La leggenda nera di Hormuz

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Da mesi, nel dibattito pubblico italiano, lo Stretto di Hormuz viene evocato come un punto di vulnerabilità estrema: un collo di bottiglia che, se bloccato, paralizzerebbe l’Italia. Una narrazione drammatica, ripetuta con sicurezza, ma che non regge alla prova dei numeri.

La dipendenza italiana da Hormuz è infatti molto più bassa di quanto si creda: un rischio circoscritto, gestibile, non un tallone d’Achille nazionale.

Quanto pesa davvero Hormuz sull’Italia

L’Italia ha esportato l’anno scorso beni e servizi per circa 643 miliardi di euro (le esportazioni agli USA sono state di 28,9 miliardi, con un saldo positivo di 8,4 miliardi).

L’interscambio totale dell’Italia con il Golfo supera i 21 miliardi, ma solo una parte di questi flussi è realmente ‘dietro Hormuz’: Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrein, Oman, Iran e la costa orientale dell’Arabia Saudita; Abu Dhabi, Jeddah, Yanbu, Salalah e Duqm non richiedono il transito nello Stretto. La quota effettivamente esposta è di circa 13 miliardi, di cui solo 7,5–8 miliardi viaggiano via mare (una quota crescente — lusso, farmaceutica, supercar — ha volato in aereo) e meno di 6,5 miliardi sono non dirottabili su altri porti o destinazioni.

La parte che effettivamente che transita via Hormuz, e non ha alternative a farlo, è circa il 50-60% di quei 13 miliardi, cioè 6,5–8 miliardi circa. In rapporto all’export totale

Hormuz pesa dunque sull’Italia per circa l’1% dell’export nazionale.

Non il 10%. Non il 20%. Non “una quota decisiva del nostro commercio estero”. Un punto percentuale.

E anche una parte di quel punto percentuale può evitare Hormuz

Una quota dei flussi marittimi verso il Medio Oriente può essere reindirizzata verso porti che non richiedono il transito nello Stretto, come l’Arabia Saudita occidentale (Jeddah, Yanbu), l’Egitto (Port Said, Damietta, Sokhna), l’Oman meridionale (Salalah, Duqm)

Sono rotte già operative. La percentuale di merci “pesanti” che può evitare Hormuz — macchinari, arredo, chimica — è circa il 20% del 6,5-8 miliardi. La parte realmente non sostituibile scende così sotto l’1% dell’export totale.

Il nodo energetico: numeri veri, non allarmismi

Più concreto il discorso riguardante L’ import energetico totale italiano. Questo  è dell’ordine di 70–80 miliardi €/anno, la quota via Hormuz di 7–8 miliardi €/anno

In rapporto al settore energetico la quota è dell’ordine del 9 , ovvero circa il 9 –12% dell’import energetico italiano passa da Hormuz.

È una quota significativa, ma non enorme. E soprattutto: non è un blocco monolitico e non è non sostituibile, anche senza riattivare le forniture Russe oggi sospese (che pesavano da sole per circa il 20%).

Chi compone quel 10–12%? Qatar (GNL) per il 7–8%, Arabia Saudita orientale (Arab Light) per il 1–1,5%, Kuwait per lo 0,5–1%, Bahrein per meno dello 0,5%,l’ Oman per lo  0,5–1%

Solo l’Oman dispone di porti alternativi fuori dallo Stretto (Salalah, Duqm). La quota dirottabile è circa l’1–1,3% rispetto al 9-12 % dell’import energetico totale.

Rimane un “buco” teorico dell’8–11%. È sostituibile? Sì. Completamente.

Le alternative esistono e sono già operative,. Il mercato globale ha capacità più che sufficiente per coprire quel 8–11%. E l’Italia è già diversificata.

Gas via pipeline: Algeria (TransMed)  può aumentare di 2–3%; Azerbaijan (TAP) +1–2%

GNL via Atlantico: USA +3–4%; Nigeria, Angola, Congo +1–2%;

Petrolio mediterraneo e nordico: Libia  +1–2% ,Algeria +1–2%; Norvegia +1–2%

Somma delle alternative realistiche: 10–15%. Più che sufficiente per sostituire integralmente la quota via Hormuz.

Non esiste alcun rischio sistemico. Non esiste alcun “collasso energetico”.

Un rischio settoriale, non nazionale

Hormuz è un punto rilevante per alcuni settori: macchinari industriali destinati al Golfo, impiantistica energetica, arredo voluminoso, chimica industriale.

Ma non per l’economia italiana nel suo complesso. La parte realmente non immediatament sostituita — export + energia — è inferiore all’1% del sistema‑Paese.

La leggenda nera

La narrativa mediatica che descrive Hormuz come un tallone d’Achille dell’Italia nasce da un errore di prospettiva e dalla volontà di mantenere gli italiani in tensione, soprattutto dalla volontà di vedere una guerra Iran – Israele-USA vinta dall’Iran, anziché dagli USA.

Per questo nel dibattito si tende a sovrapporre il rischio relativo, il danno limitato, connessi alla quota dell’export verso il Golfo che necessariamente transita da Hormuz, ad un inesistente rischio alto, se non assoluto, per il sistema‑Paese. Da questa confusione, da questo errore, da alcuni voluti e diffusi, derivano anche l’idea ed il messaggio, parimenti infondati, che il rischio ed i danni sarebbero così elevati da rendere la guerra persa e necessario accettare il ricatto iraniano.

Hormuz non è un punto di vulnerabilità nazionale. È un rischio logistico circoscritto, che riguarda meno dell’1% dell’economia italiana, e può sostituirsi.

La leggenda nera è non vera, ridicola e dannosa.