Una culla per la vita

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Ogni anno sono circa 300 i bambini abbandonati negli ospedali.

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Una culla per la vita: i dati della Società Italiana di Neonatologia

Enea é il nome del bambino protagonista di uno degli ultimi casi che ha suscitato tanto clamore, di abbandono dopo il parto. Ma Enea non è il primo, né l’ultimo bambino a ricevere, forse un solo abbraccio dalla propria mamma. Una mamma che non può o non intende riconoscere il figlio, ma lo affida a mani sicure. La Società Italiana di Neonatologia il 13 Aprile ha diramato un comunicato con delle precisazioni rispetto al numero degli abbandoni.

“La stima dei 3000 bambini abbandonati  è un dato ormai superato, in quanto risalente al 2005. L’unico riferimento esistente più recente è del 2015 ed è figlio di una indagine condotta su un campione nazionale di 100 Centri nascita ed effettuata dalla Società Italiana di Neonatologia (SIN). In questa ricerca è stato individuato un totale di 56 neonati non riconosciuti dalle mamme su un totale di 80.060 bambini. Nel 62,5% dei casi si tratta di neonati non riconosciuti da madri straniere e nel 37,5% da mamme italiane, con un’età compresa tra i 18 e i 30 anni nel 48,2% dei casi  Questi numeri portano la SIN a stimare che il fenomeno dei bambini non riconosciuti alla nascita incide a livello nazionale per circa lo 0,07% sul totale dei bambini nati vivi”. 

Una culla per la vita: i bambini che sfuggono al conteggio

A questi numeri è ragionevole pensare di aggiungere quelli dei bambini che vengono abbandonati e nessuno riesce a trovare? Di questi, chiaramente, una stima  non c’è. E chiaramente non si può avere. Ma chi lavora con le mamme in difficoltà, coi bambini abbandonati e, in generale con famiglie più fragili, sa che purtroppo i numeri “invisibili” ci sono. E non sono trascurabili. Ecco perché, tanto per i bambini abbandonati ufficialmente che per gli alti, è di primaria importanza promuovere e difendere la vita attraverso il parto in anonimato e la culla per la vita.

Il diritto al parto in anonimato

La legge consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’ospedale in cui è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”.

La nascita di un bambino è un evento straordinario, presuppone per la neo-mamma (e non solo) la predisposizione ad un cambiamento ed alla consapevolezza che nasce una nuova forma di responsabilità verso qualcuno che non ha deciso di essere messo al mondo. La stessa responsabilità che in alcuni casi le conduce alla decisione (responsabile) di affidarlo a chi in quel momento può dargli più di quanto loro stanno sottraendo. Una decisione da rispettare perché non siamo la storia, non siamo le emozioni, e nemmeno il quotidiano di chi sceglie il parto in anonimato. Da sempre esistono motivazioni che vanno oltre il mero discorso economico e di sostentamento.

Accesso alle proprie origini biologiche

Se da un lato c’è una madre col proprio diritto di partorire in anonimato, dall’altro ci potrebbe essere un bambino ormai adulto con l’esigenza di dover conoscere le proprie origini biologiche. Accanto ad una questione puramente emotiva e di cuore, potrebbe esserci quella connessa all’ereditarietá di alcuni caratteri trasmissibili col DNA. Questo diritto non è ancora disciplinato dalla legge e pertanto non esiste.

Nel 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime le norme che impediscono, per motivi di privacy, di risalire ed interpellare la mamma biologica. E’ da allora che si aspetta l’intervento del legislatore. Con la sentenza n. 1946 del 25 gennaio 2017, le Sezioni unite della Cassazione hanno affrontato per la prima volta la questione dell’attuabilità della tutela giurisdizionale del diritto all’accesso alle origini. Ha stabilito che, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 278 del 2013, anche se il legislatore non ha ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata. Questo sempre su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini

Non ci resta che attendere.

Questo articolo è per tutti quei bambini che hanno pensato, almeno una volta, che la propria mamma sia stata “ingiusta” o non amorevole. Alcune cose vengono scelte proprio perché si ama troppo.

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