Diritto alla stabilizzazione: una battaglia di civiltà, per la scuola e per i docenti

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di Gabriele Cicerchia

Il precariato scolastico in Italia è una piaga che si trascina da anni, con migliaia di docenti che, seppur garantiscono il funzionamento della scuola pubblica, non godono di alcuna certezza rispetto al proprio futuro.

L’esperienza maturata sul campo viene sistematicamente ignorata nei processi di stabilizzazione, lasciando questi lavoratori in una condizione di perenne incertezza. Eppure, il diritto alla stabilizzazione non è solo una rivendicazione sindacale, ma un principio riconosciuto dal diritto europeo e una necessità per garantire continuità didattica agli studenti.

L’attuale sistema di reclutamento scolastico favorisce chi possiede determinati titoli accademici, spesso slegati dall’esperienza concreta nelle aule, penalizzando chi da anni lavora nella scuola con contratti a termine.

I concorsi legati al PNRR hanno accentuato questa disparità, privilegiando criteri che escludono i precari storici.

Il tutto avviene in palese violazione della normativa europea, la direttiva n. 70/1999/CE, che impone la stabilizzazione dopo tre anni di servizio con contratti ripetuti.

Non a caso, l’Italia è già stata deferita alla Corte di Giustizia Europea per abuso di contratti a termine nel settore scolastico.

Anche i percorsi abilitanti hanno mostrato evidenti criticità: i corsi da 30 CFU, destinati ai docenti con più esperienza, sono a numero chiuso, mentre i corsi da 60 CFU, riservati a chi ha meno servizio, sono accessibili più facilmente e consentono di superare in graduatoria chi lavora da anni.

Questo modello inoltre comporta costi esorbitanti, un vero mercimonio senza alcuna garanzia di assunzione che rischia, tra l’altro, di escludere chi non se lo può permettere.

Per correggere queste ingiustizie, è necessario adottare un sistema di doppio canale di reclutamento, destinando il 50% delle assunzioni ai concorsi e il 50% alle GPS di prima e seconda fascia.

Questo metodo, già riconosciuto per gli insegnanti di religione, consentirebbe di valorizzare l’esperienza dei precari storici e di garantire una maggiore equità nei processi di assunzione.

Oltre a ciò, è fondamentale: riconoscere l’esperienza maturata, evitando che chi ha anni di servizio venga superato da chi entra nel sistema con meno esperienza; finanziare pubblicamente i percorsi abilitanti, includendoli nei fondi del PNRR per evitare un’ingiusta speculazione economica sul precariato; pubblicare e utilizzare immediatamente le graduatorie dei concorsi già svolti, senza costringere i docenti idonei a ripetere nuove selezioni; programmare un concorso straordinario per chi ha almeno tre anni di servizio, come già avvenuto per gli insegnanti di religione.

La petizione dei precari italiani arriva a Bruxelles

Di fronte all’inerzia del Governo italiano, i docenti precari hanno deciso di portare la loro voce in Europa.

Hands waving flags of the EuropeanUnion

Il Comitato Precari Uniti per la Scuola ha presentato al Parlamento europeo, una petizione ufficiale, firmata da altre 49 persone, per denunciare la violazione delle norme comunitarie sul lavoro a termine nel settore scolastico e la disapplicazione della direttiva 2013/55/UE, relativa alle professioni regolamentate.

Questa iniziativa mira a ottenere un intervento concreto che costringa l’Italia a rispettare il diritto alla stabilizzazione, garantendo finalmente una prospettiva certa ai docenti che da anni tengono in piedi la scuola pubblica.

L’incertezza lavorativa non è solo un problema per gli insegnanti, ma anche per gli studenti, che subiscono il continuo cambio di docenti senza possibilità di stabilire un percorso educativo continuativo. Il diritto alla stabilizzazione non è una mera concessione, ma una necessità per il futuro della scuola italiana.

Da anni, migliaia di insegnanti garantiscono il funzionamento della scuola pubblica, tra sacrifici e incertezze.

Ora è il momento di ascoltare la loro voce e di riconoscere il loro diritto a un futuro stabile.

La petizione 1264/2024 porta all’attenzione delle istituzioni europee una questione cruciale per migliaia di docenti precari italiani: il mancato riconoscimento dell’esperienza acquisita e l’iniquità dei percorsi abilitanti.

È paradossale che insegnanti con almeno tre anni di servizio continuativo siano obbligati a superare selezioni e a svolgere un tirocinio diretto per ottenere l’abilitazione, mentre percorsi più semplici, senza selezioni o obblighi pratici, siano riservati a chi ha meno esperienza o è già abilitato in un’altra classe di concorso.

Questa disparità di trattamento viola il principio di non discriminazione e contrasta con la normativa europea, in particolare con la direttiva 1999/70/CE, che mira a prevenire l’abuso di contratti a termine, e con la direttiva 2013/55/UE, che disciplina il riconoscimento delle qualifiche professionali.

L’Italia sta di fatto ignorando il valore della continuità didattica e del lavoro svolto dai precari storici, imponendo loro un percorso più oneroso rispetto a chi ha meno esperienza diretta in aula.

Sostenere questa petizione significa difendere non solo i diritti dei docenti, ma anche la qualità della scuola pubblica.

La precarietà costante degli insegnanti danneggia la stabilità educativa degli studenti e mina la credibilità dell’intero sistema scolastico.

È fondamentale che le istituzioni italiane ed europee intervengano per correggere questa ingiustizia e garantire ai docenti precari un accesso equo alla stabilizzazione.