In Italia non serve più la censura. Non servono ordini dall’alto, né direttive degli editori. La censura è diventata un automatismo: un riflesso del sistema mediatico che decide cosa può essere detto e cosa deve essere taciuto. È una forma di oscuramento che non ha bisogno di censori perché è il sistema stesso a produrla, per conformismo, per paura, per pigrizia culturale. Il caso dell’intervista del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla ZDF — completamente ignorata dalla stampa italiana — è solo uno degli esempi più clamorosi. Il capo di governo del paese europeo più popolato, ricco e strutturato, nel pieno di una crisi internazionale, afferma che Israele sta facendo “la Drecksarbeit”, il lavoro sporco, “per tutto l’Occidente”, e che l’Iran è un “regime del terrore” che deve essere fermato, non deve avere la bomba nucleare. In Germania ciò apre i telegiornali. In Francia si moltiplicano le analisi. Negli Stati Uniti diventa materia da think tank. In Italia: silenzio. Non un titolo, non un editoriale, non un approfondimento. È un silenzio che non è un incidente, ma un modello.
Lo stesso scarto si ritrova nel modo in cui in Italia si racconta la guerra.
Ieri sera, ancora una volta, in televisione politici di destra e sinistra hanno ripetuto che “gli USA hanno perso”, che “la guerra è stata inutile”, che “il Medio Oriente è fuori controllo”. Ma basta leggere la stampa internazionale per capire quanto questa rappresentazione sia isolata. Il Wall Street Journal parla di una “shadow war quietly won” dagli Stati Uniti e da Israele; il Washington Post documenta che la superiorità aerea americana non è mai stata contestata; Foreign Policy descrive un Iran strategicamente contenuto; il Financial Times mostra come la minaccia Houthi nel Mar Rosso sia stata neutralizzata; Die Zeit e FAZ parlano apertamente di deterrenza americana funzionante; Le Monde riconosce che gli USA hanno contenuto l’Iran senza una guerra aperta. In Italia, nulla di tutto questo arriva. La narrativa resta quella di un’America in declino, di un Iran in ascesa, di un Medio Oriente ingestibile. È una lente ideologica, non un’analisi.
Il silenzio sulle vittorie americane è grave. Ma il silenzio sulle vittorie israeliane è totale. È come se il sistema mediatico italiano avesse deciso che Israele non può vincere, e quindi ogni fatto che dimostra il contrario viene espulso dal discorso pubblico. Eppure, fuori dall’Italia, la realtà è discussa apertamente. The Economist ha scritto che Hamas, come organizzazione militare, “ha cessato di esistere”; il New York Times documenta la decapitazione del comando politico-militare; Haaretz riconosce che la rete dei tunnel strategici è stata smantellata; WSJ e Al‑Monitor mostrano come Hezbollah sia stato indebolito come mai dal 2006; Defense News descrive la superiorità tecnologica israeliana come “senza pari”; Axios e FT raccontano la normalizzazione con l’Arabia Saudita come il più grande successo diplomatico del decennio. In Italia, tutto questo non esiste. Si parla di Israele solo in termini morali, mai strategici. Si parla dell’orrore, mai delle condizioni che lo hanno reso possibile. Si parla della guerra, mai delle vittorie che hanno impedito che quell’orrore si ripetesse.
E qui sta il punto che in Italia viene sistematicamente rimosso: come si impedisce un altro 7 ottobre?
È una domanda che domina la stampa internazionale, ma che in Italia non viene mai posta. Come se fosse indecente riconoscere che la guerra, in certe condizioni, può prevenire massacri futuri. Eppure, è esattamente ciò che è accaduto. La distruzione delle brigate di Hamas, la neutralizzazione dei tunnel, l’eliminazione della leadership operativa, l’indebolimento delle milizie iraniane, la decapitazione dei comandanti di Hezbollah in Siria, la neutralizzazione dei droni e dei missili Houthi, la distruzione delle infrastrutture iraniane in Siria e Iraq: tutto questo ha ridotto drasticamente la capacità dell’Iran e dei suoi proxy di colpire Israele. Non sono “danni collaterali”, ma risultati strategici.
La verità che in Italia non si vuole dire è che senza l’Iran, o con un Iran indebolito, i suoi proxy perdono quasi tutta la capacità di offendere. Hezbollah, Hamas, le milizie irachene e gli Houthi non sono attori autonomi: sono proiezioni militari di Teheran, dipendono da essa per armi, addestramento, intelligence, finanziamenti, logistica. Colpire l’Iran significa tagliare le vene che alimentano l’intero sistema di aggressione contro Israele. E infatti, come documentano The Economist, WSJ, Haaretz e Al‑Monitor, la capacità iraniana di colpire Israele è oggi più bassa che in qualsiasi momento dal 1979. Gli Stati Uniti hanno distrutto infrastrutture missilistiche in Siria e Iraq; Israele ha interrotto i corridoi di armi verso Hezbollah; le unità Radwan sono state decimate; la rete dei tunnel di Hamas è stata smantellata; i droni e i missili Houthi sono stati neutralizzati dalla coalizione navale guidata dagli USA. La possibilità di un attacco coordinato contro Israele — quello che l’Iran aveva tentato di costruire per anni — è oggi enormemente ridotta.
A questo si aggiungono altri dati, quasi mai riportati in Italia. Secondo CSIS e CENTCOM, oltre il 70% delle basi missilistiche iraniane in Siria e Iraq è stato distrutto tra il 2023 e il 2025. Il Financial Times ha documentato che la marina Houthi — finanziata e armata dall’Iran — ha perso il 60% delle sue capacità operative. Defense News e Jane’s Defence riportano che l’aeronautica iraniana, già obsoleta, è stata “ridotta a un ruolo simbolico” dopo la distruzione di hangar, depositi e infrastrutture di supporto colpiti in Siria. Le Figaro ha scritto che “la rete logistica iraniana è stata interrotta in modo strutturale”. FAZ ha parlato di “un Iran strategicamente isolato come non accadeva dal 1979”. Al‑Arabiya e Asharq hanno confermato indirettamente il collasso delle milizie irachene filo-iraniane, definendole “operativamente paralizzate”.
Sono fatti. Documentati. Pubblici. Ma in Italia non circolano.
Si parla della guerra come se fosse un esercizio di crudeltà, non come un’operazione che ha ridotto la capacità iraniana di colpire Israele e di ripetere un massacro come il 7 ottobre. Si parla di etica, mai di strategia. Si parla di orrore, mai di prevenzione. Si parla di sofferenza, mai di sicurezza. È un silenzio che non esiste nella stampa internazionale, ma che in Italia è diventato la norma: un silenzio che tradisce la realtà, che tradisce l’informazione, che tradisce la responsabilità verso i cittadini. Un silenzio che non spiega il mondo: lo nasconde.
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La guerra non è stata inutile. Non è stata persa. Non è stata caotica.
È stata — come riconoscono le principali testate internazionali — una guerra che ha ridotto la capacità iraniana di colpire Israele come mai negli ultimi quarant’anni, che ha distrutto Hamas come forza militare, indebolito Hezbollah, paralizzato le milizie irachene, neutralizzato gli Houthi, isolato l’Iran, rafforzato l’asse USA‑Israele quello col mondo arabo dell’Accordo di Abramo, ed impedito, per la prima volta dal 2006, la possibilità di un attacco coordinato contro Israele.
In Italia, tutto questo non viene detto.
Ma il mondo non aspetta l’Italia per capire cosa è accaduto. E se l’Italia non capisce, è Lei che si allontana dal resto dell’Occidente.
E la realtà — quella che altrove si analizza, si discute, si studia — è che questa guerra ha reso Israele più sicuro, l’Iran più debole e l’Occidente più protetto.
Il resto è rumore.
O silenzio.
Che è peggio.
