A riferirlo è il sito d’informazione Reuters, con la notizia riportata dai principali media italiani.
Secondo quanto emerso la petroliera non avrebbe incontrato alcuna difficoltà o resistenza a passare indenne lo stretto di Hormuz.
Il motivo sembrerebbe abbastanza evidente. La Cina resta un partener affidabile dell’Iran e gli Stati Uniti non hanno intenzione di provocare incidenti ulteriori con il principale rivale.
La chiusura, quindi, dello stretto da parte degli Stati Uniti si sta rivelando soltanto una provocazione, che però potrebbe costare molto cara all’establishment statunitense. Il motivo è evidente: il blocco navale espone a potenziali rischi di attacchi la marina statunitense senza che vi sia un reale beneficio nell’azione militare.
La sensazione, sempre più grande, è che questa guerra stia costando troppo agli Stati Uniti. A differenza di ciò che alcuni analisti, pur non senza ragione, asseriscono gli Usa sono ancora la prima potenza militare del pianeta e della forza detengono l’egemonia. Purtroppo, però, si sono dimostrati dal Vietnam in poi incapaci di comprendere i reali rischi dell’utilizzo della forza, ma soprattutto, in quanto potenza adolescenziale, non hanno ancora imparato come si vince veramente un conflitto.
L’impressione che emerge dalla questione della guerra, ora in tregua fragile, tra Iran e Usa è che si parli troppo del Presidente di turno, come unico decisore che non è, e poco, troppo poco, degli aspetti strategici che derivano da una posizione egemonica. Gli stati uniti nella guerra per procura sono raffinati, quasi imbattibili, quando si tratta di impantanare il nemico. Prendiamo quello che è successo con la Russia in Ucraina, dove la guerra è strapersa strategicamente dai russi che l’hanno vinta solo parzialmente tatticamente. Eppure, gli stessi Stati Uniti compiono un errore forse dieci volte più grave degli stessi russi.
C’è da rivedere qualcosa, e forse dalle parti di Washington lo stanno capendo.

