Il rumore dello schianto: Meloni perde l’aura da vincente

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E’ innegabile, o almeno non tanto discutibile, che il grande successo dei consensi finora di Giorgia Meloni sia dato prevalentemente da quell’aura d’imbattibilità che finora si è portata dietro.

Succede spesso in politica quando qualcuno riesce a ritagliarsi una posizione aumentando i consensi a dismisura, di vedere in quella persona un vincente ed un imbattibile. Con gli italiani, si sa, il fascino del vincente funziona, non a caso Berlusconi ci aveva costruito una carriera, ed è successo anche con Renzi, poi toccato a Salvini, che ad un certo punto sembrava il Re Mida di Pontida, ed infine anche alla ragazza della Garbatella.

Lei ce l’ha fatta, quindi è una grande statista. Sillogismo abbastanza fallace. Altrettanto, bisogna dirlo, lo sarebbe pensare che, innanzi alla prima vera grande sconfitta, anche se non consideriamo le Regionali varie, Giorgia Meloni sia stata sopravvalutata. Ora si rincorrono gli analisti ad elencare le sue colpe strategiche, presunte o reali, nell’essersi immischiata in questo Referendum che, nei fatti serviva a poco, se non a misurare la propria forza anzitempo.

Il disastro di Giorgia Meloni e dei suoi: le bugie e la lotta nel fango

Che Giorgia Meloni abbia mentito non è così strano. Lo ha fatto spesso, politicamente non è mai stata una santa. Già in campagna elettorale nel 2022 ne aveva dette di cotte e di crude: blocco navale, accise, invasione dei migranti, magistratura comunista. In questa campagna referendaria, bisogna dirlo, è riuscita a fare addirittura peggio.

Nel primo caso c’erano infatti delle promesse, che come tali potevano essere mantenute, almeno alcune, e gli elettori hanno creduto, nella gran parte dei casi erroneamente, che potesse davvero farlo. Giorgia Meloni in alcuni di questi casi, vedi le accise ed il blocco navale, ha capito presiedendo il Consiglio dei Ministri che semplicemente non si poteva fare. O forse, non essendo proprio una nuova di passaggio in quel contesto, lo sapeva già prima. Come sapeva che molte cose non erano fattibili.

Nel secondo caso, le menzogne buttate in campagna elettorale per il Referendum sono state semplicemente aria fritta. Urlare in comizi di partito, super protetti in cui ti applaudono a prescindere anche se li insulti, sciorinando una fiumana di falsità ha trascinato la battaglia referendaria in una lotta nel fango. E’ questo il modello che ha in mente per il suo Premierato e l’elezione diretta del Presidente della Repubblica? Far diventare l’elezione del capo di stato una guerra a colpi menzogne, insulti e delegittimazioni?

Andiamo con ordine. In questo Referendum contro i magistrati la maggioranza parlamentare ha detto davvero di tutto. Li hanno chiamati plotoni di esecuzione, liberatori di stupratori ed assassini, casta, amichetti e tanto altro ancora. Non sorprende, se dopo la vittoria del “No” a Napoli e Milano nei tribunali si ballasse e si festeggiasse. Il fatto grave, semmai, è quello di aver fatto credere alle persone che le leggi (norme ordinarie) le emanassero i giudici e non il Parlamento, mentre i giudici ed i Pm, le norme le applicano soltanto.

Come dire, dopo che Giorgia Meloni ha varato il Decreto Caivano poteva mai prendersela con i giudici per la vicenda dei bambini della casa del bosco? La risposta sarebbe no, ma è successo davvero.

Cosa lascia questo Referendum: le implicazioni politiche

Questo Referendum lascia delle ferite aperte che sanguineranno ancora a lungo. E’ inevitabile che un Referendum pur Costituzionale sia politicizzato (come se fosse una brutta parola) mentre la politica è il modo degli essere umani di parlare tra loro. Così come la questione ideologica, che è alta, anzi altissima, e non spregevole come spesso vogliono farci credere.

Dunque questo Referendum, sul quale non si è dibattuto solo con la fredda e robotica logica del calcolo personalistico, si è trasformato in un referendum sul Governo di Giorgia Meloni. Risultato che è diventato parecchio indigesto alla maggioranza, preso un po’ come un pugno in pieno viso vista anche l’affluenza molto alta (ma siamo sempre a meno del 60% e non è tantissimo). E’ un risultato che da anche forza alle opposizioni ora pronte ad un vero processo di federazione.

Insomma, la Meloni tutto voleva tranne che questo effetto e forse la costringerà a fare un po’ di pulizia: Delmastro e Bartolozzi sono tra i primissimi indiziati a saltare. Forse perché serve qualcuno che si prenda la colpa, e sostituire Nordio non è pensabile, e probabilmente questo provocherà qualche problema compresa una fuoriuscita di notizie scomode.