Dal Campo di Periferia alla Nazionale, dal Nord al Sud: il Calcio che Unisce, con Sébastien Frey

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Di Michela Macalli

Sono davvero felice di poter intervistare oggi non solo un grande ex campione, un amico mio e dello sport e dei suoi valori più autentici: Sébastien Frey. Perché diciamolo chiaramente: essere un campione non significa solo vincere sul campo, ma anche saper trasmettere messaggi positivi, soprattutto alle nuove generazioni. Anche dopo il ritiro, chi ha vissuto lo sport ad alti livelli può continuare a essere un punto di riferimento, contribuendo con il proprio esempio a costruire comunità più forti, inclusive e solidali.

Sébastien Frey è stato uno dei portieri più forti della sua generazione. Ex numero uno della Nazionale francese, è il 4º calciatore straniero con più presenze nella storia della Serie A (ben 446). In Italia ha indossato le maglie di Inter, Hellas Verona, Parma, Fiorentina e Genoa, lasciando ovunque un segno profondo.

Sébastien Frey

Oggi continua a vivere lo sport con passione e impegno, partecipando attivamente a eventi e progetti dedicati ai più giovani. In questi giorni lo troviamo nella mia Val Seriana, in provincia di Bergamo, dove è protagonista di un Summer Camp di un club professionistico rivolto a ragazzi under 18.

È qui a Fino del Monte che ho il piacere di incontrarlo, in occasione di un confronto che guarda al futuro dello sport, dai livelli professionistici fino al mondo dilettantistico, nell’ambito delle attività della mia XVIII Commissione tecnica dell’intergruppo Parlamentare per lo Sviluppo del Sud, delle isole minori e delle aree fragili.

Michela Macalli

(D.: Michela Macalli):Grazie “Seba” per questa chiacchierata sportiva. Hai scelto di lavorare quest’estate con i giovani in territori considerati “fragili”, come la mia Val Seriana, che è una Comunità Montana della provincia di Bergamo, secondo te, quanto può contare lo sport per far crescere socialmente ed economicamente anche le aree più in difficoltà del nostro Paese come queste interne e quelle del centro e del sud?

(R.: Sebastian Frey):Ǫuesto progetto innanzitutto parte da FC INTERNAZIONALE che organizzando questi Camp permette a tanti ragazzi di indossare una maglia emblematica per una settimana, sognando di essere un calciatore. Ǫuesta attività che fa sognare i bambini per me è molto importante, infatti, da due anni sono coinvolto e condivido questo pensiero con l’Inter, e sono molto contento che quest’anno abbia scelto questa località bergamasca. Sicuramente considerando la situazione attuale sia sociale nelle nuove generazioni che del calcio italiano giovanile, io lavorerei di più con i ragazzi che provengono da queste aree interne. Credo che il talento nasca dalla strada, non dai grandi Club e con queste occasioni crei un processo di legame con una maglia importante che ti porta avanti nel processo di crescita sportiva e umana, creando un ponte tra dilettantismo e professionismo. Penso che sia giusto incrementare questi camp, sia per la ricerca di un talento che farebbe bene al calcio italiano d’élite, ma soprattutto perché il calcio a livello educativo e umano ti da tanto, ti permette di fare squadra, di imparare le regole quali il RISPETTO. Il rispetto del compagno, il rispetto del più grande. Aggiungo che non è casuale che un grande Club come l’Inter faccia questo progetto in questa località montana. I bambini grazie a questa occasione vanno a scoprire queste realtà italiane poco conosciute, vanno a conoscere meglio il loro territorio. Tecnicamente la scelta di Fino del Monte è per un lavoro di qualità, infatti siamo a metà luglio, andando in queste zone montane ben organizzate, tranquille, a misura d’uomo troviamo anche un clima più fresco, puntando sempre a fare allenamenti basati sul divertimento, gioco di squadra, coesione e socializzazione.

(D.: Michela Macalli):Hai giocato a lungo a Firenze, nella mitica Viola, in una regione come la Toscana che si trova un po’ a metà tra nord e sud. Hai notato differenze nel modo di fare calcio tra le diverse zone d’Italia?

(R.: Sebastian Frey): Firenze per me è proprio la frontiera tra Nord e Sud anche a livello calcistico. Le culture sono molto diverse. Io ho giocato nel Nord e Centro e mai nel Sud, però ho giocato da avversario per anni, e quindi ho notato un approccio anche delle tifoserie diverso. Più vai al Sud e più c’è calore e colore. Il tifoso lo definisco “con grande personalità”, nel bene e nel male, nel nord la mentalità è più “fredda”: il supporter viene allo stadio la domenica, ma non vive un’identificazione costante, quotidiana, con una squadra. Trovo che ci sono solo un paio di eccezioni di legame sportivo simile col territorio, di identificazione culturale così forte al Nord, l’Atalanta e il Brescia, da avversario ricordo molto bene che la tifoseria ti faceva sentire “che non eri a casa tua”. Il tifoso di Firenze è così, simile a quello del Sud, presente, caloroso, pretende molto, la Fiorentina è cultura. Noi a Firenze la settimana la rispiravamo in base al risultato della domenica. La città si muove in base al risultato della squadra, cioè se la squadra vince, la città in settimana la senti molto viva, positiva, invece se il risultato non è positivo, la città diventa scontrosa, la gente è più fredda, l’ambiente è meno accogliente. Da ex giocatore io preferivo questa tipologia di tifo perché era un supporto “caldo”, che pretendeva ma a livello motivazionale ti da qual qualcosa in più. La tifoseria di Milano era diversa, più composta a confronto ma qui avevo una cornice che ho nel cuore unica, il “Tempio del Calcio che è San Siro”.

Sébastien Frey

(D.: Michela Macalli): Il tuo progetto con FC INTERNAZIONALE per i ragazzi è un bellissimo esempio concreto verso i settori giovanili nelle aree fragili, che spero possa essere un giorno supportato dalle istituzioni per diventare più accessibile. Secondo te, iniziative come queste si potrebbero portare anche al centro e al sud, magari con l’aiuto delle istituzioni?

(R.: Sebastian Frey): L’Inter da anni organizza diversi SUMMER CAMP come molte società professionistiche di calcio internazionale per i ragazzi anche per i più piccoli in diverse zone non solo d’Italia. Da alcune stagioni, e mi fa piacere, i “nerazzurri” hanno inserito anche Camp specifici per i portieri e vanno anche nelle periferie per farsi conoscere. Sai Michela, la differenza è che al momento al Sud il costo può e deve essere più contenuto, ragionevole, tecnicamente il clima è torrido, a volte troppo caldo, a differenza di qui, dove il Camp è anche un prodotto abbinato a un brand e può prevedere anche ex Campioni coinvolti ed essere studiato in altura per la qualità come dicevamo. Ǫuesta settimana io partecipo alla LEGEND EDITION Inter Summer Camp, dove attivamente come Campione, Leggenda, sono nell’attività sportiva coi ragazzi perché loro possono interagire con me, creare dialogo, ed è gratificante anche per me che da papà quale sono, condivido una passione, vedendoli sognare. L’istituzione sportiva soprattutto in questo momento, considerando come è ora l’Italia, parlo della Nazionale, così prestigiosa fino a pochi anni fa, dove non vediamo più talenti straordinari che spiccano, nel massimo rispetto dei miei ex colleghi giocatori, può fare molto. L’Italia fino al 2006 faceva sognare tutti, deve ritornare a farlo! La Nazionale Italiana, la prima squadra, è solo la punta dell’iceberg, bisogna andare a lavorare sotto. Puntare sui giovani, i vivai dei Club sono importanti, fondamentali! Te lo dice uno straniero, si deve puntare sui ragazzi italiani piuttosto che andare fuori a comprare giovani giocatori. Un prodotto italiano che hai in casa, i talenti da coltivare qui ci sono, lo so, lo vedo e lo dicono le Squadre. Se vogliamo nominare vivai quali l’Atalanta, sono un esempio perché coltivano il vivaio, portando i ragazzi fino alla prima squadra. Al Sud purtroppo non abbiamo questa situazione, si deve imparare a lasciare il tempo a un ragazzo di crescere non solo calcisticamente ma anche umanamente, non dopo una sola partita sbagliata mettere il giocatore inesperto nel dimenticatoio, soprattutto in piazze importanti. Sono pochi i club in Italia dove fanno crescere i ragazzi e dove obbligano l’allenatore a valorizzare i ragazzi del proprio settore giovanile. Le istituzioni sportive possono ripeto fare molto, potrebbero fare regolamenti, che obbligano ad esempio un Club a scegliere 3 ragazzi del vivaio e portarli in prima squadra ogni stagione. Io credo che così si possa iniziare a riscoprire che in Italia i talenti ci sono ancora, l’obiettivo principale è la Cultura Sportiva che porterà ancora ad essere una GRANDE NAZIONALE AZZURRA. L’Italia ha già mancato due mondiali, ed è la “patria del calcio”, è una cosa inaccettabile e segnale chiaro di allarme quello che vediamo. La Nazionale Italiana non può non fare un Mondiale e adesso c’è la prossima qualificazione non semplice per la Coppa del Mondo 2026 in Canada, Messico e Stati Uniti, e anche a livello economico se non si qualifica per la terza volta per la Federazione è una batosta per il mercato di promozione, sponsoring che c’è di contorno. Sovvenzioni che potrebbero essere utilizzate per promuovere il pacchetto Italia nel Mondo sono importanti. Il calcio in Italia è cultura. Altra problematica da risolvere in Italia anche con le istituzioni, locali e statali, sono le vecchie infrastrutture, che per fortuna stanno piano piano migliorando, ma troppo lentamente. Io mi ricordo quando giocavo nel 2006, finché lo stadio della Viola non stava cadendo a pezzi, non lo si è rifatto, e questo non va bene, neppure per la sicurezza. Da questo punto di vista l’Italia è molto indietro rispetto ad altri paesi come Germania, Inghilterra, Spagna e anche la mia Francia all’80%, perché oggi avere uno stadio di proprietà è un grande business anche per il club per la migliore gestione. Fondamentale dove devono intervenire le istituzioni è la sicurezza, perché le Famiglie devono tornare allo stadio, ma abbiamo strutture vecchie e violenza. Le famiglie non vengono più allo stadio perché è pericoloso. Cominciamo a sistemare e ristrutturare gli stadi facendoli anche più piccoli, con intrattenimento, ristorazione, negozi, museo, dove si fa aggregazione sociale. Il museo di passaggio all’ingresso dove tu puoi scoprire la storia del club, crea cultura, portare avanti i valori dello sport, come fanno i grandi Club quali il Barcellona o il Real Madrid. Io vorrei rivedere come venti o trenta anni fa i genitori che portano i bambini allo stadio che si vanno a vedere uno spettacolo, non che vanno a rischiare la propria salute e sicurezza, qui si può e deve lavorare.

Sébastien Frey

(D.: Michela Macalli): Condivido pienamente la tua visione: le società dilettantistiche e professionistiche non formano solo calciatori, ma prima di tutto uomini. Investire nel settore giovanile significa costruire il nostro futuro sociale, oltre che sportivo. È un contributo concreto al tessuto cittadino e a tutto il sistema-calcio, che è parte integrante della nostra cultura.
A questo proposito, vorrei chiederti che cosa diresti a un ragazzo che vive in una valle montana o del centro-sud, magari in una zona interna o isolata, dove ci sono poche strutture e poche opportunità, ma che sogna di diventare calciatore?

(R.: Sebastian Frey): Essere in una realtà difficile può far nascere qualcosa di bello, perché oggi in città non puoi più prendere un pallone e giocare a calcio dove vuoi. In centro ci sono pochi posti per giocare, non c’è spazio fisico e sicurezza. Nelle periferie, nelle valli un ragazzo può ancora prendersi un pallone da casa e giocare in mezzo ai campi, per strada, e questa è una cosa che non ha prezzo. Da uno svantaggio, per questi ragazzi che vogliono sognare di diventare calciatore, può diventare un vantaggio, perché hanno la fortuna di avere lo spazio di giocare anche in mezzo alla strada. Ǫuello che manca ora alla realtà calcistica è questo, prendere un pallone e giocare coi tuoi amici fuori casa. Il calcio è il lavoro più bello del mondo, i miei ricordi più speciali della mia lunga carriera, quelli che ricordo oggi con un più nostalgia, sono quelli dove spensierato dopo la scuola, prendevo un pallone e con i miei amici andavamo in un parcheggio a giocare. Ǫuesto è la vera essenza del calcio, da questo gioco nasce il calcio vero che può diventare un lavoro. Le società dilettanti condivido con te Michela, sono la parte nascosta del calcio, ma pure la più importante. Credo che dovremmo assicurarci di arrivare anche in queste zone che pensiamo più fragili, come in Francia, esempio nella città di Marsiglia, dove sto facendo ora sopralluoghi nelle strutture delle periferie è fondamentale, perché proprio lì riesci a togliere i ragazzi dalla strada e, spesso, è proprio in quei contesti che scopri dei veri talenti, dei potenziali gioielli per i grandi club. Vorrei concludere con un pensiero semplice ma profondo: se un ragazzo è su un campo da calcio, non è in giro a fare “cavolate”.

Il calcio crea legami, trasmette valori, fa nascere amicizie. Il pallone classico è bianco e nero, non ha colore perché unisce, non divide!

Non ci deve essere razzismo!

Purtroppo, però, nel 2025 ci troviamo ancora a dover combattere il razzismo anche nello sport. Lo trovo inaccettabile. È un problema grave e serve l’impegno di tutti, ogni giorno, per eliminarlo davvero.