Climate Change: rapporto dell’IPCC lancia l’ennesimo allarme

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Climate Change

di Pasquale Farro

Il Climate Change spaventa ancora. Sono trascorsi appena nove anni dall’ultimo rapporto sul clima ed i risultati non sono promettenti.

Il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (IPCC) ha esposto al mondo il nuovo rapporto 2022 sullo stato del pianeta in materia di riscaldamento globale. Un documento firmato e sottoscritto da migliaia di scienziati di 195 Paesi oltre al gruppo di esperti patrocinati dall’ONU.

Climate Change: cosa dice il rapporto

Oltre a confermare la dipendenza alle cattive abitudini umane, come la causa principale dei disastri ambientali, perché sempre più legate alle dannose emissioni di gas serra, ad un uso sfrenato di combustibili fossili e ad una quasi totale indifferenza generale, il rapporto traccia una linea di demarcazione che semb

ra quasi un ultimatum: ad oggi, nel 2023, ci resterebbero appena sette anni di tempo per invertire il processo auto-distruttivo in atto. Come se non bastassero le angosce che attanagliano l’umanità intera tra guerre, diseguaglianze sociali, povertà e un timido e minaccioso inizio di carenza idrica, gli scienziati puntano il dito sui governi, certo, ma anche sui cittadini comuni, perché quasi del tutto privi di un senso di responsabilità sul tema.

Il rapporto indica in maniera chiara, manco ce ne fosse ancora bisogno a dirlo… che l’uso di combustibili fossili deve cessare immediatamente, e parallelamente, bisogna iniziare l’avviamento di politiche di ‘adattamento’ che vuol dire operare interventi di mitigazione dei rischi per eventi climatici –attesi, che potrebbero avere un impatto altamente distruttivo su alcune aree geografiche più esposte per tipologia di territorio/sintagma: altitudine, atmosfera, bacini d’acqua dolce, coste, mari/oceani, morfologia, caratteristiche del suolo, rocce, terremoti, attività vulcanica (elementi ecologici) copertura vegetale, fauna (elementi biologici) l’uomo e le sue opere (elementi antropologici, inclusi i pericolosissimi  abusi edilizi).

Ma sette anni sono un tempo talmente breve che gli stessi scienziati sembrano essere rassegnati all’idea che si riesca a contenere l’aumento della temperatura sotto i due gradi, come ci si era accordati nel summit di Parigi del 2015, il quale perseguiva l’obiettivo di limitare ben al di sotto dei 2 gradi Celsius il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della temperatura pari, appunto, a 1,5 gradi Celsius.

Non siamo ancora perduti ma bisogna invertire la rotta del Climate Change

Tra le righe del rapporto ci sono, tuttavia, alcune timide speranze. Prima che sia troppo tardi alla salvezza della specie umana, sono state indicate varie azioni multiple che devono essere adottate in maniera rapida: per mantenere il riscaldamento entro +1,5 gradi sopra il periodo preindustriale sono necessarie “riduzioni profonde, veloci e durature” delle emissioni di gas a effetto serra in tutti i settori, “dovrebbero diminuire già ora e essere ridotte della metà entro il 2030, e verso lo zero nel 2050“.

Nello specifico le emissioni di CO2 vanno tagliate mediamente rispetto ai livelli del 2019 del 48% entro il 2030, del 65% nel 2035, dell’80% nel 2040 e del 99% nel 2050 (43% 60% 69% 84% le percentuali di riduzione necessarie per i gas serra nel loro complesso).

Climate Change, Guterres: “Umanità in bilico”

“L’umanità è in bilico e cammina su un sottile strato di ghiaccio, che si sta sciogliendo velocemente”. È il monito che arriva dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, in occasione del lancio del rapporto.

Dunque “le scelte che faremo nei prossimi anni giocheranno un ruolo fondamentale nel decidere il nostro futuro e quello delle generazioni che verranno”

Climate Change: concentrazioni di CO2 al massimo da due milioni di anni

A leggere il rapporto vengono i brividi e sembra evidente che dagli studi svolti, la responsabilità dell’uomo come causa costante negli ultimi 200 anni, del riscaldamento globale.

E non solo, il tasso di aumento della temperatura nel solo ultimo cinquantennio è il più alto degli ultimi duemila anni. Praticamente l’uomo, in meno di dieci generazioni, è stato capace di inquinare il mondo come non era successo fin dai tempi del Cretacico, ovvero dall’ultima estinzione, avvenuta circa 65 milioni di anni fa. Interessante no?

Ogni Paese del mondo, ogni governo, ogni politica nazionale, quindi, dovrebbe concentrarsi prioritariamente nella ricerca della sopravvivenza della specie. Non siamo ancora fuori da ogni speranza ma siamo certamente la generazione chiamata a disinnescare questa bomba a orologeria climatica.

Come dimostra il rapporto, il limite di 1,5 gradi è ancora realizzabile, come afferma Guterres, ma sarà necessario un immediato ‘salto di qualità nell’azione del clima’. Un appello accorato e profondamente preoccupato, ad attuare ogni sforzo, ogni azione per il clima in ogni settore, a livello globale.

“Chiedo agli amministratori delegati di tutte le compagnie petrolifere e del gas di essere parte della soluzione, scrive Guterres, presentando piani di transizione credibili, completi e dettagliati in linea con le raccomandazioni del nostro gruppo di esperti ad alto livello sugli impegni emissione zero”. 

Questi piani “devono chiaramente dettagliare gli effettivi tagli alle emissioni per il 2025 e il 2030 e gli sforzi per cambiare i modelli industriali per eliminare gradualmente i combustibili fossili e aumentare le energie rinnovabili”, spiega Guterres.

Il sistema alimentare parte in causa del problema

Stephanie Roe, responsabile scientifica del Wwf su Clima ed Energia, tra le autrici del rapporto dell’Ipcc sostiene che il “Sistema alimentare è responsabile di ⅓ delle emissioni”. “Con le emissioni attuali, ancora al livello più alto della storia dell’umanità’, siamo fuori strada.

Basti pensare che solo il sistema alimentare è responsabile di circa un terzo (23-42%) delle emissioni globali di gas serra. Quanto prima e con maggiore decisione agiremo, tanto prima le persone e la natura potranno raccogliere i benefici di un futuro più pulito, sicuro e stabile. Abbiamo tutti gli strumenti necessari, quindi se agiamo subito siamo in grado di vincere questa sfida”.

Riusciremo a raccogliere questa sfida? Possiamo sperarci ma di certo non possiamo rassegnarci. Come cittadini comuni possiamo fare ben poco se non comportarci con rispetto verso la nostra madre Terra, evitando un uso indiscriminato di risorse idriche, evitando di acquistare merci in maniera affannosa e adoperandoci al riuso, alla riparazione e al riutilizzo di beni.

Come cittadini comuni, possiamo evitare l’uso dell’auto, preferendo i mezzi pubblici a basso impatto, possiamo produrre meno rifiuti possibili e magari evitare l’uso della plastica. Possiamo fare attenzione ad un uso più equilibrato di energia elettrica, utilizzando lampadine a basso consumo, evitando di inquinare il mare con il nostro olio di frittura e fare una corretta raccolta differenziata dei rifiuti.

Possiamo finanche diventare ‘cittadini attivi’ aderendo a tutte quelle iniziative volte a curare e salvaguardare la natura, sensibilizzando le persone che ci circondano a fare lo stesso e non ultimo ad un appropriato utilizzo dei mezzi di comunicazione digitali, considerando che anche una semplice mail con un allegato di un solo megabyte inquina quanto una lampadina di 60 watt accesa per dieci minuti.

Con il coronavirus, il mondo si è fermato a riflettere, e sembrava quasi ad un passo dalla redenzione e illuminazione, ma appena è passata l’emergenza, ha ripreso a inquinare come se non peggio di prima.

Cosa deve succedere affinché l’uomo capisca che il rischio climatico è reale e di lui non resterà nessuna traccia se non si ferma oggi? Quanti disastri e sofferenza, dovranno abbattersi sul mondo per farlo ragionare? Nessuno sembra consapevole del fatto che se si supera la linea rossa, non basterà un lockdown per salvarsi né tutto l’oro di un mondo che continuerà a sopravvivere anche e (quasi certamente meglio), senza l’essere umano.

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