Guerra Usa-Iran, il Pentagono prepara operazioni di terra. Teheran: “Gli daremo fuoco”

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Il conflitto tra Stati Uniti e Iran potrebbe presto entrare in una nuova e decisiva fase. Il Pentagono sta mettendo a punto i piani per potenziali operazioni di terra in Iran, qualora il presidente Donald Trump decidesse per un’escalation militare.

La strategia americana scarta l’ipotesi di un’invasione su larga scala, puntando invece su settimane di incursioni mirate. La reazione di Teheran è stata immediata e durissima: “Li aspettiamo, daremo loro fuoco”, ha avvertito Mohammad Bagher Ghalibaf, potente capo del Parlamento iraniano, confermando la volontà della Repubblica Islamica di fronteggiare gli americani direttamente sul campo.

Operazioni di terra e obiettivi strategici: i piani del Pentagono

Nel caso in cui gli sforzi diplomatici di Washington non producessero i risultati sperati, Trump potrebbe dare il via libera all’impiego delle truppe già dislocate nell’area per l’operazione Epic Fury. Attualmente, il Dipartimento della Difesa Usa sta valutando l’invio di ulteriori 10.000 soldati, mossa che porterebbe il contingente a 17.000 unità. Pur essendo una cifra inferiore rispetto ai grandi dispiegamenti visti in Iraq o in Afghanistan, è considerata ampiamente sufficiente per condurre raid circoscritti e ad alto impatto.

I bersagli delle operazioni di terra sarebbero snodi nevralgici per l’economia e la difesa di Teheran. Tra gli obiettivi principali figura l’isola di Kharg, attraverso cui transita l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane, e le sette isole dell'”arco di difesa” nello Stretto di Hormuz (Abu Masa, Greater Tunb, Lesser Tunb, Hengam, Qeshm, Larak e Hormuz). Inoltre, i piani includono l’impiego della Delta Force per azioni ad altissimo rischio nell’Iran continentale, come il possibile sequestro dell’uranio intrappolato nel sito nucleare di Isfahan dopo i bombardamenti americani di giugno.

Il nodo dello Stretto di Hormuz e le trattative diplomatiche

Nonostante i preparativi militari, l’opzione diplomatica resta ancora sul tavolo. La Casa Bianca ha fissato un nuovo ultimatum al 6 aprile prima di autorizzare raid contro le centrali elettriche iraniane. Nel frattempo, a Islamabad, i mediatori di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita lavorano febbrilmente per scongiurare il blocco dello Stretto di Hormuz.

Teheran ha inserito il controllo dello Stretto come condizione per aderire al piano di pace in 15 punti proposto dagli Usa. Per superare l’impasse, l’Egitto ha suggerito l’introduzione di tariffe di transito simili a quelle applicate nel Canale di Suez, mentre un’altra ipotesi prevede la creazione di un consorzio internazionale (formato da Turchia, Egitto e Arabia Saudita) per garantire la sicurezza e la gestione dei flussi di petrolio. Un blocco prolungato di Hormuz provocherebbe un’impennata globale dei prezzi del greggio, innescando un’inevitabile recessione economica.

I dilemmi di Trump e il contraccolpo politico interno

Gli analisti concordano sul fatto che l’amministrazione Usa non abbia “alcuna buona opzione a disposizione”. Giustificare all’opinione pubblica gli enormi costi sostenuti per lo schieramento di portaerei e truppe, utilizzandoli solo come strumento di pressione diplomatica, risulta politicamente complesso. D’altro canto, il presidente si trova a un bivio tra l’accettazione di un accordo di pace imperfetto (che comunque prevede la rinuncia di Teheran all’arma nucleare e all’uranio arricchito) e un’escalation dagli esiti imprevedibili.

La guerra in Iran sta intanto creando pesanti contraccolpi sul fronte politico interno statunitense. I messaggi contrastanti inviati da Donald Trump stanno generando fratture evidenti all’interno del movimento MAGA. Questa incertezza si sta ripercuotendo negativamente sul vicepresidente JD Vance, le cui preferenze per un’eventuale nomination nel 2028 sono scese dal 61% al 58% nei recenti sondaggi CPAC. Anche al Congresso iniziano a emergere le prime crepe nel partito repubblicano: i giovani conservatori e diversi parlamentari considerano i boots on the ground (le truppe sul campo) una linea rossa da non oltrepassare, mettendo in discussione l’intervento diretto e il sostegno incondizionato a Israele.