L’Italia di Meloni ai margini dell’Europa

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L’Italia di Meloni ai margini dell’Europa. Nel contesto caotico della situazione internazionale, l’Italia, sotto la guida di Giorgia Meloni, sembra perdere progressivamente centralità sulla scena europea.

di Gabriele Cicerchia

L’Europa accelera, il governo Meloni rallenta.
L’attivismo che aveva contraddistinto la prima fase politica del Governo sta lasciando spazio a una cautela che rischia di trasformarsi in isolamento. L’assenza della Presidente del Consiglio ai recenti summit europei – dove Francia, Germania e Regno Unito hanno rilanciato il proprio ruolo guida nella ricerca di una via diplomatica per la pace in Ucraina – è apparsa più come un errore strategico che una scelta tattica. In politica estera, non esserci equivale spesso a non contare. E se il collegamento video con Kiev ha evitato uno strappo formale, non ha colmato il vuoto di rappresentanza né dissipato i dubbi sulla reale collocazione dell’Italia nello scacchiere europeo. Secondo indiscrezioni, la decisione non sarebbe stata condivisa neppure dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani, che avrebbe espresso forte preoccupazione per il rischio di un’Italia ai margini dell’Europa che conta e prende decisioni.

Tajani, da sempre convintamente europeista, ha ribadito di recente: «Noi vogliamo gli Stati Uniti d’Europa. Chi fa scelte contro la Ue crea un danno ai cittadini». Un’affermazione che, nello scenario attuale, appare come una presa di distanza dalle ambiguità strategiche di questo Esecutivo. Ambiguità che si riflettono anche negli equilibri interni della maggioranza, con la Lega in tensione permanente e Forza Italia alla ricerca di un proprio spazio di autonomia per l’arcare sempre più la distanza dagli Alleati.

Nel frattempo, Berlino rilancia la propria leadership. Il cancelliere Friedrich Merz, seppur dopo una fiducia conquistata al secondo tentativo, ha tracciato una rotta ben definita e netta: riarmo, rilancio economico, pieno sostegno all’Ucraina. Il suo obiettivo è trasformare la Bundeswehr nella più potente forza armata d’Europa, con un budget che supera i 60 miliardi di euro. Una svolta legittimata dalla recente riforma costituzionale approvata dal Parlamento tedesco che esenta le spese militari dai vincoli di bilancio e che segna un cambio di passo nel progetto europeo di sicurezza.

In questo scenario, l’Italia appare defilata. Non per mancanza di strumenti, ma per scelte politiche che oscillano tra atlantismo ortodosso e ambiguità tattica. Questa postura finisce per indebolire la coerenza del Governo Meloni, costruita nei primi mesi attorno al sostegno all’Ucraina e al rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti. Il vertice mancato a Kiev è solo l’ultimo di una serie di segnali che mettono in discussione il ruolo dell’Italia in Europa: protagonista influente o comprimario che rincorre decisioni già prese da altri? Le implicazioni non sono solo diplomatiche. Una politica estera debole si riflette anche sul piano interno, dove l’Esecutivo deve gestire una congiuntura economica difficile e una coalizione sfilacciata e tutt’altro che coesa.

L’appello di Merz alla «responsabilità per la Germania» suona come un monito anche per Roma: la stabilità di governo non si misura solo in numeri, ma nella capacità di affrontare le sfide globali con visione e credibilità. Ancora, Zelensky e Putin raggiungono l’intesa sullo scambio di 1000 prigionieri ad Istanbul, dove è terminata, da pochi giorni, la prima sessione dei negoziati diretti tra Kiev e Mosca. Prima dei colloqui, si è tenuto un incontro tra alti funzionari ucraini e rappresentanti di Usa, Regno Unito, Francia e Germania. L’Italia, nuovamente assente dal vertice dei “volenterosi” sull’Ucraina, per tramite della Premier, si è giustificata, nel corso di un punto stampa a margine del summit della Comunità politica europea tenuto a Tirana: “È perché non vogliamo inviare truppe”.

In parallelo, restano evidenti le criticità dell’Italia su alcuni dossier chiave: il rifiuto della ratifica del MES, la posizione debole nel negoziato sulla riforma del Patto di stabilità, l’approccio contestato al tema migratorio (con gli accordi bilaterali con Tunisia e Albania) e l’ambiguità ancora irrisolta del Piano Mattei sempre più avvolto in una retorica neocolonialista. Nonostante un atteggiamento meno euroscettico rispetto al passato, il Governo appare più tattico che strategico, più reattivo che propositivo. Se l’Italia continuerà a sottrarsi ai tavoli dove si decidono le grandi linee della politica europea, il rischio è quello di un’irrilevanza crescente. E in diplomazia, come in politica, l’assenza pesa. Chi non c’è, spesso ha già perso.

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