L’Islanda non vuole l’Europa: il Referendum è chiaro

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L’Islanda dice no alla riapertura dei negoziati con l’Unione europea. Il referendum consultivo, dichiarato politicamente vincolante dalla coalizione di governo, si è chiuso con la vittoria del No al 52,8%, segnando una battuta d’arresto per chi sperava in una ripresa del percorso di adesione a Bruxelles.

Islanda, vince il No al referendum sull’Ue

La premier Kristrún Frostadóttir, che aveva sostenuto il Sì e inserito il referendum nel programma di governo, ha preso atto del risultato, spiegando che la questione dell’adesione all’Ue sarà lasciata cadere e che non si potrà riproporre un voto simile a breve distanza.

Frostadóttir: “Capitolo chiuso”

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la premier islandese ha riconosciuto il verdetto delle urne, sottolineando l’alta partecipazione al voto, arrivata all’80%. Frostadóttir ha definito il risultato una “vittoria per la democrazia” e non una sconfitta personale o politica.

Il governo non cade, ma il dossier europeo viene di fatto archiviato. La domanda di adesione all’Ue, sospesa nel 2013 ma mai formalmente ritirata, potrebbe ora essere ritirata definitivamente dopo un passaggio parlamentare.

Il peso decisivo della pesca

Il tema centrale della campagna referendaria è stato la pesca, settore strategico per l’economia e l’identità nazionale islandese.

La pesca rappresenta circa il 6% del Pil e il 40% delle esportazioni del Paese. Per molti elettori, l’adesione all’Ue avrebbe significato mettere in discussione il sistema nazionale di gestione delle quote di cattura, oggi deciso autonomamente da Reykjavik.

Nel Nordovest dell’isola, area di fiordi e pescherecci, il No ha raggiunto il 63%, confermando quanto la difesa del comparto ittico abbia pesato sul voto.

Bruxelles non convince sugli spazi di flessibilità

Durante la campagna, dall’Unione europea erano arrivati segnali di apertura su possibili margini di flessibilità, soprattutto in materia di pesca. Tuttavia, queste aperture non sono bastate a convincere una maggioranza degli islandesi.

Il nodo resta politico e tecnico: eventuali deroghe ai regolamenti Ue richiederebbero l’accordo di tutti gli Stati membri, un passaggio considerato tutt’altro che semplice.

Un Paese già vicino all’Europa, ma non dentro l’Ue

L’Islanda è già integrata in molte dinamiche europee: fa parte del mercato unico e presenta conti pubblici solidi, oltre a essere considerata una democrazia avanzata.

Proprio per questo, una parte del governo e dei sostenitori del Sì riteneva che Reykjavik potesse negoziare condizioni specifiche. La campagna del No, però, ha saputo intercettare la paura di perdere sovranità su pesca e agricoltura.

Il fronte del No, tra sinistra e industria peschiera

Il fronte contrario alla riapertura dei negoziati non è stato omogeneo solo dal punto di vista ideologico. Tra i sostenitori del No figuravano esponenti di sinistra, sindacalisti, rappresentanti dell’industria peschiera ed ex leader politici.

Tra questi anche l’ex premier Katrín Jakobsdóttir, che aveva sostenuto i negoziati nel 2009 ma ha cambiato posizione, sostenendo che non vi fossero progressi sufficienti su pesca e agricoltura.

Islanda e Ue, una distanza che resta

Il voto conferma che l’Europa, per una parte rilevante della società islandese, resta un progetto percepito come distante e poco compatibile con alcune priorità nazionali.

La vittoria del No non interrompe i rapporti tra Islanda e Unione europea, ma chiude almeno per ora il capitolo dell’adesione. Il messaggio delle urne è chiaro: Reykjavik vuole mantenere un rapporto stretto con il continente, ma senza rinunciare al controllo diretto su risorse considerate vitali.


Fonte
Corriere della Sera