in una maggiore capacità produttiva.

Questo investimento avrà effettivamente luogo se l’imprenditore riterrà che la profittabilità dell’azienda continuerà nel tempo anche oltre la durata dell’incentivo pubblico, altrimenti incassa l’extraprofitto, vende o liquida l’azienda e si gode i soldi.

Le soluzioni possibili e le prospettive della ZES

Alla luce degli spunti che ci ha dato la storia, che azioni possono essere fatte per ricapitalizzare i Territori Fragili?

La prima è essere consapevoli che non esiste un unico Piano per i Territori Fragili, ogni intervento va calato nel territorio specifico, perché ogni territorio ha un proprio “vantaggio competitivo” su cui investire per accrescere la produttività ed il benessere dei cittadini che lo abitano, per alcuni potrà essere il turismo, per altri l’agricoltura IGP o bio, per altri ancora l’industria dello spazio e così via.

Per questo, l’ineludibile compito degli Amministratori di un territorio è quello di stendere un solido piano d’impresa per il territorio che supporti la convenienza finanziaria dell’investimento che si richiede allo Stato Centrale, che è cosa diversa dal chiedere soldi sventolando il pacchetto di voti che può garantire il territorio in questione.

La seconda è riconoscere che i sussidi al consumo sono una tossicodipendenza da cui disintossicarsi, perché arricchiscono solo gli spacciatori.

La terza azione per ricapitalizzare i Territori Fragili è la creazione di una Zona Economica Speciale (ZES) per mettere in atto una diversa logica di imposizione fiscale che favorisca l’investimento e l’occupazione.

L’attuale sistema fiscale italiano ha un vizio strutturale: si basa sul reddito; eppure, incentiva l’occultamento del reddito, visto che il prelievo fiscale avviene prima sul reddito e poi sul consumo.

Questa circostanza crea uno spazio collusivo tra produttore e consumatore, dove il primo occulta il reddito ed il secondo risparmia almeno la tassa sul consumo.

Lo Stato cerca di recuperare l’introito fiscale attraverso micro-patrimoniali, accise ed elevatissime aliquote progressive sul reddito dichiarato, elevatissime perché considera degna dell’aliquota massima una soglia di reddito che a una famiglia di 4 persone da mantenere a Milano non consente di arrivare al 20 del mese, ma nonostante l’accanimento fiscale la perdita di gettito ogni anno è imponente.

L’attuale sistema fiscale disincentiva la capitalizzazione delle imprese, favorendo una struttura del capitale aziendale sbilanciata verso il debito, e incentiva l’esterovestizione degli utili su ricavi realizzati in Italia, attraverso la localizzazione della sede sociale o delle unità produttive in Paesi con fiscalità di favore.

La sottocapitalizzazione delle imprese rende loro difficile e più oneroso il finanziamento degli investimenti mentre l’esterovestizione degli utili riduce l’introito fiscale dello Stato e di conseguenza riduce le risorse disponibili per gli investimenti pubblici in Italia e nei Territori Fragili.

La creazione della ZES può essere l’occasione per introdurre una logica fiscale diversa, centrata sul contrasto di interesse tra produttore e consumatore, che si appoggi su 4 principi generali:

  1. il pagamento dell’imposta sul consumo diventa il titolo legale per la deduzione integrale della spesa per consumi dal reddito imponibile;
  2. solo le persone fisiche pagano le imposte; le imprese non pagano le imposte, ma solo gli azionisti titolari effettivi che ne incassano gli utili;
  3. entrano nel calcolo dell’imponibile tutti i redditi di qualunque natura passati per cassa;
  4. il reddito imponibile è tassato con flat tax.

Con questa logica, l’occultamento del reddito risulta molto difficile, perché tutti sono incentivati a ricevere la quietanza del pagamento IVA per scaricare dall’imponibile la spesa fatturata e questo elimina lo spazio di collusione tra venditore ed acquirente. Infatti, se il reddito venisse speso e non dedotto, il compratore pagherebbe le imposte su quel reddito, di fatto pagando le tasse al posto del venditore e lo Stato non ci rimetterebbe un Euro.

Il cumulo di un reddito da lavoro o da pensione con un reddito da affitto di immobile o da rendita finanziaria non pagherebbe alcuna imposta, se il cumulo di quanto incassato venisse integralmente compensato da spese deducibili. In questo modo, si introduce una forte dose di equità fiscale, oggi menomata da tante “mini-patrimoniali” e da un sistema fiscale di fatto regressivo.

Insieme all’introduzione di alcune norme per definire la residenza fiscale delle imprese e la compensazione su base mensile dell’IVA pagata dalle aziende, l’assenza di imposizione fiscale sulle imprese rende il territorio su cui insiste la ZES molto attrattiva, specie per gli imprenditori che intendono stabilire impianti produttivi nel territorio, e restituisce all’imprenditore la libertà di trovare il rapporto debito/capitale proprio più adatto alla sua attività senza la distorsione prodotta dal calcolo delle convenienze fiscali, favorendo l’investimento nel territorio e nella crescita di lungo termine dell’azienda.

In questa logica lo Stato ottiene l’emersione del reddito, elemento su cui si basa l’introito fiscale e molto del costo per il welfare pubblico, in cambio dell’incasso delle imposte in parte al momento in cui il reddito viene speso (IVA) e in parte quando il cittadino ha soddisfatto i bisogni di consumo della sua famiglia (flat tax su reddito imponibile).

La strada per uscire dal circolo vizioso

In conclusione, la produttività della popolazione di un territorio dipende dalla dotazione di capitale materiale e umano disponibile in quel del territorio.

Quando l’economia di un territorio entra in competizione con quella di un altro, in assenza di filtri (tasso di cambio, dazi, etc…), nel tempo il territorio con la produttività più bassa perde il proprio capitale materiale e umano.

Questa è l’origine dei divari di crescita economica e sociale tra territori.

La strada per uscire da questo circolo vizioso passa per la ricapitalizzazione materiale ed umana dei territori diventati fragili attraverso:

  • la definizione di piani di valorizzazione del vantaggio competitivo di ciascun territorio;
  • la conversione in spesa per investimenti pubblici della spesa oggi dedicata al sostegno dei consumi;
  • l’adozione di una normativa fiscale che incentivi il consumo e l’investimento produttivo sul territorio e che generi un impatto positivo sui conti dello Stato nel medio periodo.

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