Pedro: l’Arte di Strada dalla Calabria a Manhattan

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L’Anima dell’artista poliedrico dall’antico borgo di Amantea di Vico Terzo agli spazi aperti di New York

Pedro Bonavita ha il suo studio nell’antico centro storico di Amantea, in un palazzo del seicento, con vista sul mare. Vi si arriva a piedi, passando per vicoletti e scalinate. Qui le macchine non arrivano.

Da qui, almeno una volta all’anno vola a New York. Qui svolge un lavoro creativo, ma difficile da definire. Lo intervistiamo, durante un conviviale pasto che periodicamente offre ad amici e ad artisti.

Come è nato il tuo rapporto con l’America?

Nel 93 vado a New York perché mi chiama uno dei soci di una compagnia, in quanto c’era una parentela. Mi chiama per fare un locale suo personale, che è un panificio. Da quando andai lì poi ingrandirono con altri soci, e divenni, tra virgolette, il loro “designer”, o “progettisti”. Andavo tre giorni per vedere un posto e mi dicevano: «Vedi che dobbiamo prendere questo posto». C’era solo la scatola, io li devo pensare a tutto: pavimento, bancone, sedie, tavolini, lampadari, pittura, quadri . Ma non sono stato mai progettista alla vecchia maniera per quello che si pensa. Sono stato una fusione tra progettisti e artista. Quindi il locale aveva un’anima, un’anima diversa del progettista. Riversava un po’ un aspetto dell’anima da artista. Naturalmente tenendo conto che una compagnia segue una linea nell’estetica. Non puoi ogni volta fare un locale come meglio vuoi, se sei triste o sei allegro. Quindi c’è stata un’impostazione che ha sempre funzionato. Attualmente c’hanno 7, 8 locali. In più “fattorie” dove fanno il pane e adesso hanno avviato il franchising. E quindi dove aprono io vado. Andando lì ho modo di non solo lavorare per loro, ma andare a Manhattan. Frequentare gallerie d’arte, conoscere artisti ed entrare in un giro di contatti. E questo mi ha permesso di aprire una porta in quel mondo che andavo a vedere, ma anche ti disinibisce nel fare l’artista nel modo che potevi fare qua. Perché  una cosa è dipingere qui e una cosa dipingere lì. C’è uno stato emotivo che ti può frenare, ma grazie a queste situazioni tutto ha avuto una piega diversa. Quindi in questi locali Stato i quadri miei li facevi i quadri che in altri rispecchiavano un po’ quella che era l’estetica del posto. Se c’era un locale dedicato a “Positano” si tenevamo in conto alcune cose. La società si chiama Royal Crown Bakery però ultimamente stanno avviando questo discorso del franchising col nome Filoncino.

A New York hai un laboratorio?

Allora lì praticamente c’è un laboratorio, ma in quanto è uno spazio di questa fattoria che è enorme. Quindi c’è un angolo che uso per fare i quadri. Quindi i colori, tele, cavalletti eccetera eccetera. Quindi c’è un posto fisico dove io vado lì, ma è sempre loro. Essendo una compagnia riconosciuta, ma a Brooklyn principalmente anche nel Jersey, ma anche a Staten Island. Delle volte magari vengono invitati a tante situazioni interessanti dove loro non vanno e poi vado a rappresentarli.

Da Vico Terzo a Central Park

Quindi io ti ho detto la storia americana. Che alla fine grazie a questa mia esperienza newyorkese ho modo di toccare anche altre cose. Quindi quando vado lì ho la possibilità di andare a dipingere, se voglio, a Central Park, se voglio me ne vado ad altre parti. Quindi se voglio dipingo a Bligh Street. Delle volte faccio delle foto, dei video. Io qua sono in un modo perché mi piace essere così. Con questo non voglio dire che qua non dipingo o non faccio altre cose. Cioè io vengo da quella storia di Vico Terzo che era quello di lavorare nella strada, cosa che è stata sempre vista da tutti come una sorta di decadenza. Però a quanto vai a New York capisci come l’arte non ha questi parametri dettati dalla nostra società, posti in cui vivi. Quindi quando c’era Vico terzo, andavo con piacere. C’era Franco Magli. Si dipingeva, si facevano altre operazioni in altre parti, che poi magari in America le rivedevi con formule diverse. Però c’è l’artista da studio. Quello che sta lì, e fa il suo quadro. Che poi lo vende, ma come tutti possiamo aspirare a farlo. Però c’è gente che vive dell’azione. Quindi fare le cose perché rientra nel tuo modo di essere. Ecco qui quindi per me trovarmi a Manhattan, perché principalmente lo faccio a Manhattan, quando faccio l’artista per fatti miei, è ritrovarsi un po’ a rivivere esperienze fatte in un posto che è totalmente diverso. Però la cosa che è importante è che quando tu fai in quel posto con l’esperienza che magari accumuli, non ti senti a disagio. Non c’è un impatto tra Pedrito e Manhattan. Semplicemente perché, grazie a delle cose fatte. li vivi con disinvoltura. Poi devo dire che ci sono altri riferimenti, mentre qui posso fare l’acciuga, la sardina, l’alice, chiamateli come volete, che non è l’unica strada, è uno spaccato di un ricordo. Invece li faccio altre cose che sono più in sintonia con il posto. Ma non per scelta, perché qua non vengono apprezzate. E una libertà interiore diversa. Il concetto è un rapporto fra vivere se stessi, l’arte ed in mondo in cui ti trovi. Quindi “di strada” [riferito all’arte] è impropria. Di strada si intende nell’urbano. Quando eravamo qui con Magli che c’era Vico Terzo, che eravamo sempre insieme, noi la sera andavamo con la valigia piena di colore per andare a imbrattare, impropriamente imbrattare, ma comunque andare colore sotto un ponte. Per lui, e condividevo, era un’azione. Non era il quadro da fare a casa, dopo si guarda se il cielo è così chiaro da dare la profondità perché bla bla bla bla bla. Sono due strade diverse. Io sento più mia quella che parte da Vico Terzo. Prima di arrivare a Vico terzo di arrivare o comunque di prendere parte a questa cosa, io venivo da 5 anni di scuola a Centraro, conosco che cos’è la scuola. Dove si va lì per fare la forchetta, per fare la proporzione della forchetta e cucchiaio e la proporzione con il piatto. Poi c’è il bicchiere a fianco, il chiaroscuro eccetera. E quello è un arricchimento tecnico. Però poi alla fine bisogna capire che cosa sia è o che cosa si vuole. O come si vuole interpretare l’arte? E io parto sempre dal presupposto che fare l’artista, significa esternare situazioni che si immagazzinano durante la vita. L’esperienza, quello che ti circonda, voglio dire quello che succede intorno a te. Voglio dire, se accendi il televisore ci sono 30.000 bambini morti, mica vai a casa e fai la Margherita. La metto da parte. A me non interessa perché sono preso da altre cose. Sono preso da quello che mi suggerisce quello che mi circonda, praticamente il mondo viviamo, cosa catalizziamo, cosa percepiamo, cosa traduciamo, cosa leggiamo e cosa scriviamo nel mondo pittorico.

Tu qui hai uno studio in un luogo bellissimo, particolarissimo. In questo posto arroccato e difficile da raggiungere, dove le macchine non arrivano, totalmente diverso da quello che è una metropoli newyorkese, tu qui hai il tuo spazio, il tuo territorio di ispirazione. Come vivi questa specie di contrasto?

Qui ci sono cresciuto, quindi un po’ è come stare a casa mia. Naturalmente quello che faccio qui non risente del posto in cui vivo. Naturalmente non c’è il pubblico, ma non c’è un riscontro più appropriato a quello che fai. Ma a me interessa lavorare qui, pensare a delle cose. Crearmi non il mio mondo, perché questo non è un rifugio, questo per me è un luogo dove sta bene la mia anima. Poi chi entra è benvenuto. Quello che mi interessa è non fare troppe domande. Delle volte nemmeno come si chiamano e da dove vengono. E poi mi chiedono, posso andare sopra? Si si prego, per farle sentire a proprio agio, a casa propria. Quindi un po’ c’è una sorta di universalità dell’individuo. Mi ricordo come mi diceva Kodra a Milano, “Pedrì, la Margherita, come in Italia è in Cina. Perché una Margherita è una Margherita”. Quindi il concetto dell’accoglienza, del rispetto, sono cose che vanno al di là del luogo in cui vivi. Poi certo, un po’ in una partita a scacchi, se vai in alcuni posti, se non sai giocare in un certo modo, diventi un po’ come dire, un pulcino tra le aquile, che poi molte volte le aquile sono dei costumi esteriori che la realtà ti impone. Ma poi alla fine è tutto un giochino fuori posto. Poi ritornando alla mia espressività, nasce da questo, da questa contraddizione che ha l’uomo. Dal dire il fare. Di come molte volte, per convenienza si citano degli episodi per poi invece perseverano in altri peggiora ancora. Come se alla fine non ci insegna niente. Come se la storia non ci insegnasse niente. Ma tradotta oggi mi chiedo: Ma l’essere umano? Qual è il suo traguardo da raggiungere? Escluso vivere fino a ottant’anni, di cui magari gli ultimi 15 passati in clinica per campare un giorno in più. Ma cosa si riversa nel frattempo che si vive per migliorare qualcosa? Quindi forse l’artista può essere anche fortunato nell’avere questa, non dico capacità espressiva, ma un qualcosa da voler raccontare. Poi ognuno racconta le cose a modo proprio, ma ognuno racconta soprattutto, non a modo proprio, quello che percepisce, che può essere individualista oppure Universale. La differenza tra l’artista e pittore e quella. L’artista precede le cose, le anticipa. In un modo così strano che chi vive le ritiene così distante da dire “chistu è ciuatu” [questo è scemo] a parte questa parola. Però realmente là delle delle che è come se facesse vedere in uno specchio un riflesso che la gente non vuole accettare perché gli fa schifo. Quindi i miei quadri, il vomito. Perché io vomito, lo schifo di questa società. Fatta con gli strumenti che mi competono: colori, pennelli, tubetti, barattolo. È l’artista che vomita, ma che cosa? Non il mio malessere come persona. Che mi manca? Potrei dire niente. Però come concetto, cioè alla fine che cosa serve? Quando una vecchietta traversa la strada non gli si dice “ferma che c’è una macchina” perché forse non ci sente, ma tu la aiuti ad attraversare. Quindi sei una sorta di campanello. Non d’allarme. Ma di attenzione sulle cose.

Ci accompagna a visitare il suo studio al piano di sopra

E qui ci spiega il suo concetto di “VOMITO”

Io vomito tramite gli strumenti di lavoro, cioè io tramite gli strumenti miei esprimo il vomito. Ma non è una espressione politica. Cioè la mia espressione artistica si limita a esprimere l’incongruenza di una società che va alla deriva. Si abbandonano, i valori e si è un po’ cinici, cioè ci interessa solo vivere e io proprio dico, in genere, quello che ci interessa, a parte la parte un po così romantica quando siamo in un bar, quindi siamo moralisti, ci interessa avere soldi in tasca, se possibile la cocaina, se avere, se è possibile avere le donne, per non dire le fanciulle, quindi abbiamo una vita che è parallela nell’incongruenza di quello che è un senso etico delle cose. Quindi, un po’ come si suol dire, il prete “parla bene e razzola male”. Ormai abbiamo preso come esempio questo, quindi una società alla deriva.

Come è il tuo legame con Amantea? Lungo il tragitto infatti abbiamo notato delle targhe di ceramica fatte da te. Quale è il tuo rapporto con la ceramica?

Bene, un’altra nota che riguarda l’altruismo. Da quando finii l’Accademia, tornando ad Amantea, ero più presente, mi sono sempre dedicato da allora alla città. Mi chiedeva il Lungomare, facciamo il lungomare, proponevo qualcosa, facciamo questa cosa, volevano un quadro, diamo il quadro. L’associazione: “Noi dobbiamo andare a Lourdes, ci servono le targhe”. ecco le targhe. Qualsiasi cosa mi è stata chiesta l’ho fatta e qualsiasi cosa l’ho voluta fare per abbellirlo e comunque, dare qualcosa al paese l’ho fatto senza soldi, perché c’è questo da dire, un po’ sfata quella quel proverbio che dice “messe senza soldi, non se ne suonano” per dire che anche il prete se dice la messa vuole essere pagato. Cioè una cosa è teorizzare una cosa è fare. Quindi ospitare la gente che passa di qui e dire: “Prego entrate. un bicchiere di vino?”, è la stessa cosa che dire “quel lungomare, io ritengo che sia abbandonato”. Andavo al Comune, chiedevo, che ne so, 1.000 € di pittura. Andavo lì a farlo, ma non ho mai chiesto quanto mi date. Perché pensavo che fosse dovuto in quanto si era capaci, quindi era dare un proprio contributo alla città, all’associazione, a chiunque. Al di là se poi vieni ben visto o no, questo non mi interessa. Perché poi? Nella via di fuga c’è New York. Io sto pensando, se non di trasferirmi, ma di riservarmi uno spazio maggiore per fare l’artista. Perchè rientra in quella strada dell’azione. Che a New York ha avuto sempre un grande valore.

Viene apprezzata di più la tua arte a NY?

Guarda che viene apprezzata per quello che poi faccio lì, da quello che mi dicono, e visto che poi magari mi chiamano sempre, non è perché ci vado gratis quindi? E perché magari tutto quello che fai viene ben visto? Comunque ha un risultato importante. Certo, se io vado a fare un ristorante, un esempio, e poi ci va la gente a mangiare non è che va solo perché il posto l’ha fatto Pedrito. Naturalmente va perché c’è una buona cucina. Però c’è anche un buon posto dove sentirti a casa tua, perché l’importante è trasmettere questo, far sì che la gente si senta a casa propria. Quindi devi trasferire queste informazioni che hai tu in un posto che non conosci. E quindi diciamo che funziona.

Quindi lì praticamente tu unisci l’arredamento con la progettazione, il design di un locale e aggiungi le tue opere?

Il posto deve avere un’anima. Diciamo che per una buona parte sì. Se quello che stanno facendo riesco ad entrare in sintonia col posto. Se invece mi rendo conto che scivola stampa della Gioconda, la metto. Perché anche lì è importante. Perché non è come dire vado lì alla fine metto dei quadri miei. No, se non è la mia strada. Il posto deve funzionare e non si bada a spese interiori, ad energia.

Ci racconti il rapporto con la ceramica?

A Centraro ho fatto .l’Istituto d’Arte e per scelta mia, ho fatto “ceramica”. Il mio professore di decorazione era di Faenza. conosciuto per la ceramica. Il professore di forgiatura era di Capodimonte. Altro nome significativo per la ceramica. Certo questo non è sufficiente per avere successo. Però chiunque appartiene ad un posto non può non avere riferimenti di cosa fare, di come saperlo fare. Quindi questo professore mi diceva: “Buonavita. Allora aiutami, aiutami a fare le rose”. Lui era molto bravo a fare le rose di Capodimonte. E quando lei doveva fare delle dei lavori delle opere sue, io gli preparavo i petali e lui poi componeva la rosa. Anche lì sono delle cose che ti arricchiscono. Ma a parte questa piccola parentesi di scuola, perché se io dovessi mettere mano a un tornio non sono capace nemmeno di centrare una pallina. Quindi per dire che in alcune cose riesco perché non solo ho avuto questa scuola, ma perché tra virgolette faccio l’artista. Però non ho pazienza. Io non ho pazienza a fare 1000 rose, ne posso fare 5 perché sono preso dal piacere di vederle realizzate, però poi se ne dovessi fare 1000 non ho questa perseveranza a farne 1000 cose che in genere di ceramisti hanno. Ma la cosa più importante è che io nella ceramica non non trasferisco il concetto della decorazione tradizione. Uso la ceramica come uno strumento diverso per fare l’astratto, per fare l’artista. Quindi nei piatti io delle volte faccio anche cose che sono un po’ il “vomito”. Faccio un esempio, ma per capirci, mentre in pittura posso usare tubetto o altro, ma questo non è che una novità, in ceramica io uso le letterine dei morti in bronzo. Per vedere la reazione di alcune cose, tipo questo metallo, come si fonde con la cristallina, come reagisce? Ma è un fatto, come dire, di piacere. Come e come trasferire in ceramica, in un piatto l’esperienza pittorica. Ma non mi ritengo un ceramista. Se considero il lavoro dei ceramisti, che esprimono una ceramica del posto che nasce da una cultura che era quella della ceramica per il bisogno della casa. Un piatto, un bicchiere, la caraffa, con queste smaltature verde ramino, bellissime. Però se uno va a Faenza ha un’altra ceramica. Ma non perché sono più o meno bravi. Perché ognuno riversa un’appartenenza. Quindi voglio dire, la caraffa che fanno a Seminare se la metti in un museo a Faenza ha il suo fascino, perché a Faenza non fanno la caraffa che fanno al Seminara.