Lionel Messi chiude la sua carriera con l’Argentina segnando contro il Benin. Al Monumental l’addio del capitano dopo oltre vent’anni in nazionale.
Messi saluta l’Argentina con un gol: l’ultima notte del capitano al Monumental
Lionel Messi ha chiuso la sua straordinaria avventura con la nazionale argentina nel modo più simbolico possibile: davanti al pubblico dello stadio Monumental di Buenos Aires, con una vittoria e un ultimo gol. L’Argentina ha superato il Benin per 3-0 nell’amichevole disputata martedì 6 ottobre, trasformata fin dal calcio d’inizio in una lunga celebrazione dedicata al suo capitano.
Oltre 80 mila spettatori hanno accompagnato l’ultima apparizione in nazionale del numero 10, arrivato a 39 anni al termine di un percorso durato più di due decenni. «È stato un grandissimo orgoglio per me difendere questa maglia», ha dichiarato Messi dopo l’incontro, ringraziando il pubblico e ammettendo che non tornare più con l’Albiceleste rappresenterà un dolore profondo. ANSA
Il Monumental celebra l’ultima notte di Messi
La partita contro il Benin aveva un significato che andava ben oltre il risultato. Il Monumental era pieno, colorato dalle bandiere biancocelesti e attraversato da un’emozione evidente. Ogni pallone toccato da Messi, ogni accelerazione e ogni tentativo verso la porta venivano accolti come frammenti di una storia destinata a concludersi nell’arco di novanta minuti.
Dopo un primo tempo senza reti, l’Argentina ha trovato il vantaggio nella ripresa grazie a Nicolás Otamendi. Nicolás Paz ha poi firmato il raddoppio, prima del momento che tutto lo stadio sembrava aspettare: il gol di Messi nel finale, quello del definitivo 3-0. L’ultima firma del capitano ha consegnato alla serata una conclusione quasi perfetta, unendo il successo della squadra al tributo per il suo calciatore più rappresentativo.
La festa è proseguita dopo il triplice fischio, quando compagni, familiari e tifosi hanno stretto idealmente Messi in un lungo abbraccio. L’Associazione del calcio argentino ha descritto la serata come una giornata segnata dall’emozione, sottolineando il riconoscimento tributato fino all’ultimo minuto dal pubblico del Monumental. AFA
Un viaggio con l’Albiceleste durato oltre vent’anni
Il rapporto tra Messi e la nazionale argentina non è stato sempre semplice. Il suo cammino con la selezione maggiore era iniziato nel 2005 e ha attraversato fasi profondamente diverse: l’attesa per il primo grande titolo, le finali perdute, le critiche ricevute in patria e infine una stagione di successi capace di cambiare definitivamente la percezione del suo percorso.
Per molti anni, al fuoriclasse cresciuto nel Barcellona è stato chiesto di replicare con l’Argentina tutto ciò che riusciva a realizzare nei club. Ogni sconfitta diventava un confronto con il passato, soprattutto con Diego Armando Maradona, e ogni torneo senza trofei alimentava dubbi spesso sproporzionati rispetto alle prestazioni offerte.
Messi, però, ha continuato a indossare la maglia dell’Albiceleste anche nei momenti più difficili. Ha trasformato il peso delle aspettative in una forma di leadership sempre più riconoscibile, meno costruita sulle parole e maggiormente legata alla continuità, alla responsabilità e alla capacità di incidere nelle partite decisive.
Il suo palmarès con l’Argentina comprende anche il Mondiale Under 20 del 2005 e l’oro olimpico conquistato a Pechino nel 2008. Con la nazionale maggiore sono poi arrivati i successi che hanno completato il percorso: la Copa América del 2021, la Finalissima del 2022, il Mondiale in Qatar nello stesso anno e una seconda Copa América nel 2024.
Il Mondiale del 2022 ha cambiato la storia
Il trionfo ai Mondiali del Qatar ha rappresentato il punto di svolta definitivo. Messi non ha soltanto sollevato il trofeo più importante: ha guidato la squadra assumendosi responsabilità tecniche ed emotive, diventando il riferimento di un gruppo costruito intorno al suo talento ma sostenuto da un’identità collettiva molto forte.
Quella vittoria ha chiuso il lungo dibattito sul rapporto tra il campione e il suo Paese. Dopo anni trascorsi a inseguire un titolo con la nazionale maggiore, Messi è diventato il capitano capace di riportare l’Argentina sul tetto del mondo. Il successo ha inoltre rafforzato il legame con una generazione di tifosi che aveva conosciuto le delusioni precedenti e che ha potuto finalmente celebrare il proprio numero 10 senza riserve.
Anche per questo l’addio del Monumental non può essere letto soltanto come il ritiro internazionale di un grande calciatore. È la conclusione di un ciclo culturale e sportivo che ha accompagnato l’Argentina per più di vent’anni, influenzando il modo di vivere la nazionale e diventando parte dell’immaginario di un intero Paese.
Dai dubbi alla piena identificazione con il pubblico argentino
La storia di Messi in nazionale racconta anche una riconciliazione. Per lungo tempo una parte dell’opinione pubblica argentina aveva considerato la sua formazione europea come una distanza da colmare. Il fatto che fosse cresciuto calcisticamente in Spagna e avesse costruito lontano dal Paese gran parte della propria carriera alimentò giudizi severi sulla sua appartenenza e sul suo modo di esprimere le emozioni.
Con il passare degli anni, quella distanza si è progressivamente ridotta. Messi non ha cambiato personalità per adattarsi al ruolo di leader: ha trovato un linguaggio personale, fatto di presenza, prestazioni e continuità. I successi ottenuti dal 2021 in avanti hanno completato il processo, ma il legame era stato costruito soprattutto durante le sconfitte, quando il capitano aveva scelto di tornare e riprovare.
Il saluto del Monumental certifica questa trasformazione. Il giocatore un tempo discusso lascia la nazionale circondato da un consenso quasi unanime, riconosciuto non soltanto per i trofei e i primati, ma anche per la perseveranza dimostrata nel difendere la maglia argentina.
L’eredità tecnica e simbolica del numero 10
Messi lascia un’eredità difficilmente misurabile soltanto attraverso statistiche, reti e presenze. Il suo contributo ha modificato gli standard tecnici della nazionale e ha segnato la crescita di calciatori che lo hanno avuto come capitano, compagno e riferimento.
Il numero 10 ha rappresentato per anni il centro del gioco argentino, ma la fase più vincente è arrivata quando la squadra ha trovato un equilibrio più ampio. L’Argentina guidata da Lionel Scaloni ha saputo proteggere e valorizzare il proprio campione senza dipendere completamente da lui, costruendo un gruppo competitivo e solidale.
È probabilmente questa una delle eredità più importanti lasciate dal capitano: una nazionale nuovamente consapevole della propria forza, abituata a competere per vincere e dotata di una solida identità collettiva. Ora toccherà alla nuova generazione conservare quella mentalità senza poter più cercare Messi nei momenti di maggiore difficoltà.
L’Argentina apre una nuova fase senza il suo capitano
La fine della carriera internazionale di Messi obbliga l’Argentina a confrontarsi con un passaggio che, pur annunciato, resta complesso. Sostituire un calciatore del suo livello è impossibile; sarà invece necessario redistribuire responsabilità, leadership e peso offensivo.
Per Scaloni e per la federazione comincia un lavoro che riguarda tanto il campo quanto la dimensione emotiva della squadra. Il futuro non potrà essere costruito cercando un nuovo Messi, ma valorizzando giocatori capaci di interpretare ruoli diversi all’interno di un progetto comune.
La notte contro il Benin ha segnato questo confine. Da una parte rimangono oltre vent’anni di partite, pressioni, sconfitte e trionfi; dall’altra si apre una fase ancora tutta da scrivere. L’ultima immagine è quella di Messi davanti al suo pubblico, vincitore e marcatore per un’ultima volta, mentre il Monumental saluta il capitano che ha trasformato una lunga rincorsa in una delle pagine più importanti del calcio argentino.
Fonte: ANSA
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