Laureati italiani, cresce il lavoro ma calano gli stipendi: il nodo salari spinge i giovani all’estero

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Secondo il rapporto AlmaLaurea rilanciato dal Sole 24 Ore, l’occupazione dei laureati italiani aumenta, ma le retribuzioni restano basse e molto distanti da quelle offerte all’estero.

Laureati italiani, più occupazione ma stipendi ancora troppo bassi

Aumenta il lavoro per i laureati italiani, ma non crescono gli stipendi. È il paradosso che emerge dal XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione, rilanciato dal Sole 24 Ore, che fotografa un mercato del lavoro più dinamico sul piano dell’occupazione, ma ancora debole sul fronte delle retribuzioni.

Secondo i dati, i laureati trovano più facilmente un impiego rispetto al passato, sia a un anno sia a cinque anni dal titolo. Tuttavia, la crescita occupazionale non si traduce in un reale miglioramento salariale, soprattutto se il confronto viene fatto con i colleghi che scelgono di lavorare all’estero.

Occupazione in crescita a uno e cinque anni dalla laurea

Il rapporto AlmaLaurea mostra un miglioramento dell’occupabilità. A un anno dal titolo, i laureati di primo livello che lavorano arrivano all’81,2%, mentre quelli di secondo livello raggiungono l’80,8%. A cinque anni dalla laurea, gli occupati dopo una magistrale o una laurea a ciclo unico salgono al 94,4%, il valore più alto degli ultimi quindici anni.

I percorsi con maggiore capacità di inserimento restano quelli legati a medicina, sanità, farmaceutica, ingegneria industriale e dell’informazione, informatica, tecnologie Ict, architettura e ingegneria civile. Più difficili, invece, gli sbocchi per le lauree psicologiche, artistiche, di design e giuridiche.

Retribuzioni fredde: il lavoro c’è, ma paga poco

Il nodo principale riguarda le retribuzioni. A un anno dalla laurea, lo stipendio medio mensile netto è di circa 1.491 euro per i laureati di primo livello e 1.495 euro per quelli di secondo livello. Una cifra che, soprattutto nelle grandi città, fatica a garantire autonomia economica e indipendenza abitativa.

Il problema diventa ancora più evidente se si osservano i costi della vita. Secondo un’analisi pubblicata da Info Data del Sole 24 Ore, con uno stipendio di circa 1.500 euro netti al mese un neolaureato difficilmente riesce a sostenere un affitto da solo nelle città con maggiori opportunità di lavoro.

All’estero stipendi fino al 60% più alti

Il divario più forte emerge nel confronto con l’estero. A cinque anni dal titolo, i laureati italiani che lavorano fuori dal Paese possono arrivare a guadagnare quasi il 60% in più rispetto a chi resta in Italia. Il Sole 24 Ore evidenzia retribuzioni mensili fino a 2.941 euro all’estero contro circa 1.840 euro in Italia.

È proprio questa distanza salariale a spingere molti giovani qualificati a costruire il proprio futuro professionale fuori dai confini nazionali. Un fenomeno che alimenta la cosiddetta fuga dei cervelli e rende più difficile trattenere competenze strategiche nel sistema produttivo italiano.

Il divario di genere penalizza ancora le laureate

Il rapporto conferma anche una criticità strutturale: le donne si laureano più degli uomini, ma continuano a essere penalizzate sul mercato del lavoro. Le laureate sono il 59,6% del totale, ma nelle discipline Stem restano ferme al 40,5% da dieci anni.

Il divario si riflette anche sulle retribuzioni. Secondo le anticipazioni riportate, le laureate continuano a guadagnare meno dei colleghi uomini, con differenze che confermano una disparità ancora difficile da colmare.

I giovani sono meno disposti ad accettare lavori sottopagati

Accanto alla crescita dell’occupazione, emerge anche un cambiamento culturale. Gli studenti prossimi alla laurea appaiono sempre meno disposti ad accettare lavori sottopagati: quasi 7 su 10 rifiuterebbero condizioni economiche ritenute non adeguate.

Il dato segnala una maggiore consapevolezza tra i giovani, che chiedono non solo un lavoro, ma un’occupazione capace di garantire prospettive, dignità salariale e qualità della vita.

Laurea ancora utile, ma non basta senza salari adeguati

Il quadro che emerge non mette in discussione il valore della laurea. Il titolo universitario continua ad aumentare le possibilità di occupazione e resta un fattore decisivo per l’ingresso nel mercato del lavoro qualificato.

Il problema, però, è la qualità economica dell’occupazione. Se gli stipendi restano bassi, la laurea rischia di non tradursi in reale mobilità sociale, soprattutto per chi vive nelle aree urbane più costose o non può contare sul sostegno economico familiare.

Il nodo italiano: trattenere competenze e valorizzare il capitale umano

La sfida per l’Italia non è soltanto creare più lavoro, ma renderlo più attrattivo. Senza stipendi competitivi, crescita professionale e condizioni adeguate, il Paese continuerà a formare giovani qualificati che poi scelgono di lavorare altrove.

Il rapporto AlmaLaurea rilanciato dal Sole 24 Ore lascia quindi un messaggio chiaro: l’occupazione dei laureati migliora, ma senza una politica salariale più forte il mercato del lavoro italiano rischia di restare incompleto, incapace di valorizzare pienamente il capitale umano formato dalle università.


Fonte
Il Sole 24 Ore