25 aprile, la memoria condivisa che ci meritiamo

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25 aprile

Il 25 aprile non è la festa di tutti. E’ ciò che, come popolo, ci meriteremmo dopo anni di mistificazioni e falsità storiche.

25 aprile, la memoria condivisa che ci meritiamo

La storia la scrivono i vincitori. E’ un assunto che spesso ci sentiamo ripetere ma che, come qualche volta hanno ribadito anche importanti storici e divulgatori come Alessandro Barbero, è una falsità. La storia è fatta da una memoria, che non è mai condivisa, perché ognuno la ricorda a modo proprio. Eppure esiste un modo per andare avanti e superare le divergenze: far pace con la propria storia.

E’ ciò che è accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti dopo la guerra civile ed è ciò che, nel nuovo millennio, ci meriteremmo anche noi come popolo. Se, infatti, da un lato come Europa siamo riusciti, un po’ per necessità ed un po’ per orgoglio, a superare le differenze che ci affliggevano prima del 1945, in Italia sembra una missione impossibile.

Gli strascichi del Fascismo si fanno sentire ancora ma assomiglia più ad una lotta di principio che ideologica. Dire, infatti, che il Fascismo fu un’ideologia è una falsità. Il Fascismo era un culto, quello di Mussolini, una vera e propria setta di delinquenti che prese il potere con la forza e cancellò ogni libertà che l’Italia conservava dall’unificazione.

Il 25 aprile 1945 è una tappa fondamentale della nostra storia, e ci meritiamo di godercela. Può essere un’occasione per far pace con noi stessi e con la nostra storia ma bisogna uscire dalla retorica.

Il senso politico del 25 aprile: una battaglia per rastrellare i voti

La politica, in questo senso, è altrettanto importante quanto falsa (o meglio falsaria). E’ in sé nella democrazia, un concetto intrinseco, che deriva dalla necessità del consenso. Quando si fa politica non si vuole lasciare nulla agli altri: ogni 0.25% dev’essere ascoltato ed incluso nell’ottica del partito pigliatutto. Quindi anche i neofascisti (che non avrebbero senso di esistere in un gioco democratico) e che la destra da anni cerca di includere (o meglio illudere con lo scopo di farsi appoggiare).

C’è poi un altro problema sempre insito nelle cose: la destra italiana da una certa fase in poi, che vedeva come atto spartiacque la svolta di Fiuggi, si è malsanamente identificata nel culto. Non tutta la destra, ovviamente: Berlusconi e Bossi avevano sempre ripudiato quell’associazione. Non vale per Fratelli d’Italia e per la nuova Lega che hanno una guida più ambigua ed alcuni membri che si identificano in quei valori.

Queste persone, questi politici e questi partiti, non capiscono che ad un certo punto si deve far pace con la propria storia ed abbandonare le eredità (soprattutto quelle scomode) per iniziare a costruire qualcosa di durevole. C’era riuscito Berlusconi creando un culto della propria persona mentre Bossi aveva cavalcato un’ideologia nordista (oggi scomparsa dai radar della Lega). In sostanza, sembra che la confusione di cui la destra ha sempre accusato la sinistra italiana (forse anche con ragione) appartenga, invece, più a loro.

Partigiani e liberazione: una storia che dobbiamo accettare anche cantando Bella ciao

“Bella ciao”, è una delle canzoni più famose al mondo ed è associata (in parte erroneamente) alla sinistra italiana. E’ tanto famosa anche presso altri popoli da essere diventata un simbolo di libertà, di lotta contro l’oppressore.

In effetti, Bella ciao, più che essere divenuta una proprietà di sinistra per una volontà di quella parte politica, lo è diventata per rigetto dell’altra parte. Curioso, dato che è una canzone che parla della lotta contro l’invasore straniero (il Reich nazista) ed è respinta da chi oggi di definisce “sovranista”. E’ vero che era la canzone dei partigiani, che combatterono anche contro i fascisti alleati di Hitler e forse da ciò continua a derivare il cortocircuito di cui sopra.

Partigiani e liberazione, però, dovrebbero essere un simbolo per noi ed invece, dopo molti anni, ancora vengono enunciate falsità sui fatti di Via Rasella. Ciò non fa che allontanare il popoli italiano dall’obbiettivo di trovare finalmente pace in un passato comune e guardare con futuro alla costruzione di un’Europa solida.

Andare all’Altare della Patria il 25 aprile è un segno importante, ma le parole in campagna elettorale e durante l’esercizio degli incarichi pure contano. Se all’ora l’impressione è che la nostra guerra civile si continui a combattere ancora oggi, che sono passati quasi 80 anni, allora qualcosa non sta veramente funzionando.

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