Studi clinici sui tumori: in Europa crollo del 50% in 10 anni. La Cina domina la ricerca

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La mappa geopolitica della ricerca medica sta cambiando radicalmente e l’Europa sta perdendo terreno.

In dieci anni, gli studi clinici sui tumori avviati nel Vecchio Continente sono diminuiti del 50%, segnando un pericoloso declino nella competitività scientifica europea. L’allarme arriva dai dati presentati oggi a Roma dall’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), in occasione del Clinical Research Course organizzato con l’americana ASCO.

I numeri della crisi: l’Europa arretra, la Cina avanza

Le percentuali parlano chiaro. Se nel 2013 le sperimentazioni oncologiche europee rappresentavano il 18% del totale mondiale, nel 2023 questa quota si è letteralmente dimezzata, crollando al 9%. Una contrazione che colpisce anche gli Stati Uniti (passati dal 26% al 17%), ma che vede un netto ribaltamento a favore dell’Asia: la Cina, nello stesso decennio, è balzata dall’8% al 29%, diventando il primo Paese al mondo per trial avviati.

La crisi europea si traduce in un minor accesso alle cure innovative per i malati: tra il 2018 e il 2023, i pazienti arruolati in Europa sono calati di quasi 60.000 unità (da 286.159 a 226.155).

“L’introduzione di norme come il Regolamento europeo sulle sperimentazioni cliniche ha aumentato la complessità regolatoria”, spiega Massimo Di Maio, presidente AIOM. “A causa dei ritardi nell’approvazione e nell’avvio dei trial, i Paesi europei sono diventati meno competitivi. In Italia, inoltre, figure chiave come i coordinatori di ricerca clinica sono ancora privi di un reale riconoscimento giuridico”.

Qualità di vita: il parametro dimenticato negli studi clinici sui tumori

Oltre alla quantità, preoccupa la “qualità” dei trial. Meno del 40% degli studi clinici sul cancro che hanno portato all’approvazione di nuove terapie nel decennio 2012-2021 ha incluso un reale miglioramento della qualità di vita dei pazienti.

La comunità scientifica, supportata da una recente pubblicazione su Lancet Oncology, chiede un rapido cambio di rotta stilando principi fondamentali per la ricerca futura, tra cui:

  • Coinvolgere i pazienti già nello sviluppo del protocollo di studio.
  • Rendere la qualità della vita l’esito (endpoint) primario o secondario della ricerca.
  • Utilizzare questionari (PRO – Patient-Reported Outcomes) compilati dai pazienti a intervalli regolari per valutare l’impatto reale di sintomi e tossicità.
  • Includere questi dati nelle pubblicazioni ufficiali.

“Per le persone colpite da malattia avanzata, la qualità di vita è la misura più tangibile del valore della cura”, sottolinea Di Maio, evidenziando come i parametri soggettivi debbano affiancare le tradizionali valutazioni cliniche dei ricercatori.

Meno burocrazia per salvare la competitività

Per invertire la rotta, AIOM invoca interventi strutturali. Rossana Berardi, presidente eletto AIOM, pone l’accento sulla competitività del “sistema Paese”: “Se vogliamo che l’Europa e l’Italia tornino protagoniste, bisogna semplificare i processi autorizzativi e ridurre gli ostacoli burocratici. Al contempo, serve investire e stabilizzare le figure professionali dedicate alla ricerca, come data manager e personale di supporto”.

Scegliere gli obiettivi giusti per ogni studio clinico sui tumori è cruciale. Come ricorda Francesco Perrone, presidente di Fondazione AIOM: “Vi è la tendenza a scegliere la sopravvivenza libera da progressione come obiettivo primario, anche dove non è pienamente validata. In questi casi, i dati sulla qualità della vita assumono un ruolo complementare vitale per interpretare correttamente la rilevanza clinica di un nuovo farmaco”.

Se non si interviene su burocrazia, investimenti e centralità del paziente, l’Europa rischia di trasformarsi da culla della scienza a spettatrice della medicina del futuro.

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