di Gabriele Cicerchia
Il panorama digitale europeo del 2025 si presenta come un terreno in rapido movimento, segnato da una crescente asimmetria tra la potenza tecnologica delle grandi piattaforme globali e la volontà regolatoria dell’Unione di ristabilire equilibrio, trasparenza e concorrenza.
I casi che emergono nelle ultime settimane rappresentano tasselli di un puzzle più ampio: la costruzione di una sovranità digitale capace di proteggere il mercato interno, garantire diritti fondamentali e, al tempo stesso, favorire la competitività dell’ecosistema europeo.
Le indagini della Commissione europea
Uno dei capitoli centrali è rappresentato dalle indagini di mercato avviate dalla Commissione europea ai sensi del Digital Markets Act (DMA).
Le verifiche riguardano Amazon e Microsoft, due dei principali fornitori globali di servizi cloud, un settore considerato infrastruttura critica per l’economia digitale.
La domanda di fondo è semplice ma cruciale: i comportamenti delle grandi piattaforme nel cloud limitano la concorrenza, ostacolando l’ingresso di operatori europei e la possibilità per imprese e pubbliche amministrazioni di scegliere soluzioni interoperabili?
Se le conclusioni dovessero evidenziare pratiche restrittive — come vincoli contrattuali, costi di uscita elevati o integrazioni verticali che favoriscono i propri servizi rispetto a quelli dei competitor — l’UE potrebbe imporre obblighi specifici per correggere distorsioni oggi capaci di condizionare interi segmenti di mercato.
A queste indagini si somma un ulteriore elemento di rilievo: la sentenza del Tribunale dell’Unione (T-367/23) che ha respinto il ricorso di Amazon, contro la decisione della Commissione che designava “Amazon Store” come Very Large Online Platform (VLOP) ai sensi del Digital Services Act (DSA). La conferma giudiziaria della natura sistemica della piattaforma comporta obblighi stringenti in materia di gestione dei contenuti, trasparenza algoritmica, moderazione dei rischi sistemici e cooperazione con le autorità di vigilanza. Si tratta di un punto di svolta importante: le piattaforme, per la prima volta, non possono più contestare la loro responsabilità sistemica basandosi sulla dimensione del business o sulla diversificazione delle attività.
La sentenza ribadisce che la centralità di un attore digitale si misura non solo in termini economici, ma anche in termini di impatto sociale, capacità di influenzare le scelte dei consumatori e controllo sui flussi informativi.
Il tema della semplificazione
Parallelamente al rafforzamento degli strumenti di vigilanza, Bruxelles ha presentato il pacchetto “Omnibus VII”, che punta a snellire e razionalizzare l’intero quadro normativo europeo in materia di digitale.
Il pacchetto contiene la proposta di regolamento sull’intelligenza artificiale — nel quadro della revisione dell’AI Act — oltre a una proposta di regolamento omnibus per armonizzare e semplificare il quadro legislativo digitale, la strategia aggiornata per l’Unione dei dati e l’introduzione del cosiddetto “portafoglio europeo per le imprese”.
Il cuore dell’iniziativa rimane la regolazione dell’IA, che l’Europa vuole rendere al tempo stesso affidabile e competitiva.
Dopo mesi di negoziati e revisioni, Bruxelles tenta ora di integrare in modo più organico le norme relative ad algoritmi ad alto rischio, modelli fondativi, trasparenza dei dataset, cybersecurity e tutela dei consumatori. L’obiettivo è duplice: evitare il moltiplicarsi di normative nazionali frammentate e costruire un ambiente regolatorio che consenta alle imprese europee di investire senza incertezza giuridica.
Il tema della semplificazione è centrale anche per un’altra ragione: l’economia digitale europea rischia di rallentare non solo per la concorrenza globale, ma anche per l’eccessivo peso burocratico interno. L’Omnibus VII tenta di correggere questa tendenza, riducendo gli oneri per le imprese, allineando norme sovrapposte e facilitando l’interoperabilità dei servizi digitali.
In un contesto in cui la velocità dell’innovazione è un fattore decisivo, il tempo di adeguamento regolatorio diventa ormai parte integrante della competitività.
Il caso italiano
Un ulteriore fronte aperto riguarda l’Italia. La Commissione ha avviato una procedura d’infrazione (2025/2153) per mancato rispetto della direttiva che istituisce il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche. La contestazione riguarda il recepimento incompleto o tardivo delle disposizioni europee, con impatti potenziali sulla concorrenza nel settore TLC, sulla trasparenza per gli utenti finali e, più in generale, sulla coerenza del mercato unico digitale.
L’infrazione contro l’Italia non è un caso isolato, ma rappresenta un segnale più ampio: mentre l’Europa accelera sulla regolazione e sull’integrazione digitale, alcuni Stati membri faticano a tenere il passo, generando asimmetrie che rischiano di tradursi in barriere tecniche e distorsioni competitive. È una frattura interna che l’UE dovrà colmare se vuole davvero costruire uno spazio digitale europeo coeso e proiettato verso il futuro.
L’Europa verso un modello unico di economia digitale
Il filo rosso che lega indagini DMA, AI Act, sentenze del Tribunale e procedure d’infrazione è chiaro: l’Unione sta cercando di definire un modello europeo di economia digitale che metta al centro la concorrenza, la sicurezza, la responsabilità delle piattaforme e la protezione dei dati.
Ma, allo stesso tempo, il sistema istituzionale è consapevole che senza un forte sostegno agli investimenti e senza una semplificazione che renda il mercato interno più agile, il rischio è quello di creare una cornice perfetta che, nella pratica, ostacola la crescita.
In questo scenario, l’approvazione definitiva del bilancio dell’UE per il 2026 assume un significato politico che va oltre la dimensione finanziaria. Il testo, frutto di un difficile compromesso tra Parlamento e Consiglio, conferma le priorità strategiche dell’Unione: transizione digitale, sicurezza economica, competitività industriale, sostenibilità e sostegno all’Ucraina. Tuttavia, emerge una tensione ormai strutturale: l’Europa continua a moltiplicare obiettivi e ambizioni, ma con risorse che rimangono limitate e spesso insufficienti a sostenere una vera politica industriale continentale.
Il bilancio 2026 rappresenta dunque un banco di prova della capacità dell’Unione di allineare parole e strumenti, visione e investimenti, regolazione e crescita.
In un mondo digitale dominato da giganti globali, l’Europa si gioca qui una parte decisiva della sua autonomia strategica.

