Incidenza della clausola del 34% sull’occupazione al Sud. Incertezze circa l’innalzamento al 40% delle “risorse allocabili”

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Sulla attuazione della clausola del 34% la Svimez nel 2017[1] fece una simulazione per un periodo che andava dal 2009 al 2015.  300mila i posti di lavoro che si sarebbero mantenuti

Riportiamo questo passaggio:

«… sono riportati i risultati dell’esercizio effettuato: precisamente, sono stati calcolati gli effetti su PIL e occupazione di Sud, Centro-Nord e Italia qualora la quota di risorse pubbliche ordinarie in conto capitale a favore delle regioni meridionali fosse stata pari al 34% del totale nazionale tra il 2009 e il 2015. […] Più nel dettaglio, nell’ipotesi in cui tra il 2009 e il 2015 fosse stata attivata la clausola del 34%, il PIL del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata dal 2008: -5,4% vs. un calo effettivo del 10,7%, recuperando, sempre in via ipotetica, circa 5,3 punti percentuali di reddito. In termini di occupazione l’impatto della clausola appare particolarmente consistente: il calo dell’occupazione, commisuratosi effettivamente in quasi 7 punti percentuali (-6,8%), sarebbe infatti risultato inferiore di 4 punti. I posti di lavoro “salvati” avrebbero sfiorato le 300.000 unità».

Chiarissimo. Se la clausola fosse applicata in maniera ordinaria, la crescita nel Mezzogiorno sarebbe stata di molto maggiore che in quella del Centro-Nord.

Nella tabella seguente, riportata nella pubblicazione di Giannola e Prezioso, viene evidenziato il mancato raggiungimento del livello di spesa al Sud del 34% delle spese in conto capitale. La qual cosa non ha semplicemente sfavorito il Sud, ma ha ovviamente fortemente avvantaggiato il Centronord. Con un duplice effetto. Il primo è relativo al maggiore flusso di investimenti. Mediamente ogni anno le spese in conto capitale si aggirano ai 140/150 miliardi. La legge prevede che di questi “almeno” il 34% venga destinato al Sud. Il resto al Centronord. Ebbene, se non viene rispettata la norma, per forza di cose il Sud rimane indietro. È lapalissiano. Il secondo effetto è quello del cosiddetto “effetto dispersione“. Quei famosi 100 euro di investimenti effettuati nel Mezzogiorno che vanno a beneficio del Centro Nord pari a 40,9 euro. Viceversa, per ogni 100 euro di investimenti effettuati nel Centro Nord si verifica un effetto dispersione a beneficio del Mezzogiorno pari a 4,7 euro.

Ad esempio, elaborando i dati della tabella seguente, si evince che nel periodo considerato dalla simulazione, la mancata applicazione della norma ha di fatto ridotto le spese al Sud di 57,3 miliardi. Tale cifra è stata versata, in più, al Centronord.

Tabella elaborata dalla scrivente su dati Svimez
Tabella elaborata dalla Svimez relativa alla simulazione dell’applicazione della clausola del 34%

La modifica di Fitto cambia i criteri

Ma tutto ciò ha subito una variazione. Una modifica della norma ad opera di Fitto, in qualità di Ministro per il Sud nel maggio 2024, con il Decreto Coesione. La modifica consiste nella variazione della dicitura e quindi della cifra da destinare al Sud. Da “spese in conto capitale in proporzione alla popolazione [ossia il 34%]”, si passa ad una non meglio quantificabile cifra di “risorse allocabili”. Su questo ancora nessuno ha potuto fare simulazioni o previsioni, essendo una cifra flessibile e a “discrezione” dei ministeri, come di fatto il 40% delle risorse allocabili del PNRR. 

Investimenti e crescita al Sud

Ma tornando agli investimenti al Sud e alla loro incisione sull’occupazione, nell’ultimo Rapporto Annuale della Svimez relativo al 2024, viene quantificato l’impatto degli investimenti al Sud relativi a PNRR ed Ecobonus e la crescita dei posti di lavoro. Non si fa riferimento alla clausola del 34%.

La maggiore preoccupazione della Svimez è che, una volta terminati i fondi europei e gli interventi straordinari, non vi sia più la crescita che ha avuto il Sud negli ultimi anni. Ad esempio, nel campo dell’edilizia, settore che ha trainato la crescita nel Mezzogiorno, si osserva che:

«Se la prosecuzione della spinta del superbonus è uno dei fattori che hanno sostenuto l’attività edilizia nel 2024. Resta tuttavia incerto l’effetto che il termine degli incentivi potrà produrre soprattutto nel corso del 2025 una volta esauritasi la coda dei lavori. Al proposito un altro aspetto importante rispetto alla tenuta del ciclo delle costruzioni e l’eventualità che l’arretramento degli investimenti privati possa essere compensato da una fase di rafforzamento degli investimenti pubblici».[2]

Ma il Rapporto aveva già anticipato che:

«Guardando all’intero periodo 2019 – 23 investimenti in costruzione complessive pubblici e private sono aumentati in termini reali del 40,7% nel Mezzogiorno. Oltre 5 punti in più della media del centro nord. […]  la maggiore incidenza delle costruzioni sull’economia del Mezzogiorno si è ulteriormente accentuata anche in termini di numero di occupati».[3]

“Recupero occupazionale di 330.000 unità”

Nel paragrafo “il lavoro nel post-Covid”, a pag. 31 così si esprime

«La crescita dell’occupazione è andata molto al di là del semplice recupero degli effetti della crisi covid facendo emergere anche la novità di un Mezzogiorno protagonista nel recupero occupazionale diversamente dalla precedente fase di ripresa ciclica durante le quali l’occupazione era ripartita solo nel Centro-Nord. A metà 2024 l’occupazione in Italia ha superato i livelli raggiunti nello stesso periodo del 2019 di circa 750.000 unità (+3,2%) a conferma dell’espansione che è andata ben al di là del semplice recupero degli effetti della crisi covid. Nello stesso periodo nel Mezzogiorno il numero di occupati è cresciuto di 330.000 unità (+5,4%). Va rilevato che la ripresa dell’ultimo triennio ha riportato lo stock occupazionale nelle regioni meridionali ai livelli mai recuperati fino a tutto il 2019 di metà 2008».

Ironia della sorte, si tratta quasi della stessa cifra: 300mila unità lavorative. Quelle che si sarebbero mantenuti se fosse stata applicata la clausola, e quelli che sono stati creati grazie ai fondi PNRR ed Ecobonus.

È indubbio, quindi, che gli investimenti ordinari in conto capitale e sistematici, ossia effettuati annualmente nel rispetto e nella applicazione della legge 18 del 2017, determinerebbero un costante mantenimento dei posti di lavoro e la creazione di altra occupazione.

Attesa analisi della Svimez

Dalla Svimez ci si attenderebbe quindi una analisi, una simulazione, uno studio insomma sulla modifica della norma, anche per comprendere se di fatto ci sarebbe una miglioria e quindi un maggiore investimento sistematico delle spese in conto capitale da parte dello Stato italiano.


[1] https://www.astrid-online.it/static/upload/2017/2017_03_28_nota_34_percento.pdf

[2] Pag.  48 del Rapporto

[3] Pag. 11 del Rapporto