Ho letto Infinita illusione, il romanzo d’esordio di Filomeno Soriano, e posso dire che non si tratta di un libro “facile”. È un testo che non accarezza, ma spinge a guardarsi dentro con una certa inquietudine. Soriano non costruisce una trama nel senso tradizionale: preferisce scavare, indagare, mettere a nudo ciò che spesso preferiamo ignorare la fragilità di chi, pur vivendo in un mondo iperconnesso, si scopre solo davanti al proprio pensiero.
Il protagonista, che porta lo stesso nome dell’autore, è un alter ego inquieto, lucido e disilluso. Cammina in una realtà dove tutto sembra muoversi troppo in fretta, e ogni cosa — anche le emozioni — rischia di diventare consumo. Soriano tenta di reagire a questa deriva con un linguaggio essenziale, asciutto, a tratti spigoloso, quasi filosofico. Eppure, proprio in questa semplicità si nasconde la forza del testo: la parola non è mai decorativa, ma funzionale al senso.
Non è un libro da leggere di fretta. Richiede attenzione, silenzio e disponibilità a lasciarsi interrogare. C’è chi potrà trovarlo lento, persino ostico, perché Infinita illusione non concede distrazioni né fughe estetiche: tutto ruota intorno al pensiero, al dubbio, alla ricerca di un significato possibile. È un romanzo che non ti racconta cosa devi sentire — ti costringe, invece, a sentire davvero.
Ci sono pagine in cui la riflessione rischia di superare la narrazione, ma questo non è un difetto: è una scelta precisa, che fa di Soriano un autore autentico, più interessato alla sostanza che alla forma. Alcune immagini — una stanza vuota, uno sguardo riflesso in uno specchio, il rumore del tempo che scorre — restano impresse per la loro intensità simbolica.
Infinita illusione non è un romanzo che consola, ma uno che rimette in discussione. È l’opera di un autore che ha qualcosa da dire e che lo dice con onestà, senza l’artificio dell’effetto. Forse è proprio questo che colpisce di più: la sua capacità di parlare a chi è disposto ad ascoltare, non a chi cerca conferme.
In un panorama letterario spesso costruito sull’urgenza dell’apparire, Soriano sceglie la via più difficile — quella del pensiero. E questo, per un esordio, è già molto.

