Un’intesa storica sulle spese militari NATO è ormai a portata di mano. Gli alleati si stanno avvicinando a un accordo per portare la spesa per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035, una soglia spinta dall’insistenza di Donald Trump e dalla crescente instabilità geopolitica in Europa.
L’accordo, frutto di un’intensa negoziazione che ha visto l’Italia e il Regno Unito in prima linea tra i “prudenti”, delinea un percorso di dieci anni, flessibile e senza tappe intermedie obbligatorie. Una clausola di revisione è prevista per il 2029, legata al raggiungimento degli obiettivi di capacità militare.
Tuttavia, nonostante la flessibilità, l’intesa non è ancora unanime. La Spagna di Pedro Sanchez si oppone, creando un ostacolo significativo a pochi giorni dal vertice dell’Aja.
Il Compromesso: Difesa Classica e Sicurezza Allargata
Il cuore del compromesso risiede nella suddivisione del target del 5%. Non si tratta di un blocco unico, ma di due “contenitori” ben distinti:
- Un 3,5% del PIL destinato alla difesa classica, ovvero armamenti tradizionali come carri armati, aerei e artiglieria.
- Un 1,5% del PIL per la “sicurezza allargata”, una categoria più ampia e flessibile.
Questa suddivisione è una mossa strategica: permette a Trump di rivendicare una vittoria politica di fronte al suo elettorato, mostrando un’Europa più responsabile, e al tempo stesso consente ai governi europei di gestire un aumento di spesa più sostenibile per le proprie opinioni pubbliche.
La Posizione dell’Italia e la Flessibilità dell’Accordo
Nella categoria del 1,5% rientreranno investimenti in “infrastrutture, cyber, ibrido e resilienza”. Secondo fonti diplomatiche, si tratta di una definizione molto ampia che comprende “tutto ciò che concorre alla sicurezza nazionale”, al punto che anche opere come il Ponte sullo Stretto di Messina potrebbero essere conteggiate.
Questa flessibilità rappresenta una vittoria per la coalizione dei “prudenti”, di cui l’Italia fa parte. Permette infatti di ammortizzare l’aumento delle spese militari NATO su un arco temporale più lungo e con criteri più elastici, una posizione sostenuta con forza dal nostro Paese durante i negoziati.
Il Nodo Spagna e la Pressione degli Stati Uniti
Il principale ostacolo all’unanimità è rappresentato dalla Spagna. Il governo Sanchez ha definito l’obiettivo del 5% “irragionevole e controproducente”. Secondo Madrid, gli obiettivi di capacità assegnati dalla NATO alla Spagna sarebbero già raggiungibili con una spesa del 2,1% del PIL. Andare oltre, per Sanchez, è una scelta politica non necessaria, per cui chiede di fatto una deroga.
Questa posizione irrita gli altri partner e soprattutto gli Stati Uniti, che premono per chiudere l’accordo entro il fine settimana. Un fallimento potrebbe spingere Trump a disertare il vertice, con conseguenze imprevedibili per la stabilità dell’Alleanza.
Verso una Soluzione: Obiettivi di Capacità nel Testo Finale
La Spagna non è l’unica nazione a incontrare difficoltà. Anche Canada, Belgio, Lussemburgo e, seppur non ufficialmente, la Francia, fanno parte del gruppo di paesi per cui un aumento così netto delle spese militari NATO rappresenta una sfida economica e politica notevole. Come avrebbe sottolineato il ministro della Difesa Guido Crosetto, “aumentare le spese è inevitabile a meno che non si voglia uscire dalla Nato”.
Per superare l’impasse, si sta valutando di inserire nel comunicato finale un riferimento esplicito al “raggiungimento degli obiettivi di capacità” accanto al target del 5%, una formula che potrebbe concedere a Sanchez il margine di ambiguità necessario per firmare. Gli occhi sono ora puntati sulle capacità negoziali del segretario generale Mark Rutte per portare a casa un risultato che, in ogni caso, sarebbe storico per il futuro dell’Alleanza Atlantica.
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