di Guido Tortorella Esposito – docente UNISANNIO
L’intelligenza artificiale promette di farci produrre di più in meno tempo. Ma da questa promessa non discende automaticamente una società nella quale si lavori meno e si viva meglio. L’IA fornisce importanti opportunità di sviluppo socioeconomico per quei Paesi che sapranno utilizzarla, intervenendo con riforme in grado di accrescere lo stato di diritto dei propri cittadini, programmando attraverso opportune politiche economiche, un uso dell’IA che si preoccupi degli stakeholders. La tecnologia, infatti, può liberare tempo oppure riempirlo con nuovi compiti, controlli e obiettivi. Può migliorare il lavoro oppure intensificarlo. La questione decisiva non è dunque soltanto quanta produttività genererà l’IA, ma chi ne riceverà i benefici e in quale forma. I primi dati mostrano che l’IA generativa produce risparmi di tempo molto differenti a seconda delle attività, delle competenze e dell’organizzazione del lavoro. L’OCSE ha stimato, tra gli utilizzatori, riduzioni comprese mediamente fra il 2,8 e il 5,4 per cento delle ore lavorate, avvertendo però che tali guadagni non si trasformano necessariamente in maggiori redditi o minori orari (2025). La stessa OCSE sottolinea che formazione e consultazione dei lavoratori sono associate a risultati migliori nell’introduzione dell’IA.
In assenza di istituzioni e riforme adeguate, il tempo risparmiato rischia di essere immediatamente riassorbito dall’impresa: più pratiche, più clienti, maggiore reperibilità, obiettivi più elevati. Il lavoratore diventa più produttivo, ma non più libero, continuando a usare un approccio atavico: quello del tempo libero come residuo; ovvero, ciò che resta dopo il lavoro remunerato, la cura familiare, gli spostamenti e la disponibilità digitale permanente. L’IA offre, per chi sa essere lungimirante, una grande occasione da non perdere. Quella cioè di trasformare il tempo, da residuo a grandezza distributiva. Come la crescita della produttività è stata storicamente distribuita attraverso salari, profitti e fiscalità, una parte del progresso prodotto dall’IA, di fatto, potrebbe essere distribuita sotto forma di ore liberate, trasformandole in una nuova categoria economica che possiamo denominare “dividendo temporale dell’innovazione”.
La necessità di riformare il welfare e il mercato del lavoro
Allo scopo, una prima riforma potrebbe consistere nell’introdurre nella contrattazione collettiva un coefficiente di conversione temporale, traducendo una quota degli incrementi di produttività attribuibili all’IA in riduzione dell’orario a parità di retribuzione. Non una diminuzione uniforme imposta a ogni settore, ma accordi misurabili per imprese e filiere. Per esempio, parte del tempo risparmiato potrebbe diventare una settimana più corta, giornate aggiuntive di riposo o crediti temporali utilizzabili nel corso della vita.
Una seconda riforma potrebbe riguardare, poi, gli incentivi pubblici. Crediti d’imposta e agevolazioni per gli investimenti in IA dovrebbero essere più generosi per le imprese che condividono i benefici con i lavoratori: riduzione effettiva delle ore, stabilità occupazionale, formazione retribuita e diritto alla disconnessione, poiché lo Stato, la cui spesa pubblica deve, in principio, generare migliori condizioni di vita per tutti, non può meramente finanziare l’acquisto della tecnologia, ma si deve preoccupare anche della sua qualità sociale e della sua utilizzazione.
Una terza misura attiene alla sperimentazione della settimana di quattro giorni, senza riduzione salariale, nei settori nei quali, ad esempio, l’IA consente una reale riorganizzazione dei processi. Una ricerca di Fan, Schol, Kelly e Gu, pubblicato nel 2025 su Nature Human Behaviour, condotta su 2.896 lavoratori di 141 organizzazioni ha riscontrato miglioramenti nel benessere, nella salute e nella soddisfazione lavorativa, con diminuzione della fatica e dei problemi di sonno, non attraverso la mera compressione della settimana lavorativa da cinque a quattro giornate, ma eliminando le attività ripetitive e utilizzando la tecnologia per ridisegnare il lavoro.
La quarta riforma dovrebbe affrontare il problema della povertà di tempo. Servizi per l’infanzia, assistenza agli anziani, trasporti efficienti e congedi condivisi sono essenziali affinché il tempo liberato dall’IA non rimanga un privilegio dei lavoratori più qualificati o venga assorbito, soprattutto per le donne, dal lavoro domestico non remunerato. Una parte delle maggiori entrate derivanti dagli extraprofitti tecnologici andrebbero indirizzati per finanziare questi servizi. Infine, i lavoratori devono partecipare alle decisioni sull’introduzione dell’IA. Conoscere quali attività saranno automatizzate, come verranno misurati i risultati e come sarà distribuito il tempo risparmiato non può essere una concessione discrezionale dell’impresa. Deve diventare materia di informazione, negoziazione e controllo collettivo.

La vera sfida dell’IA: la restituzione del tempo
In conclusione, il vero progresso non può consistere nel produrre in un’ora ciò che prima richiedeva due ore, se entrambe restano comunque occupate dal lavoro. Questa sarebbe un uso inefficace e, sul piano macroeconomico, anche inefficiente dell’IA. Piuttosto, trasformando almeno una parte dell’efficienza microeconomica in libertà effettiva —tempo per la cura, la cultura, le relazioni, la partecipazione civile e il riposo—, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un’importante opportunità di sviluppo per le economie, soprattutto per quelle stagnanti, misurando il suo dividendo non esclusivamente in denaro, ma anche in tempo restituito alla vita.

