Autonomia Differenziata: dare voce al Paese, conferenza al senato sull’impatto del disegno di legge

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Giovedì mattina a Roma nella sala Caduti di Nassirya presso il Senato, il Condirettore di Centrosud24, Luca Antonio Pepe, ha moderato un convegno, organizzato dalla senatrice Vincenza Aloisio, sul tema dell’“Autonomia Differenziata”, il cui disegno di legge, tra la distrazione dei media e dell’opinione pubblica, sta facendo passi decisivi in avanti in Parlamento.

di Giovanni Barretta

Nello sviscerare, da un punto di vista tecnico e politico, il tema dell’incontro, dal titolo “Autonomia Differenziata: dare voce al Paese”, tra gli autorevoli relatori si sono avvicendati: Adriano Giannola (Presidente Svimez), Marco Esposito (giornalista e scrittore), Massimo Villone (Prof. emerito di diritto costituzionale presso l’Università Federico II di Napoli) e Costanzo Iannotti Pecci (Presidente Confindustria Napoli).

La relazione della senatrice Aloisio sull’Autonomia Differenziata

I lavori sono stati aperti dalla Senatrice Vincenza Aloisio con una puntuale relazione che ha fatto emergere subito le questioni e le criticità poste dal disegno di legge sull’autonomia differenziata, con i rischi connessi per la stessa tenuta del nostro sistema istituzionale. Nella quasi totale assenza di confronto e dibattito parlamentare sulla delicata questione, la Senatrice Aloisio, con coraggio e determinazione, ha messo intorno ad un tavolo alcuni esponenti dell’intellighenzia meridionale per ragionare in modo serio sugli effetti e le conseguenze che si avranno per il Mezzogiorno dall’adozione del sistema dell’autonomia differenziata.

Autonomia Differenziata: l’intervento/denuncia di Marco Esposito

Molto interessante l’intervento del giornalista Marco Esposito che ha svolto un’analisi tecnica, davvero chiara ed efficace, sui singoli punti dell’iniziativa legislativa in argomento, invitando le rappresentanze politiche e l’opinione pubblica del Mezzogiorno a prendere consapevolezza del tema ed a reagire energicamente.

Marco Esposito, con grande efficacia, ha posto da subito ai partecipanti quello che ritiene essere il vero punto chiave della questione: di chi siano, a chi appartengano in uno Stato le tasse; naturalmente, la materia fiscale in ogni Stato democratico è attribuita ai parlamenti nazionali. Di conseguenza, il gettito tributario appartiene a tutti i rappresentati nel parlamento che lo ha disposto, senza che nessuno abbia il diritto di poter dire che le tasse siano più dei lombardi o dei calabresi o viceversa, o spettino più agli uomini piuttosto che alle donne, o a chi è residente in un’area del Paese, invece che in un’altra, o a chi abita nel centro delle città, piuttosto che nelle periferie.

I tributi: il salvadanaio di tutti

I tributi, ha ribadito Esposito, finiscono in un salvadanaio che è di tutti; sta poi alla politica di bilancio di uno Stato stabilire come, dove e quando debbano essere impiegate secondo le finalità che ci si prefigge. Questo costituisce, secondo Esposito, un fatto che non può essere oggetto di discussione o di negoziazione. Del resto, le regioni, come ad esempio il Veneto, avrebbero diversi strumenti, come le leve fiscali, per operare sul territorio; ad esempio, l’addizionale IRPEF, che potrebbero elevare fino al 3% e oltre, da utilizzare per realizzare tutti gli obiettivi che gli stessi organi regionali si sono prefissi. 

A questo punto, però, Esposito si pone degli interrogativi: come mai la Regione Veneto, che pur ha avuto e tuttora ha a propria disposizione queste leve fiscali, non le ha mai utilizzate? Secondo lo scrittore e giornalista napoletano, la risposta sta nel fatto che il presidente del Veneto, Zaia, quello della Lombardia, Fontana e dell’Emilia, Bonaccini, intendono piuttosto “mettere le mani nel salvadanaio”. Cioè prendere da qui la quota che ritengono di loro spettanza, secondo un principio, non dimostrato, che le tasse appartengano a chi le ha versate; per cui, se hai versato le tasse, hai più diritto ai fabbisogni fondamentali del sistema sociale: alla scuola, alla sanità, ai trasporti, alla tutela dell’ambiente.

Questa, a detta di Esposito, non è una considerazione che può considerarsi arbitraria, ma è quanto testualmente scritto nei tre accordi firmati 28 febbraio 2018, solo 4 giorni prima delle elezioni del 4 marzo 2018. In quella circostanza, il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa, del Partito Democratico, firmò a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Oggi quell’autonomia è arrivata a sistema con la Lega di Salvini. Dunque, un Governo in scadenza, in carica solo per gli affari correnti, con la firma del sottosegretario Bressa, veneto, approvò tre intese con le quali Maroni, Bonaccini e Zaia siglarono con il Governo quegli accordi in base ai quali, cui una volta avviato il percorso dell’autonomia differenziata, le risorse (la polpa) sarebbero state assegnate in base a due parametri: la popolazione e il gettito fiscale del territorio su tasse nazionali.

Cioè, il Parlamento nazionale stabilisce l’imposta ma il fabbisogno di servizi fondamentali è differenziato in base alle tasse che mediamente i cittadini di un territorio a livello regionale hanno pagato. Un principio questo che, secondo Esposito, riscrive lo stesso patto costituzionale: “…Oggi, infatti, sappiamo che c’è un patto che prevede che la Repubblica ha come primo obiettivo quello di rimuove gli ostacoli [..], invece così, sempre secondo Esposito,  entreremo in una Repubblica che  agevolerà chi ha già meno ostacoli davanti, per farlo correre più velocemente. Al di là di tutti i tecnicismi contenuti nel disegno di legge, questa sarebbe la vera questione dell’autonomia differenziata…”.

Secondo l’acuto giornalista e scrittore napoletano, tutto il principio ruoterebbe intorno a questo dilemma: i cittadini sono uguali indipendentemente dalla residenza? O, piuttosto, conterebbe la residenza per stabilire il livello dei diritti? Evidentemente, stiamo parlando dei livelli essenziali dei diritti. Una volta che dovesse affermarsi questo principio, secondo cui il Parlamento stabilisce le imposte ma vi sarebbe, comunque, una sorta di diritto di prelazione su base regionale, ad avviso di Marco Esposito sarebbe messa a serio rischio qualunque idea di Paese. Per cui, a quel punto,l’unica possibilità per un meridionale, sempre  secondo il giornalista partenopeo,  sarebbe quella di  spostarsi , trasferire la propria residenza al Nord per diventare un cittadino di serie A.

Tutto ciò, peraltro, avverrebbe in una situazione già fragilissima dal punto di vista demografico e sociale, con la progressiva desertificazione del Mezzogiorno, che, invero, è sotto gli occhi di tutti, con la conseguenza che avremo un Italia che va verso un inesorabile depauperamento.

Il Sud come una bad company

Il Sud, come bene rimarcato da Marco Esposito nel corso della conferenza, rimarrebbe così al palo, alla stregua di una bad company in liquidazione e in attesa di defungere, da sacrificare per gli interessi della good company di una macroregione del Nord, che andrebbe a questo punto a costituirsi e che cercherebbe, quindi, di rimanere sul mercato per agganciarsi al treno dello sviluppo e della competitività della Mitteleuropa.

L’intervento del presidente della Svimez, Adriano Giannola

Altrettanto interessante ed approfondita, è risultata a seguire l’analisi svolta dal professore Adriano Giannola, che è partito dal considerare come la Lega sia risuscita a far licenziare dal Governo un disegno di legge, quello dell’autonomia differenziata, che è in aperto contrasto con il dettato costituzionale. Si tratterebbe, a suo dire, di un’iniziativa pericolosissima per la tenuta del Paese.

Il presidente della Svimez, nel valutare l’impatto della riforma del sistema di autonomia regionale, ha sapientemente evidenziato come la questione dei c.d. LEP (i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi per sanità, istruzione e mobilità), la cui applicazione sarebbe prevista solo in una seconda fase, risulti nella sostanza del tutto marginale, rispetto a tutto gli altri interessi in gioco. I LEP, secondo Giannola, costituiscono, infatti, per le regioni del Nord una sorta di spada di damocle sui livelli e su quello che però già hanno, che non viene scalfito in alcun modo, ma che, semplicemente, si fermerà per qualche tempo, finché non saranno raggiunti anche dagli altri.

Il trasferimento di funzioni: la vera “polpa” dell’economia e della società

Invece, il tema vero, benché ampiamente dibattuto, non sarebbero i LEP, ma le altre scelte che dovranno essere compiute e che Giannola individua come la “polpadell’economia e della società.

Cioè il trasferimento di quelle funzioni, che riguardano le infrastrutture strategiche (di porti/aeroporti/ interporti/autostrade/ferrovie), l’energia, l’industria, il commercio con l’estero, i rapporti con l’Europa, l’ambiente, la protezione civile, che, invece, in caso di approvazione del disegno di legge Calderoli, sarà di rapida attuazione. Del resto, con riguardo ai LEP, l’illustre economista ha sottolineato come il Nord, anche nel caso in cui dovesse rimanere in attesa dell’adeguamento da parte delle regioni meridionali dei rispettivi livelli standard, avrebbe un tale vantaggio competitivo e strutturale non più facilmente colmabile nel medio termine.

Tutto questo mentre, da subito, si attuerebbe la prima fase della riforma, con il trasferimento alle regioni – a mezzo specifiche Intese – delle principali funzioni: la vera polpa dell’economia. Basterebbe leggere, a tal fine, per riceverne conferma, il comma 2 dell’art.4 del disegno di legge Calderoli che prevede che tutte le funzioni possano essere trasferite con delle, semplici, Intese. Secondo Giannola, una volta che queste verranno definite ed approvate, sarebbero irreversibili ed immodificabili.

Il grande Nord: l’obiettivo del disegno di legge Calderoli, secondo Giannola

Secondo il presidente della Svimez, si attuerebbe così un altro punto della riforma del 2001 del Titolo V° della costituzione, quella di cui all’art.117 comma 8, che prevede che, dopo fatte le Intese, le regioni potranno a loro volta, con legge regionale, fare ulteriori intese per costituire organismi comuni per fare interessi comuni. Questo, secondo il presidente Giannola, equivale a creare il Grande Nord.

Nel corso della conferenza è stato, infatti, più volte rimarcato come la sciagurata (oggi considerata tale dai più) riforma del Titolo V° della Costituzione del 2001 abbia aperto una breccia pericolosa per la stessa tenuta del sistema nazionale unitario, attraverso la quale poi,  solo qualche giorno prima della fine  del Governo Gentiloni passava l’intesa per l’accordo sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia.

Secondo Adriano Giannola e Marco Esposito proprio da qui oggi, l’astuto Calderoli, ha ripreso le mosse per la sua riforma secondo l’antico progetto che prevede la realizzazione di macro regioni a più velocità.

Il rischio, paventato da tutti gli illustri relatori, stando ai fatti, appare effettivamente reale; il rischio è quello di creare un nuovo modello di sviluppo industriale, non più articolato sulle linee del vecchio triangolo Milano/Torino /Genova, ma su quelle di un’area più vasta (forse un quadrilatero o un pentagono che si spingerebbe ad est, fino al Friuli e un po’ più a sud, forse fino a Firenze) con la creazione di una macroregione del Nord. Le somiglianze con il modello spagnolo (il caso Catalogna docet) del resto appaiono ben evidenti e il rischio di una spaccatura del Paese parimenti concreta.

La contrarietà della Confindustria al disegno di legge Calderoli

Apprezzabile anche l’intervento di Costanzo Iannotti Pecci, presidente dell’Unione degli Industriali di Napoli, che ha ribadito la netta posizione di contrarietà di Confindustria sul tema dell’autonomia differenziata, come proposta da Calderoli. Basti pensare che anche il Presidente Nazionale di Confindustria (Bonomi), che è lombardo, è contrario all’iniziativa assunta dalla lega e, supinamente, accettata dal Governo e dall’altra parte della maggioranza.

Palesemente contraddittorie, secondo Iannotti Pecci, risultano poi le ragioni poste a base per giustificare la necessità dell’autonomia differenziata, se si pensa al fatto che, quando il Sud serve per ottenere dall’Europa i finanziamenti (vedi il caso del PNRR) viene considerato parte importante del Paese; quando, invece, arranca, ne diventerebbe la palla al piede. Così, si contraddice la stessa finalità del PNRR, nato per consentire alle aree depresse di recuperare gli squilibri territoriali accumulati, ma poi di fatto asservito alle esigenze delle regioni più ricche.

L’intervento di Villone e i profili di incostituzionalità

Il prof. Massimo Villone, emerito di diritto costituzionale presso l’Università Federico II° di Napoli,  infine, da buon costituzionalista, oltre ad evidenziare chiari profili di anticostituzionalità  del disegno di legge Calderoli, si è soffermato sulla proposta di legge d’iniziativa popolare sul tema dell’autonomia,  che va in direzione del tutto diversa, nonché sulla possibilità che, secondo lui, esiste ancora di poter smontare, pezzo per pezzo, l’autonomia differenziata, così come proposta dal Ministro leghista.

L’auspicio della senatrice Aloisio: dare voce ai territori

I lavori si sono conclusi con l’auspicio della Senatrice Vincenza Aloisio di organizzare sui territori, anche con il contributo di testate giornalistiche fuori dagli schieramenti, come CentroSud24, iniziative volte a dare voce effettiva al Paese, sviluppando un approfondito dibattito, rispetto ad un disegno di legge, quello di Calderoli, che rischia effettivamente di spaccarlo.

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