“Non muoio neanche se mi ammazzano”. La storia degli IMI, Militari Internati Italiani del ’43

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È stato presentato nel Giorno della Memoria, il 27 gennaio, il nuovo lavoro di Letizia Cuzzola. Da più di un decennio nel mondo dei libri come editor, traduttrice e critica letteraria è anche fondatrice e direttore dell’agenzia editoriale Lettere a Calliope. Ha scelto questo giorno perché è un lavoro di ricerca nella memoria, negli archivi, nei rapporti fra gente individuata in vecchie sfumate fotografie. È la storia degli IMI. La storia dei Internati Militari Italiani (in tedesco Italienische Militärinternierte – IMI). Questa è la definizione attribuita dalle autorità tedesche ai soldati italiani. Venivano quindi catturati e deportati in Germania nel periodo successivi alla proclamazione dell’armistizio dell’Italia, l’8 settembre 1943. Suo nonno era un IMI. Vittorio Cuppari, sottufficiale della Marina che, poco dopo la resa dell’Italia nel 1943, viene catturato anche lui dai nazisti e portato nei campi di concentramento in Germania. La sua colpa era quella di erssersi rifiutato di unirsi all’esercito tedesco. Ventuno mesi di prigionia. Quasi due anni, che diventano significativi per raccontate e ricordare una “questione”, di fatto poco conosciuta e forse mai affrontata, della sorte di quei militari che hanno avuto il coraggio di opporsi ai voleri di Hitler ed di cui non si riconosce il valore.

L’evento, organizzato nell’ambito della undicesima edizione del Premio Muricello, si è svolto presso la libreria Tavella a Lamezia Terme. Presente anche il prof. ing. Enzo Siviero, Rettore dell’Università E-Campus, che ha voluto esprimere un suo sentito parere, dopo aver letto il libro.

La riflessione di Enzo Siviero

«Mi ritrovo quasi per caso alla presentazione di un libro che mi aveva incuriosito, un po’ per il titolo molto per i contenuti che mi erano stati brevemente illustrati. Ne sono rimasto colpito o meglio, affascinato. Un libro che mi è subito apparso come necessario. Le stesse parole dei presentatori e dell’autrice mi hanno riportato ad un passato ignorato dai più ma che io da sempre ho sentito come immanente. Nato a gennaio del ‘45 in un luogo di campagna ai bordi di Padova “sotto le bombe” che cercavano di distruggere un ponte ferroviario sul Brenta, sentivo il marchio infame delle leggi razziali avendo scoperto che nel mio certificato di nascita era scritto “di razza ariana” . Invero all’epoca vigeva la Repubblica Sociale Italiana complice e alleata dei nazisti ormai in fuga per la guerra chiaramente persa! Ebbene la storia degli italiani militari internati mi era nota per piccoli flash e ritrovare in questo bel libro le vicende vissute e raccontate dall’autrice come fosse in prima persona, sia pure a distanza di ottanta anni, mi è sembrato un dono inatteso. Ancor più valorizzato dal Giorno della Memoria. Io stesso alcuni luoghi li ho vissuti allorché nel ‘65 da studente passai quattro mesi in Germania incontrando giovani con i quali ho condiviso molto. E poi di Erfurt avevo un ulteriore ricordo essendo ivi ambientata l’inizio della storia (quasi) romanzata che Francesco Pinto ha tracciato su mio cugino Rodolfo Siviero definito “l’uomo che salvo la bellezza” (il vero monument man italiano). In questo ambito ho inteso proclamare l’universalità della cultura: unico “ponte” di pace ben al di là dei muri della guerra. Cosicché a fine presentazione io stesso ho voluto spendere due parole per sancire che l’odio semina odio e non vi può essere pace senza comprendere le ragioni degli altri prima di ribadire le proprie. Il libro l’ho poi letto d’un fiato e nei momenti di struggente emozione mi sono sentito ancor più partecipe della denuncia dei diritti negati, della volontà di annientamento della “persona” trasformata in “cosa”. E come non richiamare l’olocausto come fase storica (ma ahimè non ancora storicizzata in gran parte del mondo …) e riportare all’attenzione di tutti le nefandezze di un presente che nulla ha imparato dal passato. E in tutto questo un sospetto mi rode… non è che le nostre genti “italiche” abbiano a cuore in grande prevalenza i propri personali interessi ipocritamente sbandierando a parole ciò che negano nei fatti? In fondo siamo figli delle conflittualità dei “Comuni”, vieppiù amplificate nel Rinascimento dei Signori padroni delle loro terre e dei rispettivi abitanti. (Non donna di province ma bordello). Vero è che siamo figli di Dante e Petrarca di Leonardo e Galileo, ma anche di Machiavelli. E abbiamo raggiunto assai tardi l’unità, credo anche per la “benevolenza” di Inglesi e Francesi. E forse psicologicamente non ancora percepita visto i divari tra nord e Sud. Mi si perdoni questo sfogo! Ma in questo straordinario racconto i protagonisti sono i veri eroi di una umanità da riscattare assieme alla libertà. Questo è il messaggio che mi è sembrato di cogliere in questo bel libro. E complimenti all’autrice e a tutti coloro che l’hanno supportata nella sua immane e indefessa fatica nel raccogliere le (poche?) testimonianze documentali e farne un insieme di verità vissuta alla quale ci dobbiamo inchinare con il rispetto dovuto per chi ha sacrificato il proprio essere anche a scapito dei propri affetti famigliari. Ebbene non a caso lo sfondo culturale dei nostri è la Calabria e con essa un mondo vero in cui è ancora la famiglia a dettare la qualità del nostro vivere. Cari concittadini calabresi (io sono cittadino onorario di Africo.) siate/siamo orgogliosi di questa terra che tantissimo ha dato nel passato e tanto ancora potrà dare in futuro nel ricordo di chi ha tracciato la via della libertà contro ogni dittatura».

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