Acqua pubblica: ecco perché difenderla

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C’era una volta l’acqua pubblica. Correva l’anno Domini 12 giugno 2011, e gli italiani si apprestavano a votare il referendum per l’abrogazione di norme di legge che prevedevano l’affidamento dei servizi pubblici ai privati, parliamo di “servizio idrico, smaltimento rifiuti e trasporti pubblici locali”.

di Giovanni Rienzo

Ricordiamo un attimo quali furono i quesiti proposti nei referendum che, come sappiamo in Italia, sono soltanto abrogativi.

Col primo si chiedeva l’abrogazione dell’art. 23 bis della decreto legge 25 giugno 2008  convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’articolo 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99 , n. 112,  col secondo invece si parlava di abrogazione dell’articolo 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 325 del 2010, in materia di modalita’ di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica.

Molti lo chiamano semplificando referendum sull’acqua pubblica, ma in realtà come abbiamo visto è alquanto semplicistica questa definizione; infatti, il referendum si proponeva di abrogare una norma che riguardava anche altri servizi pubblici.

Proviamo in maniera sintetica a vederci chiaro allora

L’ intero art. 23-bis, derogava (cancellava) l’art. 113 d.lgs. n. 267/2000 che prevedeva l’affidamento dei servizi a società pubbliche. Abrogandolo si è affermato in stretto senso politico che i cittadini considerano la gestione pubblica fondamentale per l’interesse collettivo: quindi il pensiero opposto all’idea partita fin dagli anni ’90 che affermava “privato è meglio” e che ancora oggi viene inoculata con insistenza nelle vene degli italiani.

Privato è meglio perché c’è qualcuno che ne trae profitto, è logico, non dimentichiamo il caso Benetton. Agli investitori privati interessano solo i dividendi ed è ciò che accadrà con l’acqua, con i rifiuti e con i trasporti, e a pagare saranno sempre e solo i cittadini.

Il secondo quesito chiedeva di abrogare un piccolo “trafiletto” contenuto nell’art. 154 comma 1 d.lgs. n.152/2006 ed era il seguente: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” in pratica quella frase riguardava il metodo in cui la tariffa doveva essere calcolata. Infatti, secondo quella norma la tariffa doveva tener conto tra le altre cose della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere e della remunerazione del capitale investito.

Come si potrà notare quella espressione era stata chiaramente inserita per suscitare l’interesse di imprenditori privati ad assumere la gestione del servizio, attribuendo loro una remunerazione ulteriore proprio a copertura dei costi. Chiaro no?

Insomma con quel referendum in sintesi, i cittadini manifestarono chiaramente la solida volontà di riaffermare  il principio dell’utilità sociale di una gestione pubblica dei servizi, che prevale sul lucro che ne deriva da  una iniziativa imprenditoriale.

Quindi possiamo senza dubbio partire dall’assunto che “il diritto all’acqua potabile e sicura ed ai servizi igienici, è un diritto umano ed essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani”. Questo come sancito nella risoluzione delle Nazioni Unite il 26 luglio 2010.

La difesa dell’acqua pubblica un principio fondamentale del Movimento 5 Stelle

Nel 2018 alle elezioni politiche, il M5S grazie alla sua perseveranza ed alle sue battaglie volte sempre alla tutela del bene comune, era divenuta una forza politica davvero credibile agli occhi dei cittadini, riuscì in una impresa storica per essere un giovane partito sfiorando di poco il 33% dei voti. Roberto Fico legò quindi la sua Presidenza alla Camera alla difesa dell’acqua pubblica, ma la proposta di legge depositata dall’ex Deputata Federica Daga (M5S) purtroppo giace da anni in Commissione Ambiente e, l’acqua ancora oggi non è pubblica se si esclude la Società partecipata ABC (Acqua Bene Comune) di Napoli, ma in seguito vedremo i danni che provocherà il Decreto Concorrenza voluto dal Governo Draghi, sostenuto anche dal Movimento 5 Stelle in una ammucchiata di partiti tutti insieme appassionatamente.

La prima stella

La prima stella del Movimento 5 Stelle, riguardava la prima vera battaglia, il punto di partenza che lo ha condotto ad essere identificato come un movimento politico ambientalista.

Quella dell’acqua era la madre di tutte le battaglie.  

Nel mese di giugno 2019 venne discusso e approvato dalla Camera dei Deputati, il Decreto Crescita, per essere precisi il D.L. 35/2019, è un documento corredato da 51 articoli, l’articolo 24 prevedeva lo sblocco degli investimenti idrici nel sud e la velocizzazione della liquidazione dell’ EIPLI. In quel periodo c’era il primo Governo Giuseppe Conte nel contratto con la Lega di Salvini.

Cosa è l’EIPLI?

(E.I.P.L.I.), Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria in Puglia, Lucania ed Irpinia. Un ente soppresso ed in liquidazione da molti anni, già nel 2016 vantava un deficit di circa 35 milioni di euro. Giuridicamente è un ente pubblico per la gestione delle risorse idriche, dal 2011 con funzioni ridotte; infatti, ora assolve solo a compiti di manutenzione e gestione delle grandi opere idrauliche realizzate.

Col D.L. 201/2016 e successivamente convertito in Legge 214/2016 (poi modificato e integrato), nell’art. 21 comma 10 e 11 del Decreto è previsto che l’ente mantenga il regolare esercizio delle funzioni fino a che non vengano adottate le misure poste in liquidazione.

Ora ritorniamo all’art. 24 del D.L. 35/2019 denominato “crescita”

In effetti si rileva che la volontà è quella di adottare la misura citata nella legge 214/2011 (c’era il Governo Monti) quindi lo scopo era sopprimere un ente pubblico che lascia il posto alla costituzione di una società partecipata aprendo la porta a soggetti terzi, i quali avrebbero potuto legittimare speculatori e trarre profitto con un bene pubblico.

Prendendo in prestito le parole del Prof. Paolo Maddalena (Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale), il quale nella sua riflessione cita l’art. 144 del D.L. 156/2006 (codice dell’ambiente) : l’acqua è un bene demaniale e cioè un bene che appartiene al popolo sovrano e che, essendo fuori commercio, non può essere ceduto ad una società privata.

Quindi si presuppone che anche la captazione e la distribuzione dell’acqua dovrebbero essere in mano pubblica, come recita l’art. 43 della Costituzione in relazione alla gestione dei servizi pubblici essenziali.

Il Movimento 5 Stelle col suo pensiero dicotomico credeva di poter impedire una eventuale scalata alla privatizzazione dell’acqua creando un soggetto (SPA) a partecipazione totalmente pubblica, ma il provvedimento era abbastanza prodromico, nel senso che era facile prevedere che l’obiettivo seppur con le migliori intenzioni, sarebbe stato solo un maldestro ed ingenuo tentativo di tutelare l’acqua pubblica.

Dal 2019 ad oggi in effetti non è cambiato assolutamente nulla, la costituzione della nuova società come stabilito dall’art. 21 della Legge 14/2016 è ferma al palo, l’EIPLI gestisce ancora un immenso patrimonio infrastrutturale ed eroga il servizio idrico in diverse Regioni, tra cui la Campania. Gestisce perfino la manutenzione di altre opere idriche come dighe, impianti di sollevamento e la distribuzione di acqua grezza non trattata per uso potabile e altro ancora.

Ha circa 130 lavoratori tra effettivi e a tempo determinato, che spesso durante l’anno restano senza stipendio per diversi mesi, un organico insufficiente per la grande mole di lavoro e per un ente che eroga servizi essenziali, oggi si corre il serio rischio con l’immobilismo istituzionale se non si prende in carico questo problema, che presto potremmo trovarci di fronte ad un collasso del sistema con le grosse implicazioni che ne deriverebbero e tutto questo diventa logicamente terreno fertile per i tentacoli dei privati.

Purtroppo, la fine del Governo Conte che rappresentava un freno alle privatizzazioni, segna il passo del gambero in tante battaglie.

Il 13 febbraio 2021 nasce il Governo Draghi.

Il 16 settembre 2022 il Governo Draghi segna infattinu passo nella direzione opposta, col suo Consiglio dei Ministri approva il riscritto DDL Concorrenza e rilancia con l’art 6 le privatizzazioni dei servizi pubblici quali trasporti, rifiuti e acqua pubblica, svilendo in questo modo tutto il Parlamento. Infatti, ciò avviene con l’assenso di tutti i partiti che lo sostengono, persino il Movimento 5 Stelle non si oppone con l’allora Capo Politico Luigi Di Maio, che come abbiamo visto recentemente, ha poi ottenuto il prestigioso incarico di inviato speciale dell’Unione Europea per il Golfo Persico a 13.000 euro al mese.

Quindi ricapitolando questo DDL ci dice che viene rafforzato il concetto di decentramento dei poteri dello Stato centrale alle Regioni, come recita il Titolo V della Costituzione già riformato nel 2001.

Diciamocela tutta, non è che il nostro Stato abbia tendenze suicide, ma molti cittadini per non dire tutti, sono fermamente convinti di vivere in uno Stato tossico, inquinato e corrotto, uno Stato dove prevale l’interesse privato e non collettivo, dove tutto nella sua interezza è asservito alle multinazionali ed ai potentati economici d’oltreoceano.

Il Governo Meloni derivazione di quello precedente

Il Governo Meloni è in continuità con quello di Draghi anche per il DDL Concorrenza, difatti il nuovo non differisce molto per quel che riguarda la parte sulle privatizzazioni dei servizi. Insomma ci troviamo di fronte a referendum traditi, i cittadini insultati ancora una volta da un Governo a forte tendenza neoliberista, ma davvero pensiamo che dopo questa prova di incapacità, di impreparazione e di inadeguatezza totale abbia ancora tanti consensi?

Il Presidente della Regione Campania

Intanto nella “Delibera della Giunta Regionale della Campania n.312 del 31.05.2023” si evince come il Governo del Presidente De Luca apre le porte ai privati, infatti facendo leva sull’art. 118 della Costituzione, di seguito possiamo leggere  la parte finale nella quale si rileva la condanna dell’acqua pubblica.

La Delibera

per le motivazioni indicate in narrativa, che qui si intendono integralmente riportate:

1. di formulare indirizzo alla competente D.G. 50.17.00 – Direzione Generale per il Ciclo integrato delle acque e dei rifiuti, Valutazioni e autorizzazioni ambientali – affinché vengano predisposti gli atti propedeutici:

1.1. alla costituzione di una società mista pubblico/privata, con maggioranza di partecipazione pubblica e nella forma di S.p.A.;

1.2. all’affidamento a società mista ex art. 17 del D. Lgs. n. 175/2016 mediante gara a doppio oggetto per la scelta del socio privato della gestione del servizio idrico integrato della Grande adduzione primaria di interesse regionale, avvalendosi dell’Ufficio Speciale Grandi Opere della Regione Campania;

2. di trasmettere il presente atto al Gabinetto del Presidente della Giunta Regionale, agli Assessori competenti, all’Ufficio Speciale Grandi Opere, alle D.G. 50.15.00 e 50.17.00, anche per la notifica all’Ente Idrico Campano, al BURC e all’Ufficio competente per la pubblicazione nella sezione trasparenza del sito istituzionale della Regione Campania.

Cosa importante descritta all’interno della delibera è che: l’individuazione di un socio privato può garantire l’anticipazione del finanziamento di opere a proprio carico salvo garantirsi il recupero di tale anticipazione su base pluriennale.

Cioè i privati sono autorizzati a recuperare gli investimenti direttamente dalle tasche dei cittadini.

Come andrà a finire questa storia?

Lucio Battisti cantava: “lo scopriremo solo vivendo”.

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