Economia, la solida Germania nasconde il deficit

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Economia, la solida Germania nasconde il deficit. Dopo vent’anni di crescita stabile e immagine di rigore, la Germania si ritrova in difficoltà. La Corte dei conti tedesca ha infatti evidenziato come il deficit reale si attesti al 2,4%, quasi cinque volte superiore al dato ufficiale comunicato dal Ministro delle Finanze Christian Lindner.

Berlino sotto accusa per i conti pubblici

Appena tre mesi fa, al Consiglio Ecofin di Lussemburgo, Lindner si era distinto per la linea rigorista in materia di riforma del Patto di stabilità. Un atteggiamento che oggi appare in contrasto con la contestazione mossa dalla Corte dei conti, secondo cui il governo avrebbe celato la reale situazione di bilancio. Nel mirino ci sono i cosiddetti Sondervermögen, strumenti finanziari utilizzati per finanziare spese fuori bilancio, in violazione delle regole europee.

Anche la Commissione Europea ha espresso critiche nette, ribadendo il divieto di ricorrere a fondi speciali per escludere determinate spese dal calcolo del deficit nazionale. Non si tratta di una pratica inedita per Berlino: negli anni scorsi il governo ha più volte istituito fondi straordinari, come quello da 100 miliardi di euro per il potenziamento della Bundeswehr, creato nel contesto della guerra in Ucraina per avvicinarsi all’obiettivo NATO del 2% del PIL destinato alla difesa. Secondo la Corte dei conti, tuttavia, le risorse non sarebbero state vincolate esclusivamente all’acquisto di armamenti.

Un contesto economico complicato

La questione del deficit si inserisce in un quadro macroeconomico già complesso. A inflazione e crisi energetica si somma una situazione politica interna caratterizzata da tensioni e incertezza. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la Germania potrebbe essere quest’anno l’unico Paese del G7 a registrare un calo del PIL, previsto in contrazione dello 0,3%.

Il governo tedesco ha annunciato misure per semplificare le procedure amministrative e accelerare la digitalizzazione, nel tentativo di restituire slancio a un’economia che fatica a mantenere il suo tradizionale ruolo di motore d’Europa.

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