I NO-TRIV a Roma il 21 giugno “Contro guerra, corsa al riarmo, genocidio, estrattivismo”

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Il Coordinamento Nazionale NO TRIV sarà in piazza a Roma il 21 giugno nella manifestazione nazionale contro il genocidio del popolo palestinese.

La manifestazione partirà da Porta San Paolo alle ore 14.00. Compresa nella settimana di mobilitazione indetta a livello europeo, che si terrà dal 21 al 29 giugno in occasione del vertice della Nato a L’Aja

Di seguito il comunicato stampa

«Quando nel Settembre 2023, esibendo una cartina geografica alla 78ma Assemblea Generale dell’ONU a New York, il premier israeliano Netanyahu tracciava i confini del “suo” nuovo Medio Oriente nel solco del recupero dei cosiddetti “accordi di Abramo”, fondati sulla cooperazione tra Israele, Arabia Saudita ed altri paesi arabi dell’area, proponendo Israele quale “ponte di pace e prosperità” tra Africa, Asia ed Europa, aveva le idee fin troppo chiare sul destino nefasto riservato ai Palestinesi»

Controllo delle rotte commerciali

«Non si trattava infatti soltanto di normalizzare rapporti commerciali favorevoli ad Israele, ma di coinvolgere attivamente gli interlocutori in un ben più complessivo piano di investimenti e di controllo delle rotte commerciali e di comunicazione che dalle coste occidentali dell’India portano a Gaza. La partita complessiva ha come obiettivo strategico la sottrazione delle infrastrutture e dei servizi portuali al progetto cinese della “nuova via della seta”. Si tratta di un progetto organicamente concordato con gli USA per creare una linea di demarcazione irreversibile, pensato per obbligare i partners ad una scelta di campo netta e separarli dai BRICS e restare nell’area di dominio monetario del dollaro US»

Controllo fonti fossili energetiche

«Nel cuore dell’operazione di redifinizione imperialista delle aree, il controllo delle fonti energetiche fossili primarie e delle rotte commerciali, come sempre, riveste un ruolo cruciale. La normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi e Israele resta a tutt’oggi per USA e schieramento “occidentale” obiettivo irrinunciabile. Passa attraverso genocidio dei palestinesi e tentativo di disarticolazione politica e militare dell’Iran, del Libano, dello Yemen, della Siria, per aprire le porte a fantasiosi quanto improbabili scenari di “regime change”, che negli ultimi venti anni, dall’Iraq, alla Libia, all’Afghanistan, hanno dato pessima prova di sè»

Accordo fra Israele e Sauditi

«Un accordo strategico tra Israele e Sauditi ridisegnerebbe gli assetti geopolitici nella grande regione del Medio Oriente, dove insiste il 60% delle risorse mondiali di petrolio del pianeta. Per il commercio globale lo stretto di Hormuz (tratto del Mare Arabico che collega Oman e Sud Iran) rappresenta una preoccupante strozzatura. Da lì passa via nave il 30% del petrolio mondiale. Sul Golfo Persico insistono Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Oman, che non rappresentano certo semplici “espressioni geografiche” a disponibilità neocoloniale»

La preoccupazione di Crosetto

«Le preoccupazioni primarie dell’attuale compagine governativa italiana sono espresse in primis dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Al destino dei popoli antepone le ripercussioni sulla sicurezza economica tricolore e UE a fronte del rischio di blocco totale del traffico di idrocarburi liquidi e gassosi a seguito dei ripetuti bombardamenti ad impianti estrattivi ed infrastrutture iraniani. Il più temuto scenario prospettato da qualificati analisti sarebbe il passaggio dall’attuale rincaro dei costi energetici dell’8% fino a punte del  200%, con forti incrementi in bolletta, ripercussioni inflattive, rischi di perdita di consenso elettorale. Le ricadute degli approvvigionamenti di greggio, gas e semilavorati sarebbero drammatiche, sia a seguito di un possibile blocco di oltre 15 milioni di barili di petrolio al giorno, sia per la decantata strategia della rigassificazione, considerando che l’export del GNL da Qatar ed Oman ricopre da solo il 40% del mercato. Se a questo aggiungiamo il potenziale blocco del transito di oltre 3.000 navi al mese, ci rendiamo conto della portata degli interessi che si sottendono al nodo della transizione da un modello produttivo fondato sulla liberalizzazione globalizzata alle pretese del primato degli interessi nazionali incarnato da Trump e sodali»

Avanzata navi militari nordamericane

«Mentre le navi da guerra nordamericane avanzano a supporto dei macellai israeliani, dal febbraio 2024 Italia e UE partecipano all’operazione “Aspides” (prevista fino al 2028, ma la proroga è già probabile), per garantire “libertà di navigazione” nella lunga linea di crisi che interessa lo Stretto di Baab al-Mandab, lo stretto di Hormuz, le acque del Mar Rosso, il Mar Arabico, il Golfo di Oman, il Golfo Persico. Tutti sappiamo quanto gli attacchi degli Houthi yemeniti abbiano costretto da Ottobre 2023 gran parte delle navi commerciali “occidentali” e filoisraeliane a circumnavigare l’intero continente africano, provocando ritardi ed enormi incrementi assicurativi e dei costi delle merci»

Italia terzo fornitore di armi

«In questo scenario l’Italia si distingue pertanto non soltanto con la costante fornitura di armamenti ad Israele (di cui è terzo fornitore mondiale dopo USA e Germania); non solo col recente tacito rinnovo del vergognoso “Memorandum” di cooperazione e ricerca col paese genocidario che definisce la stessa ONU una “palude di bile antisemita”, ma anche con la gregaria presenza armata in ruolo di “flagship” e pattugliamento delle navi Caio Duilio, Virginio Fasan, Federico Martinengo, Andrea Doria, in coordinamento con l’operazione UE “EUNAVFOR ATALANTA”, finalizzata ad imporre controllo e sicurezza delle rotte che legano l’Oceano Indiano occidentale al Mar Rosso, così come in coordinamento con altre similari iniziative nell’area, tra cui la missione navale EMASOH (European- led Maritime Awareness Strait of Hormuz), attiva dal 2020»

Sgretolare la resistenza per sostenere le compagnie petrolifere. Il ruolo di ENI, partner strategico di Israele

«Mentre l’obiettivo di sgretolare ogni forma di resistenza cooperante in Medio Oriente si invera nelle campagne di bombardamento che continuano a colpire pesantemente inermi ed affamati civili gazawi; mentre l’aviazione israeliana stermina con logica spietatamente terrorista dirigenti militari di primo piano, centri di trattamento, ingegneri nucleari, civili iraniani, minacciando con Trump l’uso dell’atomica, l’italica ENI sguazza indisturbata con altre compagnie petrolifere negli affari del gas sottratto dagli israeliani ai palestinesi (proprietari per almeno il 62%), contribuendo a stracciare ogni residuo del diritto internazionale firmando convenzioni come quella del 2024. L’esplorazione nei blocchi delle aree marine riconosciuti ai palestinesi dal diritto internazionale venne divisa tra Israele Cipro ed Egitto, violando una convenzione dell’ONU e negando alla Palestina il diritto di ricercare le risorse naturali insieme agli altri stati dell’area, fino al punto che nel 2022 Israele lanciò gare di appalto per la ricerca di gas naturale nella zona al largo di Gaza. A fine Ottobre 2023, nel pieno infuriare della vendetta e dello sterminio, le ricerche esplorative del gas presero il via con 12 licenze in due zone di concessione. Una di queste zone è la “Zona G”, assegnata all’ENI, a BP, alla britannica Dana Petroleum, alla israeliana Ratio Petroleum Energy; l’altra assegnata ad Azera Socar (State oil Company of Azerbaigian Republic) e New Med Energy (israeliana).

Mentre per tentare di coprire l’imbarazzo del totale asservimento alla Nato e a Netanyahu gli ipocriti rappresentanti UE blaterano a vuoto della “soluzione dei due popoli e due stati”, Israele ha facile gioco a non riconoscere i diritti estrattivi palestinesi, avendo ridotto in macerie non solo Gaza, ma l’idea stessa della Palestina. Eni e governo italiano (in sostanza una cosa sola, a cominciare dai servizi segreti e dal c.d. “Piano Mattei”)  continuano a sceglie in modo corresponsabile di contravvenire agli accordi internazionali, pur di fare prevalere gli interessi economici e i profitti aziendali rispetto al diritto dei popoli di utilizzare in autonomia le proprie risorse. Eni è partner strategico di Israele, quindi, a fronte di valutazioni che stimano profitti attesi per oltre 200 miliardi di dollari. Gaza è stata da anni percepita come un ostacolo per la realizzazione di un nuovo canale per il trasporto energetico tra Asia ed Europa. La guerra genocida condotta da Israele è quindi ampiamente vantaggiosa per l’industria del gas italiana.

Nello stesso triangolo del Mediterraneo orientale dove insistono le maggiori scoperte di gas degli ultimi decenni, lo scontro di interessi tra stati e multinazionali è solo meno visibile ed in parte rimandato. In un intricato intreccio di alleanze di comodo e trabocchetti il conflitto per gli appalti e per i tracciati dei percorsi degli impianti e dei gasdotti continua a bassa intensità, in attesa della ridefinizione dei rapporti di forza. Il progetto East Med-Poseidon, il più lungo e profondo gasdotto sottomarino al mondo, che collegherebbe i giacimenti di gas marittimi da Israele alla Puglia, dopo l’attuale sospensione, potrebbe essere pronto entro il 2027.

Da non dimenticare inoltre gli interessi dell’altra big energetica nazionale, SNAM, in qualità di azionista del gasdotto al Arish–Askhelon, che ha portato il gas israeliano verso l’Egitto, traendo un grosso vantaggio economico dall’intesa. Gli interessi del governo italiano, imperniati sulla strategia di trasformazione dell’Italia in un “hub energetico d’Europa, un ponte nel Mediterraneo per il collegamento tra l’Africa e il vecchio continente”, che dedica 5,2 miliardi dei fondi del nuovo Pnrr agli investimenti nelle reti e nelle infrastrutture, a partire da quelle energetiche strategiche, sono quindi legati a doppio filo agli esiti dei conflitti geopolitici che legano gli scenari estrattivi e bellici mediorientali e nordafricani.

Non è quindi un azzardo sottolineare quanto profonda sia la linea di continuità che connette le politiche di oggettiva correità del governo italiano con le criminali condotte di sterminio perpetrate dal governo israeliano, così come non è azzardato rilevare che i provvedimenti securitari adottati “in patria” dal governo Meloni concorrano a tacitare i movimenti di opposizione alle politiche estrattive che privilegiano in modo cieco e perverso l’accelerazione distruttiva del surriscaldamento climatico, la sottrazione e l’inquinamento delle matrici ambientali, a discapito delle necessarie bonifiche e della improrogabile decarbonizzazione.

Tutto ciò conferma che i soggetti aziendali e politici che da decenni piegano sistematicamente la scatola vuota che chiamano democrazia continuano a praticare in realtà l’occupazione e l’assedio permanente e securitario degli spazi di mediazione sociale e che non potranno di certo essere loro a garantire una transizione giusta ed equa.

Perché senza cambiare lo stato di cose presenti non ci potrà mai essere una transizione energetica che non incorpori la logica di potere dominante.

 Perché è l’intero paradigma dell’attuale modello di produzione e di relazioni sociali che va cambiato, dal basso, nel solco strategico del primato del valore d’uso e dei beni comuni»

Coordinamento nazionale No Triv

18 Giugno 2025