Nadia Battocletti, doppio oro a Caorle: “Se non stai bene con te stessa, non corri forte”. Cresce la fiducia nel lavoro della FIDAL sui giovani

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Nadia Battocletti
Credit ph. Giulia Sanò

Fresca campionessa italiana nei 1500 e 5000 metri a Caorle, Nadia Battocletti si racconta a cuore aperto in un’intervista a tutto campo: dall’emozione di guidare l’Italia come capitana agli Europei a squadre di Madrid, alla gestione dei momenti difficili tra allenamenti, infortuni e Ramadan. Tra riflessioni personali e impegno collettivo, Nadia sottolinea il grande lavoro della federazione per sostenere i giovani e creare un ambiente solido in cui far crescere talento e passione.

Nadia, com’è stato vivere l’Europeo a squadre di Madrid da capitana?

“Partiamo dal presupposto che per me è stata assolutamente una sorpresa. Solitamente i capitani sono altri, nel senso che sono cresciuta con capitani come Chiara Rosa, Gimbo Tamberi o atlete di riferimento come Anna Bongiorni, e non mi aspettavo di venire nominata. È stato un ruolo bello e stimolante, mi sono divertita molto. In realtà non ho fatto nulla che non avrei fatto normalmente, perché adoro l’atletica. Dopo la mia gara, che è stata il primo giorno, sono rimasta la maggior parte del tempo allo stadio per sostenere i miei compagni”.

Per quanto riguarda la tua gara, sei soddisfatta?
Assolutamente sì. Sapevo che sarebbe stata una competizione tattica, quindi ho provato un paio di cose che in allenamento è difficile mettere in pratica, e sono contenta di come sono andata. Ma, soprattutto, sono ancora più soddisfatta della squadra: all’inizio molti ci davano per sconfitti, ma noi non abbiamo mai mollato. Sono molto fiera di come abbiamo reagito e del nostro spirito di gruppo”.

Ci sono stati tanti Personal Best e ottimi piazzamenti, come valuti la vittoria?
È stata una vera vittoria di squadra, quando ci sono queste competizioni non è importante arrivare primi, ma avere ottimi piazzamenti nelle prime fasce, in modo da portare quei 10-15 punti che sono essenziali. Quindi alla fine l’obiettivo era soprattutto quello e l’abbiamo centrato tutti in pieno, è stato davvero un momento importante e di coesione per tutta la squadra, ognuno ha dato il suo contributo”.

In generale qual è stata la gara più bella o più sfidante che hai vissuto quest’anno?
“Quest’anno penso ai 5 km che ho corso a Tokyo, dove ho stabilito il record europeo. È stato sfidante perché avevo finito il Ramadan da un mesetto, ero poi partita una settimana prima in Giappone, quindi non è stato particolarmente semplice gestire tutti i cambiamenti”.

Hai parlato del Ramadan, come cambia il tuo approccio agli allenamenti durante quel periodo?
“Innanzitutto durante il Ramadan è fondamentale ascoltare e sentire sé stessi. Se un giorno mi sento più stanca o fiacca, non è il caso di forzare, perché il Ramadan non dura un giorno, ma un intero mese, quindi la gestione è molto più complessa. Se accumuli fatica, arrivi davvero sfinita. Per fortuna ho uno staff molto preparato che mi segue quotidianamente, mi dice “oggi è andata bene, proviamo a spingere un po’ di più” oppure “mangia un po’ di verdure, così inseriamo più liquidi”, e questo mi aiuta molto. I carichi di lavoro sicuramente diminuiscono durante il Ramadan, ma continuo a lavorare sempre”.

È giusto quindi dire che questa varietà di allenamenti e capacità di focus ti aiuta ad avere una percezione di gara più lucida?

Sì, assolutamente. Sicuramente il fatto di cambiare allenamento di continuo aiuta molto, perché costringe il fisico ad adattarsi velocemente al cambiamento, a non restare in una zona di comfort. In gara le sensazioni non sono mai uguali, proprio come negli allenamenti. Allenarsi da professionista vuol dire mettere costantemente in difficoltà il proprio corpo, spingerlo fuori equilibrio per poi farlo adattare. Nel mio caso, fare tante specialità diverse e allenarmi in contesti diversi non dà al fisico il tempo di abituarsi del tutto, così resto sempre pronta a ogni stimolo e a gestire situazioni impreviste. Questo approccio mi permette di avere una percezione di gara più chiara e vantaggiosa. E poi rende l’atletica più sfidante, più varia e anche più divertente”.

Qual è la tua gara preferita? Preferisci il cross, i 5.000, i 10.000?
Mi piacciono molto le gare di cross perché sono molto versatili e ogni percorso presenta delle sfide diverse e devi avere una veloce capacità di adattamento, rendendo ogni competizione unica. Però la mia preferita è senz’altro i 5.000 metri su pista, dove riesco a esprimere al meglio le mie capacità”

Quando nella tua carriera hai sentito di essere diventata un’atleta matura?

Alle Olimpiadi di Tokyo quando mi sono qualificata. Lì ho capito di essere nel mondo dell’atletica mondiale”.

Come mai, secondo te, molti giovani promettenti nelle categorie cadetti e ragazzi non riescono poi a proseguire con successo nelle categorie successive?
“Credo che, molto spesso, la vita semplicemente si metta in mezzo. Non tutti a 17 anni possono permettersi di dedicarsi completamente allo sport agonistico entrando in un gruppo sportivo. Molti devono fare scelte diverse: continuare gli studi, trovare un lavoro, o affrontare altre responsabilità. Spesso l’atletica rimane una passione, ma purtroppo il tempo da dedicarle si riduce molto. Anche io ho vissuto momenti in cui è stato difficile conciliare tutto, e so che è una sfida comune”.

Hai sempre saputo fin da subito di voler fare atletica? E cosa ti ha spinto poi a intraprendere anche un percorso universitario?

“Io sono entrata in un gruppo sportivo a 17 anni, ero piccolina, sapevo che l’atletica avrebbe fatto parte della mia vita. Ovviamente crescendo l’impegno è diventato sempre maggiore. Ho scelto di studiare perché non si vive solo di atletica, e non parlo a livello economico perché non c’entra nulla: è fondamentale non concentrarsi esclusivamente su un solo aspetto, altrimenti può diventare pesante. L’università e la vita “normale”, con la possibilità di uscire dalla routine, aiutano a staccare la mente. Per me, da ventenne, andare all’università e cambiare ritmo è stato fondamentale sia per mantenere alto l’impegno, sia per tranquillizzare una parte di me che rischiava di diventare troppo focalizzata solo sugli allenamenti”.

Cosa ti piace fare quando non ti alleni? Quali passioni riesci a coltivare fuori dallo sport?

“Al di fuori dello sport e dello studio mi rimane davvero poco tempo per altro. Quando posso cerco di passarlo con la mia famiglia, o di prendermi del tempo per andare in montagna a fare qualche passeggiata anche perché vivo in un posto che me lo permette. A volte penso che, se non dovessi allenarmi così tanto o se non avessi tutti questi impegni, avrei più tempo per me stessa, ma fa parte del gioco. Credo che, se non avessi fatto tutte queste cose, non sarei la persona che sono oggi… cioè non sarei io! E so che sto bene così: se non stai bene con te stessa, non corri forte”.

A livello di allenamento sei seguita molto bene. Ma quando ti infortuni, come la vivi?

“Gli infortuni non sono mai facili da accettare, perché arrivano sempre quando dovresti concentrarti solo sull’allenamento e sulla preparazione delle grandi competizioni. Di solito succedono quando carichi tanto lavoro, quando stressi molto il fisico. L’infortunio arriva quando lavori troppo su un punto debole del tuo corpo finché poi non raggiungi il dolore. Enon sono mai una bella cosa, questo è certo. Però penso che, anche se all’inizio è dura, alla fine possano insegnarti molto: ti costringono a capire dove hai sbagliato, dove puoi migliorare. È un po’ come se il corpo ti spiegasse dove rafforzarti. Quindi sì, c’è una parte negativa, ma anche una positiva: ogni infortunio ti mostra un punto debole su cui puoi lavorare per tornare più forte”.

Parliamo invece di competizione: come vivi la gara rispetto alle altre atlete? Ci sono state occasioni in cui la competizione ti ha motivata o, al contrario, ti ha demotivata?

In realtà no, non mi lascio influenzare molto dalla competizione con le altre. Io sono sempre concentrata su me stessa: quando entro in gara, tutta l’attenzione è rivolta a quello che devo fare io. Non mi interessa guardare cosa fa un’avversaria o farmi distrarre. Ognuna corre per dare il massimo, certo, ma per me la gara è un momento in cui devo isolarmi dal resto del mondo e restare focalizzata solo sul mio obiettivo”.

Subito dopo la gara di Madrid hai dovuto rilasciare molte interviste e dichiarazioni. Come vivi il rapporto con i media? Secondo te è importante parlare di atletica per farla conoscere di più, o a volte vorresti più rispetto per i tempi e le emozioni di un atleta subito dopo una gara?

Penso che faccia parte del mio lavoro e lo considero una cosa positiva. È giusto raccontare cosa facciamo e condividerlo con chi ci segue. Se dura ore può diventare pesante, certo, soprattutto dopo una gara quando l’unica cosa che vuoi è goderti il momento. Ma se si tratta di una ventina di minuti, mezz’ora, lo faccio volentieri. Essere professionisti implica anche assumersi questo ruolo, però non lo vivo solo come un dovere: condividere le emozioni con chi ci sostiene è una parte bella di questo sport.”

Oggi sei un esempio per tanti atleti e atlete. Come vivi questo ruolo?

“Mi rende molto felice. Ricevo tanto affetto da chi mi segue e sono contenta di poter essere un esempio positivo. A volte vorrei avere più tempo da dedicare a tutti, ma non ne ho neanche per me stessa! Cerco di fare il possibile: rispondo alle lettere, mando autografi, provo a restare in contatto anche se non è semplice. È una parte del mio lavoro, ma è anche qualcosa che faccio volentieri, perché mi riempie di gioia”.

Secondo te, c’è qualcosa che il grande pubblico non riesce a cogliere dello sforzo di un atleta? C’è qualcosa che vorresti far capire di più a chi ti guarda?

“Credo che le persone colgano già le cose più importanti. Anzi, a volte vedono anche di più rispetto a chi guarda solo la parte puramente tecnica. Magari non sanno esattamente a che velocità corro o le frequenze cardiache, ma sentono l’emozione, la fatica, la passione. E quando qualcuno mi ferma per dirmi “Ci hai fatto emozionare”, per me vale più di qualsiasi numero o dato tecnico. Alla fine, questo è il valore aggiunto: riuscire a trasmettere qualcosa di umano, oltre ai risultati”.

In Italia ultimamente le emozioni non mancano, stiamo vincendo tante medaglie e la FIDAL sta investendo molto. Secondo te, da un punto di vista pratico, cos’altro si potrebbe fare per aiutare gli atleti e le atlete a emergere e a motivarsi di più?

“Penso che la nuova organizzazione, la nuova presidenza e la federazione stiano lavorando davvero bene. Investono molto non solo sugli atleti, ma anche su allenatori e società, e offrono un grande supporto nell’organizzazione delle gare e nella crescita dell’intero movimento. Credo davvero che siamo sulla strada giusta. Certo, come in tutte le cose, c’è sempre margine di miglioramento, ma vedo un impegno concreto giorno dopo giorno. Quando ci si impegna davvero, i risultati arrivano”.

Sempre in Italia il problema degli impianti è una realtà ben conosciuta. A Brescia, ad esempio, è in costruzione un nuovo impianto indoor. Secondo te, questi investimenti possono davvero fare la differenza per gli atleti?
“Sicuramente. Però non possiamo aspettarci che tutto cambi dall’oggi al domani costruendo 50 piste nuove o 20 stadi. Ci vuole tempo. È fondamentale lavorare anche sui dettagli, sulle piccole cose, sono quelle che fanno la differenza. Io dico sempre che non si può pretendere di avere tutto subito se prima non si curano bene le fondamenta, se non si parte dalle basi, ed è proprio quello che la federazione sta facendo”.

Puoi farci un esempio concreto?
“Beh per esempio qui in Trentino, dopo l’estate scorsa, si parla di un vero e proprio “Effetto Battocletti” dopo i miei ultimi risultati, molte bambine e bambini si sono avvicinati all’atletica, al punto che alcune società non riescono nemmeno a far entrare tutti perché hanno raggiunto il limite massimo di iscritti. Nella mia comunità vedo quindi una crescita esponenziale delle iscrizioni e dell’interesse verso questo sport, e questo mi rende davvero felice. È chiaro che non sarebbe stato possibile senza un sostegno costante da parte di allenatori, tecnici e strutture organizzative che è ovviamente fondamentale per garantire a tutti un ambiente di qualità in cui potersi migliorare”.

Secondo te, c’è qualche giovane atleta promettente di cui sentiremo parlare presto? Magari qualcuno della tua squadra a cui vuoi fare un in bocca al lupo speciale?

“In realtà farei un grande “in bocca al lupo” a tutti, non solo perché tutti meritano di realizzare i propri sogni, ma anche perché a Madrid hanno tutti dimostrato di poter raggiungere livelli molto alti. Sono tutti davvero bravissimi. In particolare, devo dire di essere rimasta davvero colpita, o meglio, felice di vedere la determinazione e la grinta negli occhi di Erika Saraceni e di Matteo Sioli. Mi sono piaciuti tantissimo: Erika, per esempio, ha finito la maturità il giorno prima di partire per la gara, quindi, non era facile per lei mantenere la concentrazione. E Matteo addirittura studiava in hotel perché doveva ancora dare l’esame. Vederli poi in pista così determinati, così giovani ma già così “grandi” a livello di testa, è stato bellissimo. Questa squadra azzurra è forte e promettente, e sono sicura che nei prossimi anni ci darà grandi soddisfazioni”.

Quali sono i prossimi meeting a cui ti vedremo?
“Andrò a Londra per la Diamond League, un’occasione importante per mettermi alla prova con atleti di alto livello. Poi mi concentrerò sui Mondiali di Tokyo. Sarà una sfida importante e sono determinata a dare il massimo”.

contributo esterno

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