Trump minaccia dazi al 100% contro i Paesi che tassano le Big Tech
Donald Trump riapre il fronte commerciale con l’Europa e avverte i Paesi che applicano o intendono introdurre tasse sui servizi digitali: chi colpirà le grandi piattaforme tecnologiche statunitensi potrebbe essere raggiunto da dazi fino al 100% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti.
La minaccia arriva in una fase delicata dei rapporti transatlantici, mentre Washington e Bruxelles cercano di stabilizzare il quadro tariffario dopo mesi di tensioni. Al centro dello scontro non ci sono soltanto i dazi, ma una questione politica più ampia: chi ha il diritto di tassare i profitti generati dall’economia digitale globale.
La minaccia di Trump contro le tasse digitali
Secondo quanto riportato dall’Associated Press, Trump ha annunciato la linea dura contro qualsiasi Paese che imponga una digital services tax alle imprese statunitensi. Il messaggio è rivolto soprattutto all’Europa, dove diversi governi discutono da anni strumenti fiscali per intercettare parte dei ricavi prodotti dalle grandi piattaforme online.
La digital services tax nasce con l’obiettivo di tassare attività come pubblicità online, marketplace, motori di ricerca e servizi digitali che generano valore in un determinato Paese anche quando la sede fiscale del gruppo si trova altrove. Per Washington, però, queste misure finiscono spesso per colpire in modo sproporzionato le aziende americane, da Google a Meta, da Amazon ad Apple.
Trump ha sostenuto che eventuali nuove tasse digitali supererebbero anche gli accordi commerciali già negoziati. Questo passaggio è politicamente rilevante: significa che la Casa Bianca considera la fiscalità digitale una partita autonoma, capace di rimettere in discussione intese più ampie sui dazi.
La risposta dell’Unione europea
La Commissione europea ha respinto l’impostazione americana, difendendo il diritto dell’UE e degli Stati membri a definire politiche fiscali non discriminatorie. Bruxelles sostiene che le misure sulle grandi imprese digitali non siano costruite contro gli Stati Uniti, ma rivolte a tutte le società di grandi dimensioni che operano in determinati mercati.
Il portavoce della Commissione Olof Gill, citato da AP, ha chiarito che l’UE considera ingiustificate eventuali misure unilaterali contro politiche fiscali legittime. Bruxelles ha inoltre avvertito che, se necessario, risponderà per tutelare i propri diritti e la propria autonomia regolatoria.
Il punto centrale è proprio questo: l’Europa vuole mantenere margini di sovranità su tasse, regole digitali e concorrenza, mentre gli Stati Uniti vedono molte di queste iniziative come un attacco indiretto alle proprie multinazionali tecnologiche.
Il nodo dell’accordo commerciale USA-UE
La minaccia di Trump arriva mentre l’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea dovrebbe servire a raffreddare le tensioni. L’intesa citata da AP prevede un tetto ai dazi sulla maggior parte delle esportazioni europee verso gli USA, ma non ha risolto il dossier delle tasse digitali.
È proprio questa esclusione a rendere fragile il compromesso. Se Washington decidesse davvero di usare dazi punitivi contro i Paesi che applicano una digital tax, l’intero equilibrio negoziale rischierebbe di saltare. Per le imprese europee significherebbe tornare in un clima di incertezza, con possibili rincari, rallentamenti degli scambi e nuove ritorsioni.
L’impatto non riguarderebbe solo i grandi gruppi industriali. Una guerra tariffaria può colpire filiere, esportatori, consumatori e imprese più piccole integrate nei mercati internazionali. Il precedente dei controdazi tra USA e UE mostra quanto rapidamente una disputa settoriale possa estendersi ad altri comparti.
Regno Unito e fiscalità digitale
Nel quadro citato da AP rientra anche il Regno Unito, che dal 2020 applica una tassa del 2% sui ricavi derivanti da alcuni servizi digitali, tra cui motori di ricerca, social media e marketplace online. Londra ha giustificato la misura con la necessità di riallineare il luogo in cui il valore viene creato e quello in cui i profitti vengono tassati.
Il caso britannico è importante perché dimostra che la questione non riguarda soltanto l’Unione europea. Anche fuori dal mercato unico, molti governi cercano strumenti fiscali più adatti a un’economia in cui le piattaforme possono generare ricavi significativi in Paesi dove non hanno una presenza fisica tradizionale.
Per gli Stati Uniti, tuttavia, questo tipo di tassazione continua a essere percepito come una pressione sulle proprie aziende leader. La contrapposizione, quindi, non è tecnica ma strategica: da una parte la difesa dei campioni digitali americani, dall’altra la volontà dei governi di recuperare base imponibile nell’economia online.
Big Tech, sovranità fiscale e nuova tensione transatlantica
La partita sulle tasse digitali è diventata uno dei terreni più sensibili nei rapporti tra USA ed Europa. Non riguarda soltanto il gettito fiscale, ma il potere di regolare mercati dominati da poche grandi piattaforme globali.
Per l’UE, tassare in modo più efficace i giganti digitali significa anche riaffermare un principio: le imprese che generano valore in Europa devono contribuire ai sistemi pubblici europei secondo regole chiare. Per gli Stati Uniti, invece, il rischio è che queste misure diventino una forma di protezionismo mascherato contro società americane.
La minaccia dei dazi al 100% alza il livello dello scontro. Se trasformata in provvedimenti concreti, potrebbe aprire una nuova fase di ritorsioni commerciali. Se invece resterà un messaggio negoziale, servirà comunque a mettere pressione su Bruxelles e sui governi europei in vista dei prossimi passaggi.
Il dossier resta quindi aperto. La fiscalità digitale non è più una questione per soli tecnici del fisco: è diventata una leva di politica industriale, commerciale e geopolitica.
Fonte
Fonte: Associated Press / AP News
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