Michelangelo Schipa e la storia del Mezzogiorno: ecco la lectio magistralis

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di Giorgio Mantovano

Per comprendere un periodo fondamentale della storia del Mezzogiorno non si può prescindere dalla figura di Michelangelo Schipa (1854- 1939)[1]. Nato a Lecce, studente modello nel liceo cittadino, si recò a Napoli nel 1873 con una borsa di studio concessa da quell’Amministrazione provinciale, sotto gli auspici del Duca Sigismondo Castromediano.

Laureatosi nel 1877 nella gloriosa Facoltà di lettere napoletana, lo Schipa fu alunno prediletto del De Sanctis e del Settembrini, dello Spaventa e del De Blasiis. Di quest’ultimo si dichiarò “discepolo nel pieno senso della parola”. Fu Francesco De Sanctis a nominarlo, appena un anno dopo la laurea, come incaricato di Storia e Geografia nel Liceo di Salerno. Il glorioso passato di quella città lo sedusse coi suoi monumenti longobardi e normanni, lo incuriosì con i fantasmi dei Pandolfo, dei Guaimario, dei Gisulfo, coi ricordi della superba figura di Roberto Guiscardo, del cui genio, come sottolineò E. Pontieri, “parlano anche adesso, con muto diverso linguaggio, le rovine del castello e la superstite grandiosità della cattedrale di quella storica città”[2].

In quegli anni lo Schipa avvertì forte il fascino del misterioso Medio Evo meridionale. Tra il 1880 e il 1881 pubblicò, rielaborandole, le dissertazioni inaugurali tenute rispettivamente per gli anni scolastici 1878 -1879 e 1879 -1880 dedicate alla figura di Alfano I ed a problemi di storia amalfitana[3]. Ritornato a Napoli nel 1887, alternò l’esplorazione archivistico – documentaria agli anni di insegnamento all’Istituto tecnico e al Collegio militare. Nel 1901 successe al De Blasiis come incaricato nell’insegnamento di Storia Moderna presso l’Università di Napoli e nell’aprile del 1904, con una chiamata per chiara fama, ottenne la titolarità della cattedra.

Docente ordinario di Storia Moderna dal 1904 al 1929 nell’Ateneo napoletano, fu Presidente della Società Napoletana di Storia patria (dal 1914 al 1933) e diresse per lunghi anni l’“Archivio Storico Napoletano”, collaborando ai maggiori periodici storici, dall’ “Archivio Storico Italiano” e da “Napoli nobilissima”  alla “Rivista Storica italiana” ed alla “Japigia”. Visse tra gli studi, l’Università e la Società Storica. Tra questi poli della sua vita interiore, nacque e si svolse quel ciclo di studi che, iniziati nel 1906 con le suggestive “Contese sociali napoletane nel Medio Evo” e culminati nel 1925 col magistrale volume su Masaniello, costituiscono una ricostruzione totale della vita interna napoletana dal XII al XVII secolo.

Appartenne all’Accademia Pontaniana dal 1890, a quella Reale di Napoli dal 1913, alla Reale di Palermo dal 1920, ai Lincei, come socio corrispondente dal 1919 e socio nazionale dal 1928, nonché ad altri Consessi, quale il Consiglio Superiore per gli Archivi di Stato. Nella severità dell’indagine scientifica, che ebbe come costante punto di riferimento le figure di Bartolommeo Capasso[4] e Giuseppe De Blasiis[5], tra i fondatori e primissimi animatori della Società Storica Napoletana, Michelangelo Schipa seppe ovunque suscitare fervore di studi e ammirazione.

Benedetto Croce, in “Storia del Regno di Napoli” (Laterza,1925), scrisse una intensa dedica sul frontespizio: “All’amico Michelangelo Schipa/ che l’intera vita ha consacrata/ a illustrare la storia/ del Mezzogiorno d’Italia/Maggio MCMXXIV“. Anche Gioacchino Volpe, insigne storico, nel presentare nel 1938 ai lettori un volume dello Schipa, omaggio dei devoti discepoli al loro Maestro, osservò: “Oggi, se vuoi giungere alla conoscenza del Mezzogiorno, devi passare attraverso lo Schipa”. Ed aggiunse: “A questo omaggio, pur tenue com’è, tutti gli studiosi italiani si associano, giovani e non più giovani: poiché tutti, poco o molto, vogliono essere considerati discepoli di lui: tutti da lui hanno imparato, oltre quel ch’è la storia del Mezzogiorno, di Masaniello o di Carlo di Borbone, quel che è una lunga vita di lavoro, tutta disinteresse, dignità, fervore[6].

Il Mezzogiorno visto da Michelangelo Schipa

Straordinario fu l’apporto dato all’esplorazione ed alla comprensione dell’Italia Meridionale pre-normanna, con una serie di memorie erudite sulle fonti e sulle denominazioni geografiche della Calabria, della Sicilia e Italia nel Medio evo[7].

Vastissimi gli ambiti di indagine di cui, in questa sede, è possibile solo un brevissimo e parziale cenno[8]: dalle due ampie monografie su la “Storia del Principato longobardo di Salerno” (del 1887) e su la “Storia del Ducato napoletano” (1893 – 95), poi confluite e affinate, anni dopo, nel volume “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia: Ducato di Napoli e Principato di Salerno” (1923), agli studi dedicati alla Napoli greco – romana[9], alla società napoletana nel Medio Evo[10], alle figure del duca d’Ossuna[11], di Giulio Genoino[12], uno dei personaggi chiave della storia politica napoletana dei primi decenni del secolo XVII, di Domenico Caracciolo[13], di Ludovico Muratori[14],  di Carlo Troya[15] e del principe di Montesarchio[16]; dall’ampio capitolo su Federico II di Svevia per la celebre “Storia Medievale” di Cambridge[17], ai lavori sul periodo angioino con la monografia relativa a Carlo Martello[18], il primogenito di Re Carlo II, ricordato da Dante.

Michelangelo Schipa: la figura di  Masaniello e il giudizio sulla monarchia borbonica

Notevoli i contributi del tutto nuovi sulla controversa figura di Masaniello[19] e gli studi dedicati al Regno di Napoli sotto i Borboni[20], con una particolare attenzione agli aspetti economico giuridici che costituivano i nuovi orizzonti della storiografia italiana, sempre più sensibile alla storia dell’economia, del diritto e delle istituzioni.

Nel ricordarne la figura, Ernesto Pontieri sottolineò che lo Schipa non solo negò costantemente alla monarchia borbonica la capacità e la volontà di farsi artefice di progresso tra i suoi sudditi, ma anche reagì sempre contro tutti i tentativi di riabilitazione dei Borboni: egli, scrisse il Pontieri, vedeva assai bene che il 1799 aveva scavato un solco incolmabile tra “la miglior parte del paese e il regime e la dinastia dei Borboni” e che un filo ideale allacciava la rivoluzione di quell’anno a quella del 1820, del ’48, del ’60[21].

 Anche nello studio delle origini del Risorgimento nel Mezzogiorno[22] fu un iniziatore. Ricco di fascino e nostalgia il ricordo dell’amato Maestro Luigi Settembrini[23] ed il congedo dall’Università[24]. Sempre il Pontieri, in quella sera del 30 gennaio 1940 nella Regia Università di Napoli[25], definì lo Schipa  antibizantino, allorché si muove idealmente entro l’Alto Medio Evo del Mezzogiorno, e antispagnolo nel Seicento e antiborbonico nel Sette e nell’Ottocento, poiché riteneva che Bizantini e Spagnoli, rimasti stranieri in un paese che conservò di fronte a costoro le proprie sembianze etnico -spirituali, “non avevano saputo che opprimerlo e depauperarlo, così al governo borbonico, ostinatamente retrivo e reazionario e quindi in antitesi con le insopprimibili tendenze progressiste nel Regno, egli addebitava la responsabilità, tutt’altro che spiegabile od attenuabile, delle sciagure del Novantanove, del Venti-Ventuno, del Quarantotto”.

Grazie alla consuetudine ch’egli ebbe con gli studi del Giannone e del Genovese, del Galanti e, per il primo Ottocento, del Cuoco e del Colletta, oggetto preferito delle sue ricerche e ricostruzioni fu la storia della Capitale, in cui ravvisava il cervello e il cuore dello Stato. E fu in rapporto all’elevazione morale e materiale del popolo che giudicò regimi e uomini di Stato e di governo.

L’amore per la scuola

Michelangelo Schipa diede alla luce, in quasi sessant’anni di attività, numerosi libri ed una lunga serie di saggi e recensioni. Il metodo severo nello studio delle fonti e nella ricostruzione documentaria si accompagnò sempre alla più scrupolosa indagine archivistica e bibliografica.

La storia del Mezzogiorno d’Italia, pur con il suo carattere regionalistico, si inquadrava finalmente in quella di tutta l’Italia e, per alcuni periodi, in quella dell’intera Europa. La scuola fu la sua passione dominante. Per la particolare serietà delle sue lezioni, ogni volta meticolosamente preparate, era considerato austero.

Nell’aula di storia la sua figura elegante, dalla voce sempre gentile, emanava un’aura di assoluta autorevolezza. Dietro quella severa parvenza si celava una profonda umanità. La sua casa accoglieva quanti erano desiderosi di apprendere. Aiutava, spronava, consigliava, pur lasciando nei suoi allievi quella libertà necessaria per manifestare la propria inclinazione. Come ricordò Aurelio Marena[26], che ne seguì l’insegnamento con, fra gli uditori, Gennaro Maria Monti, Alessandro Cutolo, Vittorio De Falco, Angelo Cardone ed Ernesto Pontieri, “l’unico autorizzato a raccogliere appunti”, bastavano poche lezioni “per trasformare la nostra ammirazione in trasporto; tanto che diveniva un privilegio accompagnarsi a lui, dopo la lezione“. “Il Maestro”, aggiunse, “era solito giungere alle 11 con una precisione di orario che impressionava. Iniziava il suo dire calmo, lento, marcando le ultime sillabe di ogni frase, con quella pronunzia che ricordava la sua Lecce, la Firenze della Puglia. La sua parola incisiva, anche quando si elevava ad altezza speculativa, sapeva evitare astrattismi e agilmente passava dall’analisi alla sintesi, dalla narrazione alla critica”.

Consapevole del frutto del suo magistero, lo Schipa fu  orgoglioso che nella sua scuola si fossero formati valenti studiosi, poi divenuti ottimi insegnanti. Con commozione d’animo, in quella che, nel 1929, fu la sua ultima lezione nell’Ateneo napoletano, affermò con un tremito di voce: “Non da antenati, ma da questi discendenti, da questa prole mia intellettuale io riconosco e ripeto la nobiltà mia. E ne vado fiero“. I suoi allievi, sui quali l’entusiastica e disinteressata operosità del Maestro agiva da esempio e da sprone incomparabile, lo amarono con illimitato affetto filiale.

Michelangelo Schipa, che univa alla somma erudizione una enorme modestia, si spense il 4 ottobre 1939 in quella Napoli che, con la scienza e con la scuola, era stata, insieme alla sua amata città natia, uno degli affetti più grandi del suo cuore.


[1] Nella vasta letteratura e senza alcuna pretesa di completezza, cfr. R. De Lorenzo, Michelangelo Schipa, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, Vol. 91, 2018; G. Aliberti, Michelangelo Schipa e la storiografia dei valori, Edizioni Nuova cultura, 2009; N. Acocella, introduzione a F. Hirsch, M. Schipa, La Longobardia meridionale (570-1077). Il Ducato di Benevento. Il Principato di Salerno, a cura di N. Acocella, Roma 1968; W. Maturi, Michelangelo Schipa, in Rivista storica italiana, s. V, 1939, 4, pp. 572-78; N. Cortese traccia il profilo del Maestro in “Studi di storia napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, 1926. p. VII – XXI; G. M. Monti, Michelangelo Schipa, in Japigia, 1939, p. 342.; E. Pontieri, Michelangelo Schipa, Napoli, 1940 (trattasi del testo della commemorazione ufficiale tenuta nella Regia Università di Napoli il 30 gennaio 1940, pubblicata anche in Arch. Stor. Nap., n.s., XXV (LXIV), 1939, p. V – XXXVI; A. Marena, Ricordando Michelangelo Schipa, in Archivio Storico Pugliese, 1971, p.345; G. Cacciatore, Profilo di Michelangelo Schipa, in Arch. Stor. Nap., s. 3, XXXV (1995), p. 527 -556. G. Galasso, Walter Maturi, L’ambiente culturale napoletano e gli studi sull’età della Restaurazione, in Rivista storica italiana, 2003, n. 1, p. 175; G. Cacciatore, La cultura storica a Napoli nella seconda metà dell’Ottocento, in Bartolommeo Capasso. Storia, filologia, erudizione nella Napoli dell’Ottocento, a cura di G. Vitolo, Napoli 2005, pp. 133-146; G. Galasso, Storici italiani del Novecento, Bologna 2008, p. 235.

[2] Così E. Pontieri, Michelangelo Schipa, cit., p.7.

[3] Cfr. “Alfano l’Arcivescovo di Salerno, studio storico -letterario”, in “Il Liceo Ginnasio Torquato Tasso nell’anno scolastico 1878 -1879.Cronaca annuale”, Salerno, 1880 pp. V – XLVII (in estratto p.3 -45); “La cronaca amalfitana”, ivi, “Cronaca annuale”, anno scolastico 1879 -1880, Salerno, 1881, pp. V- XXV, citati in G. Cacciatore, cit., 533.

[4] M. Schipa, Il Capasso e la Storia medievale dell’Italia meridionale, in Napoli Nobilissima, IX, 1900, Fasc. III, pp. 34 ss.

[5] M. Schipa, Giuseppe De Blasiis, in Arch. Stor. It., LXXII, 2, 1914, pp.439; Id., Commemorazione di G. De Blasiis, etc., in Arch. Stor. Nap., n.s., I, 1915, p.38; Id., Giuseppe De Blasiis e l’Università di Napoli, in Arch. Stor. Nap., I, 1915, p. 53; Id., Intorno alla prima pubblicazione di Giuseppe De Blasiis, in Arch. Stor. Nap., I, 1915, p.38; Id., Giuseppe De Blasiis giovane pontaniano, in Arc. Stor. Nap., I, p.84.

[6] Cfr. E. Pontieri, Michelangelo Schipa, cit., e G.M. Monti, “Michelangelo Schipa”, in Rinascenza Salentina, 1940, n.2, pp. 99 ss.

[7] M. Schipa, Pei nomi Calabria, Sicilia e Italia nel Medio Evo, replica …, in Atti Acc. Pontaniana, XXV, 1895; Id., La migrazione del nome “ Calabria”, Napoli, estr. Arch. Stor. Nap., XX, 1895, p.27; Id., Le “Italie” del Medio Evo: per la storia del nome d’Italia, Napoli, estr. Arch. Stor. Nap., XX, 1900, p.47: Id., Poscritta a “La migrazione del nome Calabria”, in Atti Acc. Pontaniana, XXV, 1895.

[8] Per un’ampia bibliografia si rinvia a G. M. Monti, Bibliografia dei lavori storici di Michelangelo Schipa, in Rinascenza Salentina, 1940, Fasc. n. 2.

[9] M. Schipa, Napoli greco -romana, in Napoli Nobilissima, XIV, 1905, p.97.

[10] M. Schipa, Nobili e popolani in Napoli nel Medio Evo in rapporto alla amministrazione municipale, Firenze, Arch. Stor.It., 1925, p.106; Id., Contese sociali napoletane nel Medio Evo, Napoli, estr. Arch. St. Nap., 1908; Id., Il popolo di Napoli dal 1495 al 1522, in Arch. Stor. Nap., 1909; Id., Sopra una “Societas” napoletana dei tempi ducali, in Atti Acc. Pontaniana, 1909; Id., La Società Napoletana nell’XI e XII secolo, in Studio giuridico napoletano, 1925, p.38; Id., Ideali d’indipendenza e partiti politici napoletani nel Seicento, in Atti Accad. Reale Napoli, 1916.

[11] M. Schipa, “La pretesa fellonia del duca d’Ossuna (1619 – 20), Napoli, estr. Arch. Stor. Nap., XXX- VII, 1912, pp. 81 -178.

[12] M. Schipa, La mente di Masaniello, in Arch. Stor. Nap., 1913, XXXVIII, p. 665; XXXIX, p. 99.

[13] M. Schipa, Un ministro napoletano del secolo XVIII: Domenico Caracciolo, Napoli, estr. Arch. Stor. Nap., XXI, 1897, ; ristampato nel volume Nel Regno di Ferdinando IV, 1938.

[14] M. Schipa, Il Muratori e la coltura napoletana del suo tempo, Napoli, Stab. Tip. Pierro e Veraldi nell’Istituto Casanova, 1902. In quest’opera lo Schipa ricostruì, come ha rilevato G, Cacciatore, Profilo di Michelangelo Schipa, cit., p. 546, un vero e proprio spaccato di “storia della cultura” napoletana, attraverso le figure che maggiormente ebbero contatti e dimestichezza col Muratori: Giuseppe Valletta, Costantino Grimaldi, Matteo Egizio, Nicola Amenta, Giuseppe Aurelio Di Gennaro, Carlo Antonio Broggia.

[15] M. Schipa, Carlo Troya, in A.C. Troya il Municipio di Napoli, Napoli, Tip. Morano, 1901.

[16] M. Schipa, La congiura del principe di Montesarchio (1648), in Arch. Stor. Nap., 1920.

[17] M. Schipa, Frederick II: Italy and Sicily, in Cambridge Medieval History, VI cap., 1926. In tema, cfr. anche M. Schipa, Un grande precursore: Federico II, in Studio Giuridico Nap., XIV, 1929; Id., Sicilia e Italia sotto Federico II, in Arch. Stor. Nap., n.s, XIV, 1928, pp.5 -113. Lo Schipa scrisse: “Sfuggita alla conquista carolingia, l’Italia meridionale restò prima scissa tra principati longobardi, ducati autonomi, domini bizantini e musulmani. Poi questi furono in gran parte raggruppati nel grosso ducato normanno di Puglia, ond’ebbe origine l’ampia accezione di quest’altro nome; e in ultimo furono tutti annessi alla contea normanna di Sicilia e ordinati in un unico regno, celebrato come il più potente, più ricco, più florido, più civile fra gli Stati europei, che dall’isola ricevette il nome e per capitale ebbe Palermo, decantata per la più splendida fra le città del mondo. Così dal Tronto e dal Garigliano al mare africano si ebbe un unico popolo, la vita e la storia del quale si identificò nelle vicende della monarchia che lo resse e rappresentò. Quasi all’incontro di quei due grandi e tanto diversi gruppi di quella medesima gente, nella piccola città marchigiana di Iesi, nacque (ai 26 decembre 1194) quel Federico Ruggero, che col nome di Federico II doveva essere la maggiore personalità storica del prossimo secolo. Nacque quando suo padre, fermo nel desiderio di dominare coi suoi tedeschi tutto il paese tra le Alpi e il mare africano, sedotte e avvinte a sé con le blandizie e le arti della politica le popolazioni del settentrione, ridotto il centro a tre grandi feudi germanici, di suo fratello Filippo in Toscana, del suo siniscalco Marcovaldo di Anweiler in Ancona e di Corrado di Uerslingen a Spoleto; assoggettata la stessa Roma alla sua autorità, appariva come il distruttore della magnifica creazione del defunto suo suocero. Enrico VI è, non a torto, glorificato in Germania. Ma nel Regno di Sicilia, abbattute da lui o smantellate città intere, condannati a morte crudele valenti baroni, dati a capitani tedeschi feudi, uffici, onori tolti a normanni e ad indigeni, tutti e ogni cosa cadde per opera sua in mani straniere”.

[18] M. Schipa, Carlo Martello Angioino, Napoli, estr. Arch. Stor. Nap., XIV – XV, 1890, pp.226; M. Schipa, Un principe napoletano amico di Dante: Carlo Martello d’Angiò, Napoli, 1926; Id., Carlo Martello fu veramente in Provenza?, in Arch. Stor. Nap., 1924, pp.331 -9.

[19] Poi culminati nella monografia su “Masaniello”, pubblicata da Laterza nel 1925. In quest’opera lo Schipa, rimaneggiando e rettificando i risultati di lunghi anni di studio, le cui fonti scrupolosamente indicò in una serie di monografie, pubblicate dal 1908 in poi, le più nello Archivio storico per le Provincie napoletane, collocò Masaniello “al posto centrale, ma entro gli angusti confini della sua vera azione storica; la quale propriamente si svolse solo nelle sei prime delle undici giornate descritte da Maria Hay, appartenendo le successive alla psichiatria più che alla storia; e non fu che l’effimera attuazione dell’utopia del Genoino, onde scaturì poi l’utopia del duca di Guisa e ultima quella di un regno indipendente sotto il secondo Don Giovanni d’Austria”.

[20] M. Schipa, Il Regno di Napoli sotto i Borboni- Cinque lezioni date alla Società Napoletana per la diffusione della cultura (marzo -aprile 1899), Napoli, Pierro, 1900; Id., Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, II ed., Milano, Albrighi, 1923, 2 volumi; Id., Nel Regno di Ferdinando IV Borbone, Firenze, Vallecchi, 1938; Id., Il regno di Napoli in una descrizione veneziana del 1793, in Arch. Stor. Nap., 1920, pp.110 ss.; Id., Pochi documenti inediti relativi all’infante Carlo Borbone, in Atti Accad. Reale Napoli, V, 1916, pp.137 ss.; Id., Il primo fidanzamento di Ferdinando IV, in Napoli Nobilissima, III, 1929, pp.65 ss.; Id., Di una prossima storia del Regno di Napoli sotto Francesco I, in Atti Accad. Reale Napoli, XIV, 1934; Id., Reali delizie borboniche, in Napoli Nobilissima, 1922, p.146; Id., Premessa agli Atti del Parlamento delle Due Sicilie:1820-1821, Roma, Accad. Lincei, 1926.

[21] E. Pontieri, Michelangelo Schipa, cit., pp.28 e 29.

[22] M. Schipa, Albori di Risorgimento nel Mezzogiorno d’Italia, Napoli, Miccoli, 1938; Id., Cause e importanza della rivoluzione napoletana del 1820, in Arch. Stor. Nap., 1920.

[23] M. Schipa, L’ultima scuola di Settembrini, Napoli, Soc. Naz. Storia Risorgimento, 1932. Toccante il ricordo dell’ultima lezione del Maestro Luigi Settembrini: “Egli amava noi discepoli suoi, e noi adoravamo lui: noi che lo avevamo conosciuto anche prima di averlo visto. Giacché nel lontano liceo di provincia noi, più idealisti – non è vero che la generazione succeduta agli uomini del 48 o del 60 fosse tutta “positiva”, che tutta mancasse affatto d’ideali- noi più inclinati agli studi letterari, stimolati o no dall’insegnante locale, avevamo letto le Lezioni del Settembrini, ed anche articoli che di lui andava pubblicando la “Nuova Antologia”. E con quanta avidità, con che fervore, con quanta passione si leggeva! E si pensava, si sognava: trovarsi a Napoli, frequentarne l’Ateneo, udire le parole del Settembrini, del De Sanctis…E questo non era precisamente un ideale?”.

[24] M. Schipa, L’addio all’Università di Napoli, in Ordine Fascista, IX, 2, 1930.  Sulle origini dell’Università di Napoli, vedasi M. Schipa, La fondazione dell’Università di Napoli e l’Italia del tempo, Napoli, Giannini, 1924. In argomento, cfr. anche M. Schipa, L’Università di Napoli nel secolo XVIII, in Storia dell’Università di Napoli, Napoli, Ricciardi, 1924, pp.433 ss.

[25] E. Pontieri, Michelangelo Schipa, cit. p. 18.

[26] A. Marena, Ricordando Michelangelo Schipa, in Archivio Storico pugliese, 1971, p. 345.

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