Giuseppe Pende. Un maestro da riscoprire

0

Ricevo e pubblico con piacere l’articolo del Prof. Antonello di Pinto:


Ho avuto la fortuna di conoscere l’arte di Giuseppe Pende attraverso Vittorio Sgarbi durante una notte sincera di fine estate 2022.Eravamo nella grande casa di un amico nelle campagne di Sutri, dopo cena ci attardammo a chiacchierare fino a notte fonda; quando i rumorisi attenuano, quando la luna diventa più splendente, il tempo rallenta ed i pensieri si allungano. Accompagnati dallo zirlio dei grilli e dalle luci suggestive della città che si intravedevano in lontananza, mentre parlavamo di problematiche legate all’arte contemporanea, Vittorio mi annunciò che stava preparando unamostra di Giuseppe Pende a Palazzo dei Priori di Fermo. Un pittore davvero interessante! – disse – mentre sul suo volto notturno andava man mano palesandosi un’espressione di stupore e meraviglia. Afflitto risposi di non conoscere questo artista, sentendomi in colpa gli chiesi di mostrarmi delle immagini che lui non possedeva. Trascorremmo quel poco che rimaneva di quella strana notte a parlare del nostro Caravaggio, l’Ecce Homo, uscito in una casa d’aste di Madrid sotto la voce di Circùlo di Jusepe de Ribera con el precio de salida di 1500 euro! Opera che io gli segnalai nell’ormai lontano 25 di marzo 2021…

Giuseppe Pende, Inno alla vita, olio e pastello su formica, 2000

Non ho cercato le opere di Giuseppe Pende sul web, né ho potuto partecipare al vernissage nel dicembre 2023, cosa di cui mi pento amaramente. Tuttavia, un giorno, per una di quelle strane combinazioni che solo il destino può imbastire,ricevo una cordiale telefonata da Silvia Cisbani, devota nipote del Maestro Pende, la quale mi invitava a Fermo per ammirare le opere direttamente a casa di un’erede. Le dissi che a breve sarei andato a Fermo per presentare il mio libro Caravaggio, il portale per arrivare a Dio,edito da Armando Curcio Editore, nella magnifica cornice di Palazzo Vinci Gigliucci, nell’occasione ci saremmo potuti incontrare.

Mi ricevono alcuni famigliari del Maestro in un appartamento sito al quarto piano di una palazzina assolata, ovunque c’era un’infinità didipinti da ammirare. Tecnica sopraffina, colori ben distribuiti, uso sapiente della luce, i sussurri della natura si rivelano in una materia porcellanata, corposa, lavorata minuziosamente, con ogni mezzo, persino con il manico del pennello. C’era qualcosa in quelle opere che evocava in me ricordi lontani, quando studiavo Camille Pissarro (1830 – 1903) ai tempi dell’Accademia di Belle Arti, un pittore en plein air dalla tavolozza infinita.  Ma la cosa più stupefacente era che Giuseppe Pende gli somigliava soprattutto fisicamente: capelli lunghi candidi con opulento barbone, l’unica differenza era nel suo sguardo decisamente più furbo, più complice, insomma più felice. Di sicuro era una persona che avrei voluto conoscere, trascorrere del tempo insieme, farmi una passeggiata sul sentiero di un bosco, ascoltare le sue parole, imparare ad osservare la natura e ad ascoltare il mio cuore. Mi aggiravo tra le tante opere esposte con un senso di gioia e di stupore, la stessa espressione che aveva Vittorio in quella sincera notte di Sutri, pensai tra me: lui non si sbaglia mai! Percepivo qualcosa di stupefacente che ancora non ero riuscito a cogliere, che era lì velata da qualche parte ma che ancora non avevo visto. Provai ad avvicinarmi a una di quelle telee: whuòm! Dinanzi a me si aprì un varcotemporale, era come se stessi osservando un mondo microscopico invisibile ad occhio nudo, dove bisognava aumentare la lente per entrare nell’infinitamente piccolo e scoprire che esiste una vita nella vita stessa. Genuflessi nei fogliami, nelle cortecce degli alberi, nelle rocce, mi apparvero sconosciuti pronti a rivelarmi le loro storie, oggetti della vita di tutti i giorni, mezzi, utensili, visi, ricordi, profumi, sapori, sensazioniben nascoste nella texture della pittura; sussurridel passato, amori vissuti, affetti, paure e fragilitàpullulavano in un sottobosco felice. Ero abbacinato da tanta bellezza. Pende è come una terra rigogliosa dove c’è ancora tanto da raccogliere, tutto da scoprire, dalle prime opere in cui ritrae la dolcissima moglie Ida, fino a quelle più recenti mai svelate, così distanti stilisticamente tra loro ma sempre tenute assieme dal sottile filo dell’ironia, e mai dell’autocommiserazione. Pende è un artista meraviglioso, che sfata il mito dell’artistadannato, triste, imbronciato e concettuale. Lui era felice tra i suoi affetti, nella sua grande famiglia, con i suoi amici, con i suoi allievi, era felice nelle sue passeggiate solitarie nei boschi, dove la natura gli parlava attraverso la schiusa di un fiore, il profumo muffoso del muschio sulla corteccia di un albero e il gracchiare di un rospo, e lui rispondeva nell’unica maniera che sapeva fare: dipingere ciò che Dio aveva apparecchiato apposta per lui.

“Non può capire quel che dipingo (…), chi non è mai passato sulla sommità di un dirupo boscoso o sul semplice ciglio di un fosso con cespugli fitti di rametti contorti adorni di asparagina; chi non mai notato qualche albero, tappezzato di muschio sul tronco, inchinarsi quasi a voler baciare la terra che lo nutre per poi rialzarsi svettando vicinissimo ad uno oscuro cipresso. Qui allora del tramonto si ode un assordante cicaleggio di passeracei che si preparano a passar la notte e a gustare i loro sogni. Sarà strano ma per me questo se non è il paradiso gli somiglia molto”.

Giuseppe Pende